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Al di là del filo (spinato)

Cosa penserebbe, se fosse ancora vivo, Glidden Joseph della sua invenzione, o almeno di quella che è riuscito a brevettare a suo nome, vincendo di poco sull’antagonista Jacob Haish, ovvero quella dei due fili ritorti intorno a uno dei quali sono avvolte le spine realizzate con un particolare filo di ferro a tranciatura diagonale per rendere le punte più affilate. Lo scopo del secondo filo è quello di mantenere al loro posto le spine. Lo scopo del filo di ferro è quello di delimitare la proprietà o una determinata area difendendola da agenti esterni o probabili aggressioni.

Nella memoria collettiva è insita l’accezione negativa del filo spinato poiché evoca scenari di guerra, ferite nella carne, lacerazioni. Inizialmente nato per difendere gli allevamenti da predatori, poi per difendere le coltivazioni dagli animali, si è esteso alle guerre a partire dalla guerra di secessione americana e veniva largamente utilizzato per la costruzione di reticolati di protezione per le trincee.

Oggi, a La Crosse, Wisconsin, Stati Uniti vanno molto fieri dell’invenzione, tant’è che ogni anno si tiene il Festival del filo spinato in cui i partecipanti si sfidano per riparare nel minor tempo possibile i segmenti di filo spinato. Esiste anche un museo dedicato, il Kansas Barbed Wire Museum, che espone più di duemila tipi di strumenti dissuasivi di ogni epoca.

Chissà cosa immaginava che sarebbe potuto diventare questa invenzione nel tempo, come sarebbe potuto variare, mediante modifiche, nella sua offensività, il buon Glidden ma soprattutto chissà se nella sua fantasia ha mai preso in considerazione il fatto che non esiste filo spinato, né ritorto, né appuntito, né oltremodo lesivo, capace di fermare una mamma disperata per la salvezza del suo bambino. Una mamma che si sarebbe fatta lacerare nelle carni pur di mettere in salvo il suo neonato, attraversando di fatto la linea di separazione che l’invenzione avrebbe voluto creare.

Chissà se si è mai chiesto cosa separasse quel filo e quale delle due aree è quella buona da difendere e quale quella dalla quale difendersi. Le mandrie esistevano prima delle coltivazioni, gli indiani esistevano prima dei colonizzatori, le prede sono diventate tali solo dopo l’arrivo dei predatori ed i popoli oppressi esistono ancor prima dell’arrivo degli oppressori.

Sta di fatto che al di là di quel filo il mondo ha visto una più atroce separazione, una mamma dal figlio appena nato che in nome della sua salvezza, della sua vita, si è lacerata nell’anima, prima ancora che nella carne. Salomonica scelta che solo l’amore incondizionato come quello di una mamma può attraversare lasciandosi trafiggere, amore imponderabile ed infinito che vede in quel filo ostile il varco per la vita e la libertà del proprio bambino.

Per uno strano scherzo del destino o gioco di parole, i filofobici, che ai più suggerirebbe il significato di “paura del filo” sono quelli che hanno paura di amare, gli anaffettivi. Mi piace pensare che quella mamma, in quel filo, ha visto tutto l’amore e la speranza del mondo. Un po’ come i greci che traducono philo, “φιλος”, con amore.

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