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La perseveranza nella preghiera

“In questa penultima catechesi sulla preghiera parliamo della perseveranza nel pregare. Così ha detto Papa Francesco durante l’Udienza Generale del 9 giugno È un invito, anzi, un comando che ci viene dalla Sacra Scrittura. L’itinerario spirituale del Pellegrino russo comincia quando si imbatte in una frase di San Paolo nella Prima Lettera ai Tessalonicesi: «Pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie» (5,17-18). La parola dell’Apostolo colpisce quell’uomo ed egli si domanda come sia possibile pregare senza interruzione, dato che la nostra vita è frammentata in tanti momenti diversi, che non sempre rendono possibile la concentrazione. Da questo interrogativo comincia la sua ricerca, che lo condurrà a scoprire quella che viene chiamata la preghiera del cuore. Essa consiste nel ripetere con fede: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore!”. Una semplice preghiera, ma molto bella. Una preghiera che, a poco a poco, si adatta al ritmo del respiro e si estende a tutta la giornata. In effetti, il respiro non smette mai, nemmeno mentre dormiamo; e la preghiera è il respiro della vita.

Come è dunque possibile custodire sempre uno stato di preghiera? Il Catechismo ci offre bellissime citazioni, tratte dalla storia della spiritualità, che insistono sulla necessità di una preghiera continua, che sia il fulcro dell’esistenza cristiana. Ne riprendo alcune.

Afferma il monaco Evagrio Pontico: «Non ci è stato comandato di lavorare, di vegliare e di digiunare continuamente – no, questo non è stato domandato -, mentre la preghiera incessante è una legge per noi» (n. 2742). Il cuore in preghiera. C’è dunque un ardore nella vita cristiana, che non deve mai venire meno. È un po’ come quel fuoco sacro che si custodiva nei templi antichi, che ardeva senza interruzione e che i sacerdoti avevano il compito di tenere alimentato. Ecco: ci deve essere un fuoco sacro anche in noi, che arda in continuazione e che nulla possa spegnere. E non è facile, ma deve essere così’.

La preghiera era la vita di San Francesco: Camminando e sedendo, in casa e fuori, lavorando e riposando (Lc).  La preghiera era il vincolo che univa anima e corpo dell’esistere di Francesco. Inviando i suoi primi discepoli a due a due per il mondo, egli ammoniva: Dovunque siamo o ci muoviamo, portiamo con noi la nostra cella: fratello corpo; l’anima è l’eremita che vi abita dentro pregare Dio e meditare. E se l’anima non vive serena e solitaria nella sua cella, ben poco giova al religioso una cella eretta da mano d’uomo (FF 1636).

Gli antichi eremiti si allontanavano dal mondo per vivere nel deserto; Francesco abita nel mondo come un eremita nella sua cella: è il corpo la cella, l’anima è l’eremita che l’abita. Egli perciò ha sempre la sua cella in cui pregare e meditare. Il mondo intero è il suo convento, perché egli porta con sé la sua cella, fratello corpo.

Non possiamo non domandarci quale è la patria di quest’ uomo contemplato da Francesco? Non sembra infatti che l’umanità a cui apparteniamo possa descriversi così. L’uomo che noi conosciamo è un egoista che adora se stesso ed è schiavo del proprio corpo che è il suo padrone.

Questo fu anche l’esperienza vissuta dal giovane Francesco, “re delle feste”. Nella sua conversione, Francesco l’originaria dignità dell’uomo, nel progetto del Creatore, avvilita dal peccato originale, causa del disaccordo tenace tra anima e corpo. La dignità originaria dell’uomo, ammonisce Francesco, consiste nell’essere creato a immagine e similitudine di Cristo: Considera, o uomo, in quale sublime condizione ti ha posto Dio che ti creò e ti fece a immagine del suo diletto Figlio secondo il corpo e a sua similitudine secondo lo Spirito ( Am V. FF 140 )..

Come la pianta che non fa sbocciare il suo frutto se non è raggiunto dai raggi del sole, così il cuore umano non si schiude alla vita vera e piena se non è toccato dall’amore. Ora, l’amore nasce dall’incontro e vive dell’incontro con l’amore di Dio, il più grande e vero di tutti gli amori possibili, anzi l’amore al di là di ogni nostra definizione e di ogni nostra possibilità. Pregando, ci si lascia amare da Dio e si nasce all’amore, sempre di nuovo Perciò chi prega vive, nel tempo e per l’eternità E chi non prega? Chi non prega è a rischio di morire dentro, poiché gli mancherà prima o poi l’aria per respirare, il calore per vivere, la luce per vedere, il nutrimento per crescere e la gioia per dare un senso alla vita.

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