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Musica e danze popolari: Pizzica e Tammurriata

Se non ci fossero bisognerebbe inventarle. Non c’è niente da fare, le nostre tradizioni, quindi anche musica, canto e danza hanno radici profonde, ancestrali e se sono così vive e resistono ancora oggi, un motivo dovrà pur esserci. È di questi giorni la notizia delle repressioni messe in atto dai Talebani in Afghanistan, secondo le quali anche la musica è proibita, figuriamoci la danza.

Come sarebbe? Perché attribuire a Dio un divieto così stupido, messo in atto da chi, invece, ha la pretesa del controllo totale dei cittadini (forse sarebbe meglio chiamarli sudditi o schiavi) attraverso il regime del terrore? E hanno anche ucciso chi aveva scelto di suonare o cantare. Ma questa è un’altra storia, ora ritorniamo in Occidente, in Italia e in Puglia per la precisione dove, nella serata del 28 agosto si è tenuto a Melpignano, nel Piazzale Ex Convento degli Agostiniani, il Concertone della 24esima edizione de La Notte della Taranta.

Per chi fosse interessato l’evento sarà trasmesso su Rai Uno il 4 settembre alle ore 23:15. Una notte magica che ha coinvolto e incantato un pubblico numeroso ed entusiasta sui ritmi rock di una “pizzica di Liberazione”. La Pizzica, detta anche Taranta, appartiene a quel filone di danze tipiche dell’Italia meridionale dalle origini molto antiche, nate in relazione al culto e alla venerazione del dio Dioniso, dio dell’irrazionalità e dell’ebbrezza.

Si ipotizza che le persone morse da una tarantola fossero in grado di guarire ballando, e il rituale risale probabilmente al cosiddetto dionisimo; si pensi anche che il Salento era una terra costantemente sotto l’influenza della Grecia e che, ancora oggi, ospita una comunità di minoranza linguistica detta Grecìa salentina, dove si parla appunto il Grico. Ed è quindi innegabile il legame tra questa danza e quelle praticate nella Grecia arcaica in onore del dio Dioniso.

Ne abbiamo la testimonianza nella tragedia di Euripide “Baccanti” che mette in scena queste donne sue seguaci che urlano, senza freni, si accompagnano con i tamburelli in danze sfrenate, in preda all’ebbrezza, mentre Dioniso persegue un solo obiettivo: i suoi riti devono essere onorati in tutta la Grecia, a qualunque costo, tanto che fa impazzire Agave (invasata anche lei) e le fa uccidere il figlio Penteo (questo personaggio sarebbe l’incarnazione della razionalità, dell’equilibrio, del giusto mezzo).

Questa divinità anticamente era molto presente nell’Italia meridionale ed in particolare nella penisola salentina. Moriva ogni inverno per rinascere in primavera, quando durante i festeggiamenti in onore del dio le popolazioni si lasciavano andare pubblicamente a comportamenti sfrenati e licenziosi, e a questi balli. Rituali evidentemente pagani e legati al ciclo delle stagioni e di vita – morte – rinascita.

E oggi la taranta che senso ha? È un grido di battaglia, rappresenta la nostra volontà di proclamare e tutelare la nostra libertà, minacciata non solo dalla pandemia, ma anche dalle provocazioni che in tutto il mondo rischiano di mettere in discussione consolidate conquiste di civiltà, soprattutto con riferimento alle donne.

Bellissima la nuova versione di “Fimmine Fimmine” che è stata rappresentata come finale del concertone. È il canto di dolore al femminile sottolineato dai versi “Fimmene fimmene ausamula la voce e pe sta terra ca sta chiede pace. Fimmene Fimmene sta canzune ha cangiare! La terra è mamma nu se po abbandonare. Intra le campagne nun c’ete chiui nisciunu. Sulu lu fuecu la face de patrunu– In traduzione. Donne donne alziamo la nostra voce per questa terra che sta chiedendo pace. Donne donne questa canzone deve cambiare. La terra è mamma e non si può abbandonare. Nelle campagne non c’è più nessuno solo il fuoco fa da padrone” E tutto al ritmo di un tamburo piccolo, ma che si è fatto sentire. E lo hanno inventato proprio per scandire il ritmo, per far marciare insieme le persone, ciascuna con un compito diverso. 

E a proposito di tamburi, non va dimenticata la “tammuriata” altra danza del sud Italia, tipicamente campana e con radici altrettanto lontane e mitiche, legata al mondo contadino ormai in via di estinzione. Le sue origini? Elleniche, in particolare è legata alla Magna Grecia e poi assimilata nella cultura romana da Augusto in poi. Ancora più interessante la sua evoluzione, perché fu recepita dalla cultura cristiana.

Si pensi ai “Fujenti” della Madonna dell’Arco nei pressi di Sant’Anastasia. Nel mondo contadino arcaico, quella che veniva portata in processione era la Madre Terra, successivamente, in seguito al diffondersi del cristianesimo, la Madonna, tradizione che si ripete ogni anno il Lunedi in Albis. E così in Campania si assiste alle differenti “declinazioni” di questa antica danza sul ritmo della tammorra: Madonna dell’ Arco, Madonna di Montevergine, Madonna delle Galline, Madonna a Castello, Madonna dei Bagni, Madonna Avvocata, Madonna di Briano…sono le sette sorelle in onore delle quali le diverse tammurriate campane vengono tradizionalmente eseguite in varie zone: agro nocerino-sarnese, costiera amalfitana, agro casertano, avellinese e alle falde del Vesuvio, principalmente nel Sommese. Poi ci sono altre tammuriate, laiche per così dire.

Quella più famosa probabilmente risale al 1944 che inizia coi versi: “Io nun capisco, ê vvote, che succede… E chello ca se vede, Nun se crede! nun se crede! È nato nu criaturo niro, niro.”. Che dire? Sul ritmo cadenzato e coinvolgente della tammorra viaggia la magia del nostro esistere: il quotidiano, il gioco, l’incredibile, la preghiera, il corteggiamento, il combattimento continuo che è la nostra vita. Ma se diversi sono gli stili e l’ispirazione che contraddistinguono i vari tipi di tammuriata, uniche e straordinarie sono le sensazioni e le emozioni che questa suscita nell’animo di chi l’ascolta, cioè l’evocazione delle tradizioni e lo spirito di appartenenza alla propria terra. E la Ndrezzata? Ne parleremo la prossima volta.

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