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Quale libertà?

Che vocabolo inflazionato. Filosofi, scrittori poeti, ci hanno provato in tanti a definire ed esaltare questo concetto e nonostante tutto pare che ancora non si sia compreso a fondo il suo inestimabile valore. Basterebbe partire dalla novella di Verga “Libertà”, per capire quanto possa essere male interpretata questa parola.

L’autore parte da un fatto storico realmente accaduto: la rivolta dei paesani di Bronte, piccolo paesino sulle pendici dell’Etna, nel 1860 dopo lo sbarco di Garibaldi in Sicilia. Vinte facilmente le truppe borboniche, alla testa dei Mille, il Generale aveva promesso ai contadini la spartizione delle terre demaniali. Ma la promessa non fu mantenuta, i contadini insorsero con furia cieca in nome della Libertà e del progresso.

Spinti dalla rabbia e dalla speranza di migliorare le loro miserabili condizioni, si diedero ai saccheggi e a un vero e proprio massacro di nobili, possidenti e professionisti. La rivolta, durata tre giorni, fu domata da Nino Bixio, inviato da Garibaldi e furono subito giustiziate cinque persone. Impressionante come i rivoltosi si ritrovino l’indomani sul sagrato della chiesa e ascoltare le loro parole:

 “una domenica senza gente in piazza né messa che suonasse. Il sagrestano s’era rintanato; di preti non se ne trovavano più. I primi che cominciarono a far capannello sul sagrato si guardavano in faccia sospettosi; ciascuno ripensando a quel che doveva avere sulla coscienza il vicino. Poi, quando furono in molti, si diedero a mormorare. – Senza messa non potevano starci, un giorno di domenica, come i cani!” … Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: – Dove mi conducete? – In galera? – O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c’era la libertà!...

Già, ma essere liberi non vuol dire “sic et simpliciter” poter fare tutto ciò che si vuole.  E invece sembra che nell’attuale contesto sociale questo sia l’imperativo categorico. Guai a ledere la “mia libertà”. Peccato che ci si riferisca sempre all’io e mai al “noi” che dovrebbe includere quell’io. 

Quando si compie una scelta risultano di fondamentale importanza la volontà e il pensiero, inteso come capacità di riflessione del singolo individuo. Soltanto dal loro giusto equilibrio scaturiscono scelte davvero autonome. Ma purtroppo siamo finiti nel vortice di un conformismo diffuso e confuso con una condizione di benessere.

E quando ci azzardiamo a manifestare un’opinione diversa da quella imperante, ci attiriamo addosso il sospetto generale o di alcune categorie che si sentono a loro volta “perseguitate”.

Eppure il concetto che questa benedetta parola esprime non è tanto difficile da capire. È così semplice comprendere che libertà è anche rispetto, rispetto dell’altro, di un pensiero che non può essere uguale al mio. Quindi se qualcuno vuole convincermi della bontà delle proprie opinioni faccia pure, sfoggi pure tutto il suo eloquio, provi a suggerire come comportarmi.  Ma non può pretendere di asservirmi alla sua volontà, a deridermi e a postare commenti “al veleno” se la penso e mi comporto diversamente, ma sempre nella legalità.

E’ il caso dei recalcitranti al vaccino che, in nome della libertà rifiutano categoricamente di sottoporsi all’iniezione dotata, secondo loro, di fantomatiche nefaste conseguenze; e fin qui ci può stare, facciano pure, è una libera scelta , ma stiano buoni e non parlino poi di discriminazione.

Di solito, chi sale sul bus o in metropolitana, lo paga il biglietto; ma c’è anche la categoria dei furbetti che viaggiano gratis, in barba ai regolamenti e agli “stupidi” che lo pagano. Per libera scelta, e intanto usufruiscono di un servizio pubblico. Come i renitenti al vaccino: aspettano l’immunità di gregge, ma non partecipano responsabilmente, non si sottopongono al vaccino e il biglietto proprio non intendono pagarlo.

Rivendicano la propria libertà di scelta e di comportamento, manifestano creando assembramenti, rifiutano i meccanismi di protezione, parlano di complotti delle case farmaceutiche; (bella questa! Le multinazionali guadagnano molto di più con le ospedalizzazioni e le terapie intensive.) Negano contro ogni evidenza la pericolosità del covid che, sempre a loro dire, non esiste.

Scusate e la mia libertà? Fate pure, ma lasciate gli altri in pace, non derideteli, non attaccate giornalisti e medici, non prendete di mira i centri vaccinali. C’è chi la pensa diversamente e intende usufruire dell’unica arma a disposizione contro questo virus: il vaccino. Non sarà perfetto, non eviterà del tutto il contagio, ma si è visto che per lo meno è in grado di evitarci le forme severe della malattia e le ospedalizzazioni.

Ad oggi l’80,3% della popolazione italiana è vaccinata. L’80% delle terapie intensive è occupato da non vaccinati. Il dato è chiaro, se la matematica non è un’opinione. Ritornando alla nostra amata libertà proviamo a ricordare che cosa affermava  John Locke, filosofo e medico inglese di qualche secolo fa, considerato il padre del liberalismo: “la ragione insegna a tutto il genere umano che nessuno deve danneggiare la vita, la salute, la libertà e i possessi altrui.” Ne consegue che  la libertà di ognuno non può essere assoluta perché tutti sono portatori di uguali diritti.

La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 riprende il concetto e associa indissolubilmente la libertà allo spirito di solidarietà collettiva, al diritto alla vita e alla sicurezza. È tanto difficile capire che il confine della libertà è dato dal rispetto del bene comune (l’‘io’ nel ‘noi’)?  Quindi chi rifiuta il vaccino può farlo per motivi suoi, ma non in nome della libertà perché il suo atteggiamento non ammette il “noi”. E infatti non si preoccupa della sicurezza collettiva e dei costi sociali che genera.

Sono soprattutto loro a favorire il diffondersi del contagio: devono essere curati in nome della Libertà, ma intanto intasano ospedali e terapie intensive mentre tanti altri per operazioni e terapie necessarie aspettano fuori.

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