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28 marzo 1941: disfatta della flotta navale italiana a capo Matapan

Alcuni ischitani erano imbarcati su quelle navi e uno di essi, Mario La Torella, classe 1916, raccontò spesso ai figli lo scontro, così come l’aveva vissuto, da combattente, da naufrago e poi da prigioniero.

Nessuno ne parla più. Forse perché la storia la scrivono i vincitori e a nessuno piace ricordare le sconfitte. E quella che si consumò tra l’isolotto di Gaudo e Capo Matapan, nelle acque dell’Egeo fu una vera e propria catastrofe. Durante la Seconda guerra mondiale, la potente flotta britannica si contendeva con la nostra regia marina l’egemonia del Mediterraneo. Il piano programmato dai vertici della nostra Marina militare prevedeva due rapide incursioni della Squadra Navale italiana, comandata dall’Ammiraglio Iachino, nelle acque dell’isola di Creta, a caccia dei convogli Alleati e le loro relative scorte. Tutto doveva essere concentrato sull’effetto sorpresa, che svanì quasi subito, in quanto già nella serata del giorno successivo il comando navale inglese di Alessandria d’Egitto aveva intercettato e decifrati i messaggi che annunciavano le operazioni italiane.

Eppure, avevamo una flotta poderosa che fu letteralmente fatta a pezzi: il serio danneggiamento della nave ammiraglia, la corazzata “Vittorio Veneto”, l’affondamento degli incrociatori “Fiume”, “Zara” e “Pola” e la perdita dei cacciatorpediniere “Alfieri” e “Carducci” per un totale di 2.331 morti e dispersi e 1.163 prigionieri. Questi in estrema sintesi i fatti: dopo un primo scontro tra le unità navali italiane e inglesi avvenuto nella mattinata del 28 marzo nelle acque dell’isola di Gaudo, non lontano da Creta, alle navi italiane venne ordinato di invertire la rotta verso l’Italia. L’inseguimento inglese fu tanto ardito quanto spietato continuando senza sosta fino a quando non si arrivò nelle acque a sud di Capo Matapan.

Nonostante gli equipaggi italiani continuassero a battersi con estremo valore, per la loro flotta non ci fu scampo. La sera e la notte che seguirono furono quelli dell’agonia del “Pola”, del tentativo di soccorrerla da parte degli incrociatori “Zara” e “Fiume” e dello scatenarsi dell’inferno per queste ultime. Alcuni ischitani erano imbarcati sullo “Zara” e uno di essi, mio padre Mario, classe 1916, raccontò spesso a noi figli lo scontro, così come l’aveva vissuto, da combattente, da naufrago e poi da prigioniero. E non si stancava mai di ricordare le ore drammatiche dell’attacco, la sorpresa e lo sbigottimento dei marinai che certo non si aspettavano quell’assalto notturno, repentino e micidiale. Non ci fu niente da fare. Ci toccò la peggio.

Alle 22:30 circa lo Zara e il Fiume vennero investiti da un’ondata di fuoco nemico senza avere nemmeno il tempo di reagire. In pochi minuti, le esplosioni scatenate a bordo dai colpi inferti dalla flotta inglese, che colpirono anche le santabarbara di bordo, e dal fuoco che divampò ovunque, fecero strage di marinai che non ebbero modo di potersi salvare. Era l’inferno e papà ricordava sempre gli ultimi consigli preziosi del comandante che raccomandava ai suoi uomini di non abbandonare la nave se non quando lo avesse ordinato lui, di non indossare indumenti bianchi per non attirare gli squali, una volta in acqua. Nonostante i tentativi di rassicurare i marinai, lo sconcerto e il panico cominciarono a serpeggiare tra l’equipaggio, tanto che alcuni si tuffarono quasi subito e persero la vita. Qualcuno, preso dal panico, non riuscì a reagire preferendo arrendersi e lasciarsi morire affondando con la nave. Papà riuscì ad abbandonare la nave quando ricevette l’ordine del “Si salvi chi può” e riuscì insieme a qualche altro ad aggrapparsi a un relitto di legno.

E ricordo ancora il suo racconto accorato: “ Io mi sono salvato anche grazie a mia madre che mi consegnò una fiaschetta di cognac, nel caso mi dovesse servire. E ne mandai giù la metà prima di tuffarmi. Per tutta la notte ci furono spari, il cielo era illuminato a giorno e la mattina, intorno, era pieno di cadaveri e di alcuni con il salvagente, per non parlare degli sventurati naufraghi assaliti e divorati dagli squali.” Il colpo di grazia allo “Zara” era stato inflitto dal cacciatorpediniere inglese “Jervis” che lo centrò con due siluri facendolo saltare in aria. Dei 1098 uomini di equipaggio ne morirono 798. Tra questi il comandante Capitano di Vascello Luigi Corsi che non volle abbandonare la nave se non all’ultimo momento con alcuni suoi uomini e lo stesso ammiraglio Cattaneo. Dai flutti vennero recuperati dagli inglesi 279 sopravvissuti (solo dello Zara) che furono condotti in prigionia. E tra questi mio padre che ci raccontava: “Fui ripescato, dopo moltissime ore, dalle fredde acque di quel mare, ero mezzo svenuto e intirizzito e quando riaprii gli occhi, non riuscivo a capire dove fossi.

Ero in un ambiente ovattato, soffuso di nuvole di vapore avvolgente, caldo, piacevole. Pensai di essere in Paradiso. Poi qualcuno mi scosse, mi rivolse qualche parola e capii che ero finito nelle mani nemiche. Sì, ma ero vivo”. (Il Paradiso era in realtà la nave e l’ambiente pieno di vapore delle docce calde cui furono sottoposti tutti loro). E fu così che finì come prigioniero di guerra: prima deportato ad Alessandria d’Egitto dove era la base della Royal Navy e poi giù verso il Sudafrica. E lì cominciò un altro capitolo della sua storia personale, fino alla liberazione, avvenuta il 18 maggio del 1946. E da quel giorno il mio papà ebbe una vita da dimenticare e una nuova da ricominciare; riabbracciò i genitori, le sorelle, il fratello e poté finalmente dormire sereno e senza incubi nella casa ad Ischia, dalla quale si godeva di scorcio l’incantevole scenario del mare azzurro, dell’isolotto di Vivara, di Procida e del magnifico golfo di Napoli. Poi trovò anche l’amore. Ma questa è un’altra storia.

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