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La medaglia dell’amicizia

A Tokyo Gianmarco Tamberi e Mutaz Ezza Barshim condividono l’oro olimpico nel salto in alto.

“Saltiamo insieme, mano nella mano, “de panza” e passiamo sotto l’asticella!”. Beh, se te lo suggerisce il (futuro) campione olimpico di salto in alto…! Perché Gianmarco “Gimbo” Tamberi per Tokyo si è preparato anche così, saltando – con risate a crepapelle – con Benedetta: 17 anni e la sindrome di Down. Il gigante e la bambina, per davvero.

Anche la fragilità di una ragazza con disabilità è stata, per cinque anni, una delle “pedane” che Gimbo ha percorso mettendo in gioco tutto sé stesso. Lo sport si presta bene a metafore. Ma qui si tratta di vita.

Gimbo non ha vinto “solo” la medaglia d’oro nel salto in alto alle Olimpiadi. Ha fatto un’altra “cosa”. Con sé stesso. E non da solo: strano per un saltatore che – per definizione – è un solitario, no? L’oro olimpico – quasi sicuramente – Gimbo l’a v re b – be vinto nel 2016 a Rio de Janeiro, se non si fosse infortunato pochi giorni prima della gara tentando di avvicinare il record del mondo. Rimediando, invece, una delle diagnosi più infauste per un’atleta.

Carriera, se non finita, certo fortemente compromessa. Sì, il “suo” oro era proprio quello di Rio. Per questo domenica 1° agosto, a Tokyo, Gimbo non ha vinto “solo” le Olimpiadi. Ha fatto, per l’appunto, un’altra “cosa” che vale ben di più del titolo olimpico. Sì, per cinque anni ha dato tutto sé stesso per riprendere il filo della sua vita proprio laddove si era spezzato. Sperando contro ogni speranza, ogni pronostico.

E per farlo, fino in fondo, scavando dentro sé stesso, Gimbo ha cercato anche nelle persone più fragili la forza per non cedere alla tentazione della rassegnazione e convincere – sé stesso anzitutto – che quando si cade ci si può rialzare per davvero. Non sono chiacchiere. Non sono belle favolette da dispensare per un incoraggiamento “d’ufficio” a chi se la passa male nella vita.

Proprio qui entra in gioco anche il confronto schietto, a tu per tu, con la disabilità. Che non è mai sdolcinato. Con la tenerezza che scaturisce dal suo carattere guascone Gimbo – su una panchina di piazza Navona, in una manifestazione per bambini con Fiamme Gialle e Athletica Vaticana – ha voluto sapere tutto, ma proprio tutto di Benedetta: battesimo “di corsa” appena nata, leucemia, interventi al cuore e allo stomaco, problematiche di inserimento a scuola… «È molto più atleta di me: ha già superato tante asticelle sempre più alte, ha il coraggio sfrontato di affrontarne altre ed eccola lì che sorride alla vita… mi fa sentire “piccolo” a lamentarmi dei miei infortuni e delle mie sconfitte».

Nella sua “Road to Tokyo” Gimbo è passato anche per questa pedana, solo apparentemente lontana dalle tabelle dell’allenatore e del nutrizionista. E “Road to Tokyo” ha chiesto a Benedetta il numero di cellulare. Per costruire un’amicizia, scambiarsi “in bocca al lupo” per le reciproche gare, in uno stadio e sulle strade della vita. Per esserci, insomma. «Ho sbagliato una marea di cose nella vita, ma guardando l’amicizia con Benedetta forse quelle più importanti… le ho fatte giuste!». L’amicizia tra il campione e la bambina continua a essere uno scambio tra persone che fa crescere. Sempre. E sì, l’amicizia fa la differenza. Sempre. Ma guarda la vita che ti combina: vincere le Olimpiadi insieme a Mutaz Ezza Barshim, campione del Qatar, l’amico di una vita che è passato per lo stesso, brutto, infortunio. In quello che è sembrato un film di un regista geniale, non hanno avuto mezzo dubbio Mutaz e Gimbo a salire sul podio insieme e a mettersi la medaglia al collo l’uno dell’altro.

Il loro abbraccio spontaneo è già una “icona” per lo sport, quasi come la “borraccia di Coppi e Bartali”. «Siamo amici per la pelle, l’amicizia è più importante di una medaglia d’oro alle Olimpiadi e poi insieme è più bello: questo è lo sport vero ed è il messaggio che con molta semplicità oggi abbiamo dato ai giovani» confida Mutaz – che ha invitato Gimbo al suo matrimonio – dando corpo alla parola Communiter – “insieme”, appunto – che il Cio ha aggiunto al motto olimpico.

La scelta di condividere della medaglia, un’amicizia che diventa fraternità – Fratelli tutti, appunto – è un segno che non dovrebbe valere solo nello sport. Con Gimbo che rilancia: «Mutaz è il più forte e merita la medaglia d’o ro e io… la merito per come ho vissuto questi cinque anni». Amicizia. Espressa anche nell’“icona” dell’abbraccio tutto italiano sulla pista di Tokyo con Lamont Marcell Jacobs che ha stravinto i 100 metri. Marcell si allena nello stadio romano “Paolo Rosi” in mezzo ai podisti amatori, a fianco di corsia con Paolo Piersanti, vigile del fuoco vaticano che fa parte di Athletica Vaticana.

Come dire che un calciatore dilettante va ad allenarsi e al campo trova Cristiano Ronaldo… Ma c’è, ancora, un’altra “icona” che Gimbo ha delineato nello stadio delle Olimpiadi. Nel letto dell’ospedale, cinque anni fa, Chiara – la fidanzata alla quale ha chiesto di sposarlo proprio alla viglia della partenza per l’avventura olimpica – ha scritto “Road to Tokyo 2020” (poi corretto in 2021 causa pandemia) sul gesso che gli incorniciava la caviglia. Gimbo, quel giorno di cinque anni fa in ospedale, non ha preso un appuntamento con le Olimpiadi. Ma con la sua vita.

Quel gesso lo ha tenuto sempre con sé e lo ha portato in pedana a Tokyo. Quasi fosse, appunto, un’ “icona”: cioè espressione di “altro ”. E con questo spirito non ha accettato “mezze misure”, soddisfazioni “parziali” in questi cinque anni. Diciamocelo, quasi nessuno credeva in lui come atleta capace di vincere le Olimpiadi (Benedetta non ha mai avuto dubbi, con la saggezza che le dà il cromosoma in più). Il padre Marco – ex saltatore e suo allenatore – tante volte gli ha proposto di non puntare troppo in alto. Con la consapevolezza del tecnico e l’affetto del genitore. Ma niente, Gimbo ha la testa dura. Non si è voluto accontentare di “salticchiare”, come a dire di “vivacchiare”. Ma “avanti tutta”, in cerca del salto più alto, della vita più vera. Non da solo e con lo stile di chi le asticelle le supera nella vita.

Fonte: Giampaolo Mattei – Osservatore Romano

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