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Frutto dello Spirito

La catechesi sulla lettera ai Galati continua incentrando il tema sui frutti dello Spirito e il mistero pasquale: «Ancora oggi, molti sono alla ricerca di sicurezze religiose prima che del Dio vivo e vero, concentrandosi su rituali e precetti piuttosto che abbracciare con tutto sé stessi il Dio dell’amore.

E questa è la tentazione dei nuovi fondamentalisti, di coloro ai quali sembra la strada da percorrere faccia paura e non vanno avanti ma indietro perché si sentono più sicuri: cercano la sicurezza di Dio e non il Dio della sicurezza. Per questo Paolo chiede ai Galati di ritornare all’essenziale, a Dio che ci dà la vita in Cristo crocifisso. Ne dà testimonianza in prima persona: «Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). E verso la fine della Lettera, afferma: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo». … l’azione dello Spirito Santo in noi cambia il cuore!

È Lui che guida la Chiesa, e noi siamo chiamati a obbedire alla sua azione, che spazia dove e come vuole. D’altronde, fu proprio la constatazione che lo Spirito Santo scendeva sopra tutti e che la sua grazia operava senza esclusione alcuna a convincere anche i più restii tra gli Apostoli che il Vangelo di Gesù era destinato a tutti e non a pochi privilegiati. … Il frutto dello Spirito, invece, è «amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22): così dice Paolo. … Una persona che è in pace, che è gioiosa e che ama: con queste tre tracce si vede l’azione dello Spirito».

Il Santo Patrono d’Italia, Francesco d’Assisi, è colui che più di ogni altro ha incarnato le Parole della Sacra Scrittura, soprattutto in questo punto preciso della Lettera ai Galati: “Sono stato crocifisso con Cristo, e non son più io che vivo ma Cristo vive in me”, tanto da essere definito l’Alter Christus. Per questa presenza viva dello Spirito di Dio che abitava nella sua persona, il Serafico Padre ebbe in dono le sacre stimmate. La pace presente nel suo cuore infondeva gioia e amore verso ogni creatura.

Nonostante ciò Francesco era così umile che amava tenere nascosti ad occhi indiscreti i segni dell’amore che il Signore aveva impresso nella sua carne. Le Fonti Francescane raccontano: “Non è possibile passare sotto silenzio con quanta premura ha coperto e nascosto i gloriosi segni del Crocifisso, degni di essere venerati anche dagli spiriti più grandi. Da principio, quando il vero amore di Cristo aveva già trasformato nella sua stessa immagine l’amante, cominciò a celare e ad occultare il tesoro con tanta cautela, da non farlo scoprire per lungo tempo neppure ai suoi intimi.

Ma la divina Provvidenza non permise che rimanesse sempre nascosto e non giungesse agli occhi dei suoi cari. Anzi il fatto di trovarsi in punti delle membra visibili a tutti non permise che continuasse a rimanere occulto. Uno dei compagni una volta, vedendo le stimmate nei piedi, gli disse: «Cosa è ciò, buon fratello?». «Pensa ai fatti tuoi», gli rispose” (FF 719). … Mentre Francesco si trovava a Siena, nell’inverno o nella primavera del 1226, giunse colà un frate da Brescia. Desiderava molto vedere le stimmate del Padre e scongiurò con insistenza frate Pacifico a ottenergli questa possibilità.

Questi gli rispose: «Quando starai per ripartire di qui, gli chiederò che dia da baciare le mani. Appena le avrà date, io ti farò un cenno cogli occhi, e tu potrai vederle». Quando furono pronti per il ritorno, si recarono ambedue dal Santo. Inginocchiatisi, Pacifico dice a Francesco: «Ti preghiamo di benedirci, carissima madre, e dammi la tua mano da baciare!». Subito la bacia, mentre egli l’allunga con riluttanza, e fa cenno al compagno di guardarla. Poi chiede l’altra, la bacia e la mostra all’altro.

Quando stavano allontanandosi, venne al Padre il sospetto che gli avessero teso un pio inganno, come era in realtà. E giudicando empia quella che era soltanto una pia curiosità, richiamò subito frate Pacifico: «Ti perdoni il Signore -gli disse -perché ogni tanto mi rechi grandi pene». Pacifico si prostrò subito e gli chiese umilmente: «Quale pena ti ho recata, carissima madre?». Francesco non rispose e la cosa finì nel silenzio (FF 721)”.

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