Riflessioni

Dittatura del pensiero unico e della neo-lingua

E così, in nome del “politicamente corretto” si uccide la scuola, la cultura e la nostra lingua.

Sembra fantascienza, e invece è la realtà, squallida, avvilente e per tanti inaccettabile, ma sbandierata e osannata da una minoranza molto attiva sui social, come unica e incontrovertibile. E già solo per questo, la libertà di pensiero viene praticamente annullata. Non credo che tutti siano entusiasti di questo strisciante e ambiguo pensiero unico e della dittatura del “politicamente corretto” Ma di che si tratta? Il politicamente corretto, nato da un’ideologia di una certa sinistra liberale nord americana, circa cinquant’anni fa, consisteva nel mantenere un atteggiamento e un linguaggio che si astenesse da ogni pregiudizio razziale, etnico, religioso, di genere, di condizione sociale, di orientamento sessuale, o relativo a disabilità fisica o psichica, per evitare che tali soggetti si sentissero discriminati.

E che siamo tutti uguali e che non esistono discriminazioni di sorta, lo dichiara apertamente l’articolo 3 della nostra Costituzione che recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.” Ma il fatto è che non tutti conoscono la Costituzione e per i nuovi intellettuali radical chic del pensiero unico, la legge fondamentale dello Stato non basta. E a furia di puntualizzare hanno distorto parecchio quello che doveva essere un atteggiamento di rispetto nei confronti di alcune categorie sociali. Il “politicamente corretto”, infatti, sta diventando oggi una sorta di imposizione, ed ha subìto una serie di mutazioni, oltre che una proliferazione spaventosa, un po’ come il Coronavirus.

A cadere sotto i colpi del nuovo pensiero è la lingua che sta letteralmente diventando …aliena. Non la si riconosce più. Se fino a qualche anno fa, si parlava di lingua della “vaselina”, oggi non saprei attribuirle un aggettivo adeguato. Infatti, non potendo migliorare le condizioni economiche e il prestigio sociale di alcune professioni, si è cercato di nobilitare quelle lessicali. Così lo spazzino è diventato netturbino e poi operatore ecologico, l’infermiere paramedico, la domestica collaboratrice familiare, e così via. E allo stesso modo i ciechi sono diventati “non vedenti”, i disabili sono stati definiti prima portatori di handicap, (come se l’handicap fosse una valigia di cui ci si possa disfare), poi disabili e infine diversamente abili. Si presume che su questa strada i sagrestani diverranno presto “parapreti”, i ferrovieri “trasportatori di persone di prima e seconda classe” i pastori “agenti di custodia di greggi in transito”. L’unico a non beneficiare di questo addolcimento lessicale è l’arbitro. Mai nessuno che gli urli “figlio di operatrice sessuale”! Ma si è andati oltre questa colata colossale di vaselina.

Il pensiero unico attuale prescrive non solo come dire e definire le cose, ma anche quali cose dire e quali non nominare, pena l’esclusione dal dibattito pubblico, cioè la scomunica, l’isolamento sociale e professionale. Come è capitato ad un’ostetrica del Regno Unito che ha osato dire che solo le donne partoriscono, macchiandosi del reato di discriminazione nei confronti della comunità LGBTQ. Inoltre, il pensiero unico fa “tabula rasa” della cultura del nostro passato e si permette non solo di criticare, ma di “correggere” e “riscrivere” classici intramontabili come Dante e Shakespeare. Ma stiamo scherzando? E’ paradossale e ci si chiede su che basi il presente può correggere e riscrivere il passato.

Qui è in gioco la nostra identità culturale, la storia, la filosofia, l’arte, la religione stessa. Non a caso, il primo dogma del neopensiero è il relativismo etico e culturale. Ma come si può pretendere che il passato sia conforme al presente? E’ un incubo: pare che ogni espressione del libero pensiero del passato e perfino alcuni eventi storici, per poter esistere e sopravvivere debbano essere approvati dal Ministero della Verità. Come nel romanzo di Orwell “1984”, solo quest’ultimo può, mentendo, riscrivere il passato, per renderlo affine al presente: e ciò, di modo che i sudditi della nuova civiltà di eterno presente in cui trionfa il nulla, mai dubitino del fatto che sempre si è vissuto e si è pensato come si vive e si pensa ora. Se non ci liberiamo al più presto dal giogo soffocante del pensiero unico, rischiamo davvero di perdere presente, passato e futuro, colonizzati da un presente politicamente corretto, ma eticamente corrotto.

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Ufficio Comunicazioni Sociali Diocesi di Ischia

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