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Alta Marea

ALTA MAREA

E’ il titolo di un romanzo dello scrittore statunitense Clive Cussler, il cui protagonista, Dirk Pitt, si trova coinvolto in un intrigo internazionale tra relitti di navi scomparse misteriosamente e l’immigrazione clandestina.

L’eroe nero del romanzo, l’antagonista, Qin Shang, è un uomo d’affari cinese, privo di scrupoli che ha fondato il proprio potere sul contrabbando di armi, di droga, e soprattutto di vite umane, facendosi promotore di loschi traffici d’immigrazione illegale. Certo non è un romanzo di letteratura impegnata, ma un buon passatempo, coinvolgente e ricco di suspense.

Quello che però mi ha particolarmente colpita è il tema dei clandestini trattato con buona competenza. È fantasia? Non proprio. Vengono riportate notizie accertate e lo dimostra il fatto che l’immigrazione dalla Cina sia diventata una realtà fin troppo evidente.

Nel romanzo viene descritta la trafila cui un aspirante migrante deve sottoporsi: innanzitutto spendere una cifra pari a trentamila dollari per il viaggio della speranza, senza la certezza di potersi inserire da libero cittadino negli Stati Uniti. Anzi! Alle persone di una certa agiatezza e capacità è possibile trasferirsi in qualsiasi parte del mondo e colonizzare con le attività cinesi il territorio, sempre con il benestare della patria d’origine. Ai più sfortunati che non riescono a pagarsi del tutto il prezzo del riscatto, capita di firmare contratti capestro che li obbligano a lavorare come schiavi degli aguzzini preposti al traffico di clandestini e di norma inseriti nelle attività della malavita organizzata come spaccio di stupefacenti, armi, prostituzione.

Il tutto avviene con la connivenza del governo cinese e la corruzione di alcuni funzionari statunitensi. Chi non accetta le condizioni e i più fragili, bambini compresi, vengono fisicamente eliminati con una crudeltà che ricorda le vittime dell’olocausto. Questo nel romanzo. E nella realtà?

Il fatto che i Cinesi abbiano colonizzato mezzo mondo con la loro presenza e le loro attività, è sotto gli occhi di tutti; è una marea inarrestabile che continua a salire. Che stiano influendo pesantemente sulle attività locali è un altro dato di fatto. Guardiamo alla città di Prato, famosa in tutta Europa fin dal Medioevo per l’industria tessile.

Ora “un’azienda su 8 è cinese e su 8.300 occupati, due soli gli infortuni sul lavoro denunciati, zero iscritti al sindacato, giro d’affari stimato di un miliardo e 800 milioni di euro di cui, si sospetta, un miliardo in nero” sosteneva anni fa l’assessore all’immigrazione Andrea Frattani.

La città che produce tessuti italiani non ha tratto, sui grandi numeri, nessun vantaggio. Anzi è in crisi profonda. Una città cresciuta con molta tolleranza e diversi occhi chiusi: black economy, sfruttamento della manodopera clandestina, laboratori-dormitorio dove la gente vive e lavora senza distinzioni.

Dell’integrazione di cui tutti parlano, nemmeno l’ombra. Nel mondo reale purtroppo esiste la tratta degli esseri umani ridotti in schiavitù. “Il clandestino vittima di tratta, spesso gravato dal debito contratto con chi finanzia il suo trasferimento, subisce gravi forme di sfruttamento che il nostro codice penale sanziona con i delitti di riduzione o mantenimento in schiavitù o servitù, di tratta di persone e di acquisto e alienazione di schiavi.” (Eurispes.it).

Un traffico ignobile. Lo stesso che si consuma da più di mezzo secolo nel mare nostrum! E una volta giunti in Italia: i campi di accoglienza, la lunga trafila per altra destinazione europea, la fuga forse, l’impiego, si fa per dire, come manovalanza nelle attività della criminalità organizzata nazionale ed internazionale.

Proprio nella trasmissione di “Striscia la notizia” del 23 marzo scorso è stata ripresa una zona periferica di Reggio Emilia come terra di nessuno, in un degrado ambientale spaventoso con edifici fatiscenti occupati da clandestini dediti allo spaccio di droga.

I cittadini hanno paura, tutti sanno, ma le Istituzioni … dormono. Come uscire da questo vicolo cieco? “Se il flusso migratorio continua di questo passo col ritmo di “invasione” attuale e le nascite, nel 2050 saremo più che raddoppiati.” (dal romanzo Alta marea). Si, ma come saremo? L’incontro di culture ha sempre prodotto nuove forme di civiltà, ma qui pare che lo scontro sia tremendo, per l’inserimento della malavita.

Così si ritorna alla lotta perenne tra bene e male, cultura e ignoranza, civiltà e barbarie. Sembra che siamo destinati a una società criminale e non so che cosa augurarci.

Poiché sono un’inguaribile idealista, nutro ancora qualche speranza. Lo so, non basta sperare e pregare perché tutto cambi. Occorre che uomini e donne di buona volontà facciano quel poco che possono, e optino per quella scelta che può fare la differenza. Non è facile. Accogliere i migranti è un dovere a nessuno si nega l’ospitalità. Ma sappiamo bene che a spingere alla fuga queste persone sono le condizioni di estrema precarietà e povertà dei paesi d’origine spesso martoriati da guerre intestine alimentate apposta dai signori della guerra. E finanziate dai paesi ricchi.

Questi problemi vanno risolti in loco. Un antico saggio diceva: “Date a un uomo un pesce e mangerà un giorno. Insegnategli a pescare e mangerà tutta la vita.”

E in tanti ci stanno provando tra associazioni umanitarie, missioni cristiane e cattoliche i cui membri sono ancora in prima linea e spesso pagano con la vita il loro impegno costante e determinato. Anche il viaggio di Papa Francesco in Iraq è stato un forte segno di speranza per quelle popolazioni così provate e sfortunate.

La visita alla città di Ur è stata particolarmente significativa, perché proprio da lì partì Abramo fidandosi di Dio, verso l’ignoto. Ur come luogo e simbolo di un incontro interreligioso, tra cristiani e non cristiani, perché a tutti arrivi il messaggio che non si può rimanere chiusi nei muri fisici e mentali che costruiamo per proteggerci, perché diventano prigioni e ci soffocano.

Quindi l’unico futuro possibile è rappresentato dal ritorno alla collaborazione, alla conoscenza e al rispetto reciproci.

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