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S. Messa solenne presieduta da Mons. Gennaro Pascarella

Parrocchia di S. Antonio Abate

L’omelia pronunciata da Mons. Pascarella in occasione della Messa solenne per la festività di S. Antonio Abate presso l’omonima Parrocchia in Ischia ha avuto come tema centrale il concetto di santità. Siamo abituati a credere, con molta approssimazione e una buona dose di pregiudizio atto a scaricarci la coscienza e a favorire la nostra pigrizia, che i santi siano persone speciali baciate dalla fortuna e premiate da Dio, una sorta di “supereroi” – ha detto il Vescovo – che ce li fa immaginare come provenienti da un altro pianeta e per tale motivi ineguagliabili e irraggiungibili.

Questa, come già detto, è solo una scusa per ritenerci esclusi a priori, per non impegnarci seriamente in qualcosa che non ci riguarda. Invece è vero il contrario. La santità è offerta ad ogni battezzato ed è alla portata di tutti. Così ha precisato a tal proposito Mons. Pascarella:

 «Durante la celebrazione eucaristica, nella prima parte, ci viene sempre data in modo sovrabbondante la Parola di Dio, che deve essere per ogni cristiano la luce che illumina la vita quotidiana, essa va meditata e interiorizzata quotidianamente, con costanza, affinché dia la forma corretta al nostro vissuto. I santi sono coloro che hanno fatto tutto questo: hanno interiorizzato la Parola e su essa hanno modellato la loro intera vita»

È questo e non altro il fondamento della loro santità e beatitudine, secondo quanto ci ha lasciato detto lo stesso Gesù Cristo: “Beati quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica”.

Ed è anche quanto viene ricordato dal Vangelo che la liturgia propone per la solennità di S. Antonio, il brano noto come “Il giovane ricco”, nel quale un giovane chiede al Maestro quale sia la strada per ottenere la vita eterna, oltre all’osservazione dei comandamenti fondamentali. La risposta di Gesù è sintetica e lapidaria: “Vendi i tuoi beni e seguimi”.

Non si tratta solo di raggiungere semplicemente uno stato di povertà, la qual cosa di per se stessa non ha veramente valore, ma piuttosto di arrivare a quello stato, che lo stesso Gesù ha indicato altrove più volte, di ‘rinnegamento di se stessi’, cioè di rinuncia al primato di se stessi sugli altri per poter amare Dio, e gli altri uomini con lui, sopra ogni cosa. Si tratta in sostanza della capacità di anteporre l’amore per gli altri a noi stessi, allo scopo di realizzare il sogno d’amore di Dio per l’uomo, quel sogno che si è realizzato in modo perfetto in Gesù Cristo. Ha precisato ancora il Vescovo:

«Non è possibile amare senza uscire da noi stessi, non possiamo amare un altro se siamo centrati solo su noi stessi, chiusi nel nostro mondo, fissati su schemi e mentalità inoppugnabili» Non va dimenticato che la santità è partecipazione alla vita divina e questo avviene già dall’inizio, con il Battesimo che ognuno di noi ha ricevuto gratuitamente.

Il Vescovo ha poi ricordato una espressione che una volta era ricorrente tra gli anziani, i quali la rivolgevano incessantemente ai giovani: “Fatti santo!”, era un augurio e anche uno sprone, nella certezza che fosse assolutamente realizzabile. E la santità viene anche realizzata da tanti cristiani che rimangono anonimi.

Ci sono schiere di santi che non arrivano agli onori degli altari pur avendo condotto una vita nella sequela di Gesù semplicemente rispondendo con la loro vita alla vocazione che il Signore ha dato loro, come genitori, o sul lavoro o in ogni altro campo dell’esistenza umana.

Questo ci resta da comprendere, che la santità va vissuta nella semplicità della vita quotidiana che il Signore ci assegna, secondo le nostre possibilità, seguendo, ha concluso il Vescovo, la Magna Carta che ci ha lasciato Gesù nel Discorso della Montagna con le Beatitudini.

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