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In cammino con Dante 14 – L’attesa di Belacqua: e il Purgatorio si proietta nel ‘900

Il retrocedere, oggi, della morte e del lutto dalla pubblica coscienza ci priva dell’enorme beneficio che con l’insediarsi del Purgatorio nell’economia della salvezza – grazie anche all’opera di Dante – il mondo dei viventi ha contratto col mondo dell’invisibile, un “sacro commercio” di orazioni, desideri, sogni e ispirazioni che da sant’Agostino a Filippo Fabbri si sono intrecciate tra il mondo terreno e le anime defunte.

Scrive Agostino nel De civitate Dei: «Infatti le anime dei fedeli defunti non sono separate dalla Chiesa che anche nel tempo è il regno di Cristo» (lib. XX, 9, 2); e Filippo Fabbri preciserà acutamente: «La prima ragione [della preghiera per i defunti] è che i Santi e i Beati certo pregano per le anime del Purgatorio, ma non possono tuttavia giovare a esse prendendo su di sé i loro tormenti, poiché essi [Beati] non possono patire pena alcuna. Segue dunque che le loro orazioni giovino in forma di supplica, ma senza alcuna soddisfazione di pena, e per mero atto di gratuità » (Disputa XXXVII, p. 465).

L’anima di Belacqua è dunque lì, in una posa malinconica e rassegnata, rannicchiato abbracciando le ginocchia: «Ed elli: ‘O frate, andar in sù che porta? / ché non mi lascerebbe ire a’ martìri / l’angel di Dio che siede in su la porta» (IV, 127-129). Nella fretta delle anime a espiare, ad ascendere, egli è l’uomo dell’attesa, indeterminata, perché tutto dipende da quella memoria orante che si attende dai vivi: «Se orazïone in prima non m’aita / che surga sù di cuor che in grazia viva; / l’altra che val, che ’n ciel non è udita?» (IV, 133-135).

Questa partecipazione dei vivi al mondo dell’Aldilà è uno dei frutti più silenti e profondi della Commedia, non solo segnale della sovranità divina, ma anche della comunicazione reciproca « visibilium omnium et invisibilium». E Belacqua in questa parabola si delinea soprattutto come figura del XX secolo, per la vigorosa simbolicità di cui l’ha munito Samuel Beckett in tutta la sua opera.

Eroe di quell’attesa senza fine è il protagonista di En attendant Godot, 1952; Estragon è in scena, esattamente come Belacqua: «Estragone si siede e cerca di togliersi le scarpe. Ma poco dopo vi rinunzierà rannicchiandosi con la testa fra le gambe e le braccia davanti alla testa ». E quell’attesa senza fine è dettata solo da una promessa, senza alcuna apparizione:

ESTRAGONE (Si volta verso Vladimiro): “Andiamocene”.​VLADIMIRO: “Non si puo?’.
Es. “Perché?”.
Vl. “Aspettiamo Godot”.
Es. “Gia?, è vero. (Pausa). Sei sicuro che sia qui?”
Vl. “Cosa?”
Es. “Che lo dobbiamo aspettare”.
Vl. “Ha detto davanti all’albero”. (Guardano l’albero). “Ne vedi altri?”
Es. “Che albero è?”
Vl. “Un salice, direi”.
Es. “E le foglie dove sono?”
Vl. “Dev’essere morto”.
Es. “Finito di piangere”.

Il salice piangente spoglio è, altrettanto, la «pianta dispogliata / di foglie» dell’allegoria apocalittica di Purgatorio XXXII, 38-39. Come nell’attesa di colui «che non può essere nominato» (l’Innommable) inizia la pièce, così nell’attesa ancora si chiude:

Es. “Non posso piú andare avanti cosí”.
Vl. “Sono cose che si dicono”.
Es. “Se provassimo a lasciarci? Forse le cose andrebbero meglio”.
Vl. “C’impiccheremo domani”. (Pausa). “A meno che Godot non venga”.
Es. “E se viene?”.
Vl. “Saremo salvati”. (Vladimiro si toglie il cappello – che è quello di Lucky – ci guarda dentro, ci passa la mano, lo scuote, lo rimette in testa).
Es. “Allora, andiamo?”
Vl. “I pantaloni”.
Es. “Come?”
Vl. “I pantaloni”.
Es. “Vuoi i miei pantaloni?”
Vl. “Tirati su i pantaloni”.
Es. “Già, è vero”. (Si tira su i pantaloni. Silenzio).
Vl. “Allora andiamo?”
Es. “Andiamo”. Non si muovono.

Il modello-Belacqua non è una nostra supposizione, ma la conferma viene da Beckett stesso: «Sono incapace di concepire il grado d’ingegnosità necessario per collocare il mio lavoro sotto l’etichetta di “italianità”. […] Certo ci sono diversi elementi italiani, dei quali il più tenace è Belacqua (Purg IV, 106 e ss.). La sua attitudine e postura (che ho scoperto l’altro giorno nei disegni di Botticelli per la Commedia, esattamente come l’avevo immaginata) è certamente familiare ai modi delle mie creature: “Ed un di loro, che me sembrava lasso, / Sedeva ed abbracciava le ginocchia, / Tenendo il viso giù tra esse basso”. Così come il suo stanco “l’andare in su che porta?”. Per una ragione o per un’altra, sono stato certo affascinato dal personaggio e mi son dato da fare per saperne di più sulla sua vicenda. Ma non si sa granché, se non che era liutaio a Firenze, amico di Dante e conosciuto per la sua indolenza e apatia. Ci sono molti gradoni che lo separano dal “Non nominabile”, ma è dello stesso lignaggio». [Lettera di Samuel Beckett a A. J. Leventhal et Ethna MacCarthy-Leventhal (21. IV. 1958), Lettres, t. III, 1957-1965, Gallimard, 2016 ].

In un altro luogo delle sue opere, in Murphy, 1936, Beckett ci dice anche meglio la ragione di quell’adesione a Belacqua: «In quel momento Murphy avrebbe fatto dono di tutta la sua speranza dell’Antipurgatorio per cinque minuti nella sua culla; avrebbe rinunciato al rifugio del masso di Belacqua e a quel riposo quasi embrionale, al di sopra del mare australe che tremolava all’alba dietro le canne, e del sorgere del sole piegando verso il nord; e a nessuna espiazione si sarebbe piegato fintanto che non avesse tutto ripassato in sogno, nel sogno libero dell’infanzia, a partire dalla spermateca sino ai forni crematori. Aveva una così alta opinione di questa situazione postuma, i suoi vantaggi si delineavano nella mente in tali dettagli che osava quasi aspirare alla longevità. Così sarebbe stato lungo il tempo ch’egli avrebbe passato a sognare, a vedere le aurore percorrere il loro zodiaco, prima della lunga ascensione al Paradiso. […] Era, questa, la sua fantasia “Belacqua”, una delle meglio organizzate della sua collezione. Essa lo attendeva aldilà della frontiera della sofferenza, era il primo paesaggio della libertà».

L’attesa: oltre le frontiere della sofferenza, al di qua della lunga marcia di espiazione; l’”invenzione del Purgatorio”, che in Dante culmina, ha questa straordinaria conseguenza di modernità: non più soltanto – in modo manicheo – buoni e cattivi, dannati e salvati, ma un territorio immenso di attesa, di commercio di speranza, di gestazione della redenzione, o anche solo di paziente silenzio.

Le terzine eponime

Là ci traemmo; e ivi eran persone
che si stavano a l’ombra dietro al sasso
come l’uom per negghienza a star si pone.
E un di lor, che mi sembiava lasso,
sedeva e abbracciava le ginocchia,
tenendo ’l viso giù tra esse basso.

(Purgatorio IV, 103-108)

Fonte: Carlo Ossola – Avvenire
Immagine: L’incontro con Dante e Virgilio con Belaqcua nel canto IV del Purgatorio in una miniatura del Codice Holkham, Bodleian Library, Oxford – WikiCommons

Carlo Ossola – Critico letterario italiano (n. Torino 1946); professore di Letteratura italiana nelle università di Ginevra (1976-82), Padova (1982-88) e Torino (1988-1999). Dal 2000 è professore al Collège de France di Parigi, cattedra di Letterature moderne dell’Europa neolatina.

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