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L’Arcadia di Sanremo e noi naviganti pirati

Irriducibili quelli di Sanremo, ci voleva coraggio e loro tutti lo hanno avuto a mettere in scena il settantunesimo Festival della Canzone italiana. Senza pubblico, senza giornalisti accalcati, senza fiori sanremesi disseminati come se non ci fosse un domani, senza abbracci, senza contatti, senza assembramenti, insomma un Sanremo pieno di senza. Addirittura senza un concorrente che, positivo al Covid, resta in gara con il brano registrato durante le prove. Chapeaux! Un’altra espressione sarebbe troppo irriverente per tanto tutto, troppo, niente.

La scenografia di Sanremo è un’astronave e a chi come me ha spento già varie decine di candeline ha riportato alla mente una nostalgia lontana, il cui riverbero ben collima con l’attualità: Capitan Harlock, un cartone animato dell’epoca, dove la bambina sognava che un giorno il suo eroe sarebbe venuto a prenderla per portarla via “Fammi rubare capitano un’avventura dove io son l’eroe che combatte accanto a te, fammi volare capitan senza una meta tra i pianeti sconosciuti”. E Harlock aveva un’astronave, l’Arcadia, che già dal nome è suggestiva di mondi idilliaci, fuori dalla realtà. Come noi oggi, che ci sforziamo a vivere nel quotidiano un tempo che sembra fermatosi un anno fa e sogniamo con la tenacia e la costanza dei sognatori, di tornare a quel mondo che al momento è fuori dalla realtà.

Il capitano Harlock è il manga di un emarginato perché ribellatosi al governo della Terra e all’apatia generale che caratterizza l’umanità dell’anno 2977. (come si rassomigliano le ere). Le persone vivono in uno stato di perenne indifferenza rispetto a quello che accade nel mondo e intorno a esso, le macchine hanno sostituito l’uomo nei lavori più comuni, a causa dell’avidità umana i mari sono stati quasi prosciugati e molti beni vengono attinti da altri pianeti perché ormai la Terra non ha più risorse. La classe dirigente, rappresentata dal Primo Ministro, è intenta solo a racimolare voti alle elezioni e a negare l’evidenza dei gravi problemi. Le persone che non condividono questo tipo di mentalità sono emarginate e considerate fuorilegge, come appunto Harlock e la sua ciurma o altri idealisti fuori di senno. I fuori di senno, che adorabili creature.

Ecco associo di sfuggita l’astronave di Sanremo all’Arcadia, l’astronave di capitan Harlock, l’humus dentro il quale si muove e tenta di seminare qualche residuo di buoni sentimenti e sogni, sembra uguale, il resto cambia. Qui da noi non ci sono pirati a meno che non si ricorra ad un antico Julio Iglesias con il suo “sono un pirata ed un signore” ma pare siamo parecchio fuori range.

Sanremo per la prima volta nella storia ha le poltrone vuote, rosse, in fila, come un esercito schierato in attesa di un at-tenti o un ri-poso con un mattatore Fiorello che rivendica per loro (le poltrone) un’anima silente provando a interagire con un “sù i braccioli”, “giù i braccioli” e lo show ha inizio, senza pubblico che applaude, fischia, sorride, si annoia, senza artisti che si abbracciano, si stringono, si toccano. Ho trovato una nostalgica associazione anche nei due logo, quello di Sanremo e quello del Capitan Harlock, un’alba o un tramonto, un inizio o una fine, un continuum che è speranza o urgente disperazione di volare via, oltre, altrove sulla scia di “musica leggerissima” come suggerisce uno dei brani in gara, nel silenzio assordante di parole inutili che, come un disco rotto, ripetono lo stesso ritornello di sempre.

Forse quest’anno davvero Sanremo si impone, più che si propone, con un messaggio chiaro, forte, autentico e disperato, prendendo in prestito un incipit di un altro brano, trovo che si “SI PUO’ FARE”.

Il poliedrico Max Gazzè, travestito da Leonardo Da Vinci prova a fare il verso ai mistificatori, ai ciarlatani, agli Harry Potter dei giorni nostri, che vendono pozioni magiche, spacciandole per assolutamente naturali ed efficaci per combattere lo stress, la logorroicità, la rigidità e tutte le varie imperfezioni che il mondo oggi regala. Sarcasmo e ironia sono alla base della provocazione sociale in cui è irrisa la figura dell’uomo che pensa di avere in tasca la verità e il rimedio per ogni cosa, per ogni male che affligge chicchessia, dagli sbalzi d’umore (da cui Battiato ci proteggeva con “la Cura”) dalla mania per lo shopping, dalla “pettegola che origlia” come se l’essere ficcanaso fosse una patologia incurabile, salvo poi il richiamo dirompente e vibrante ad un “Si può fare” di memoria Frankenstiana dove il delirio dell’onnipotenza si esprime in tutte le sue forme e che nel nostro brano termina la sua vibrante dissertazione di rimedi, naturali e non, con un “Aspetta cara, c’è un problema: questa camicia m’incatena un po’…Me l’hanno stretta a forza sulla schiena, non chiedermi perché, io che ne so!” .

Ed il nostro fantasioso farmacista si scopre essere un malato di mente, imprigionato da una camicia di forza. Qual sorprendente finale è mai questo dove tutti noi, dentro o fuori, al di là o al di qua, ci sentiamo, chi più chi meno, in un mondo di matti?

“Evviva i matti che hanno capito cos’è l’amore” cantava Povia ne “I bambini fanno O” e del resto che cos’è la nostalgia che respiriamo guardando Sanremo e sognandone un altro? La definizione che meglio calza di questi tempi è quella che circola in rete e poco importa a chi sia affibbiata e perché, l’importante è il suo senso: che cos’è la nostalgia?  È l’amore che resta.

Irriducibili ed imperterriti noi che guardiamo le poltrone vuote di Sanremo con nostalgia.

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