Dall’edizione del 4 Aprile 2020 pag 12

Caterina  La Torella

 

Quali sono i nostri giorni perduti?
Quelli che stiamo vivendo adesso, in un tempo sospeso, bloccato, che pare non abbia più senso? A pensarci bene è anche il titolo di un bel racconto di Dino Buzzati, uno dei più grandi autori del Novecento, e che oggi più che mai sembra suggerirci qualche riflessione. Ci ripensavo in questi giorni, in questo “regime obbligato” da reclusi che sembra avere fermato la vita, il lavoro, abbia spento la gioia e ci rifili invece quotidianamente notizie brutte, allarmanti, quasi sempre distorte. Anche dai nostri magnifici informatori televisivi che, mentre ci esortano a fidarci dei professionisti dell’informazione, cioè loro, non riescono a dare una notizia positiva o un barlume di speranza e cadono loro
stessi nella rete delle fake news. L’ultima? La telenovela dell’Avigan, il farmaco che sarebbe stato utilizzato in Giappone, e che sarebbe risultato efficace contro il Covid 19. Peccato che tutto si basasse sul video fatto da un ragazzo male informato.
Si è poi scoperto che il farmaco era stato ritirato dal mercato in Italia nel 2012 per gravi effetti
collaterali (depressione che poteva indurre al suicidio) e che comunque non cura la malattia in questione, ma evita che il quadro clinico del paziente peggiori. Ma si sa bene che le notizie attraggono e sfondano se sono presentate in un certo modo, sempre lo stesso: catastrofico, apocalittico, fuori controllo. E il nostro panico cresce e cresce a dismisura la nostra sfiducia. Ma non è di questo che oggi voglio parlare, ma appunto dei “giorni perduti”, partendo proprio dal racconto di Dino Buzzati che si intitola così, in modo quanto mai calzante con la situazione che stiamo

vivendo.

Per chi non avesse letto il racconto di Buzzati, ne faccio un breve riassunto: Ernst Kazirra, il protagonista, padrone da pochi giorni di una sontuosa villa, rincasando scorge un uomo uscire da casa sua con una cassa sulle spalle, caricarla su un camion e partire. Si decide a seguirlo per scoprire che cosa quel “ladro” gli abbia rubato e dove si diriga. Scopre così che lo sconosciuto, fermatosi sul ciglio di un profondo fossato, vi scaraventa la cassa che va ad aggiungersi a migliaia di casse uguali, ammassate là. Incuriosito Kazirra chiede all’uomo che cosa contengano mai e si sente rispondere “I tuoi giorni perduti. I giorni che hai perso…. Che ne hai fatto? Guardali…” Il protagonista scende nella scarpata e ne apre qualcuno. In uno ritrova Graziella, la sua fidanzata che se ne andava per sempre senza che lui neppure la chiamasse. Ne apre un altro: c’era suo fratello in un letto d’ospedale, stava male e lo aspettava. Ma lui era in giro per affari.
Ne apre un terzo per vedere il suo cane fedele, Duk, che lo attendeva da anni, ma lui neanche si sognava di ritornare. Ed è così che scopre chi è veramente il ladro, che cosa ha rubato e come lo ha fatto. In realtà è proprio lui, “ladro” dei suoi stessi giorni, che gli sono sfuggiti come granelli di sabbia tra le mani. Si è derubato dei suoi affetti più cari, dei rapporti umani più autentici delle persone e del cane che gli erano affezionati per inseguire le sue ambizioni, la ricchezza materiale, la sua affermazione professionale e sociale.
È la condizione dell’uomo di oggi che si è costruito una trappola con le proprie mani e che normalmente nella quotidianità, preso da mille impegni per assicurarsi un buon livello di vita, tende a trascurare la dimensione più profonda del proprio essere, l’affettività e i sentimenti. Senza mai fermarsi, con livelli di stress fuori controllo.
A ben guardare non è stato tanto il Covid 19 a farci ammalare, ma il sistema in cui siamo ingabbiati.
Società globalizzata, consumistica e senza frontiere o confini, che lascia circolare di tutto, virus compresi. Sembra che siamo tutti stretti in un abbraccio mortale. Sono oltre cinquant’anni che gli scienziati ci stanno avvisando degli effetti deleteri dell’inquinamento sull’ecosistema, di uno sviluppo e uno sfruttamento selvaggi delle risorse che ci avrebbero portato ad un punto di non ritorno, sugli sconvolgimenti climatici e via discorrendo.
E Greta Thunberg, la ragazzina svedese che lo ha denunciato e ci ha speso tempo ed energie, rinunciando a viaggiare in aereo per non aggravare lo stato di salute del pianeta, è stata quasi ignorata se non derisa dai politici di mezzo mondo. Quegli stessi che avevano ritenuto questa epidemia poca cosa, una banale influenza, e si sono ritrovati loro stessi ad affrontare l’onda dello tsunami. Bene è stata proprio questa “banale influenza” a mettere in ginocchio tutto il sistema globale che con tanta presunzione ci eravamo costruiti.
Adesso assistiamo quasi impotenti alla strage mondiale da Covid19, cercando colpevoli, responsabilità e soluzioni. Però, stranamente, nessuno si ritiene responsabile del numero altissimo di decessi dovuti ogni anno all’inquinamento, all’alcolismo e alle altre dipendenze, alle “stragi del sabato sera”, e men che meno pensa alle aree più povere del pianeta dove ancora si muore quotidianamente, nell’indifferenza dell’opulenta società occidentale, di malaria, di AIDS e di ebola, oltre che di fame. E adesso? Costretti, almeno la maggior parte a fermarsi, a mordere il freno e a stare in casa per forza, inquieti e pronti a ripartire, stufi di perdere tanto tempo. Ma sono davvero giorni perduti questi? Forse potremmo chiamarli “i giorni ritrovati” per fare il punto della situazione, un bilancio su come abbiamo speso il nostro tempo fino ad ora. Ed è inutile nascondersi nel buonismo spiccio, negli elogi che le Istituzioni rivolgono al popolo italiano per come sta affrontando la situazione, con responsabilità. Guardiamo in faccia la realtà. Fino al 10 marzo ed oltre, nonostante le raccomandazioni delle istituzioni, ognuno ha continuato a fare di testa propria, a frequentare locali, palestre, piscine, a viaggiare, dimostrando semplice e puro egoismo.
S

iamo tutti diventati “responsabili” quando ce lo hanno imposto, prima coi decreti e poi con i controlli e le relative multe. Mi ero chiesta come mai un popolo egoista in cui ciascuno pensa solo a se stesso, sia divenuto improvvisamente unito e altruista.
Il cambiamento interiore non avviene d’improvviso, ha bisogno di un lungo cammino o, più verosimilmente di regole imposte. Stiamo chiusi e rinunciamo alla socialità per due ovvi motivi: la paura che gli altri ci contagino, e le regole che ci hanno imposto, per non incorrere nella denuncia penale. La paura è un grande deterrente e i nostri governanti lo sanno. Mi ritorna in mente il romanzo di Orwell “1984”; sembra di vivere in quel clima di terrore e di menzogna imposto dal Grande fratello, e con i metodi della psicopolizia. Ci stanno trasformando nei guardiani gli uni degli altri, vogliono che ci controlliamo a vicenda, che arriviamo a denunciare chi non si comporta secondo le regole. Scene inquietanti al di fuori dei supermercati dove qualche signora si lamenta perché il tal dei tali viene troppo spesso fare la spesa e non solo una volta a settimana.
Non oso pensare a che cosa succederà a breve.
Stiamo innescando una bomba sociale che può esploderci tra le mani. Resta poi il rovescio della medaglia: le associazioni di volontariato che si stanno impegnando con altruismo e abnegazione, l’operato indispensabile e prezioso del personale sanitario, la spesa solidale, l’aiuto concreto che ancora qualcuno, per fortuna, dà ai vicini in difficoltà. Piccoli gesti, una goccia nel mare, ma importante e necessaria. Come è importante pensare e chiederci come Kazirra: “Che ne ho fatto del mio tempo?” Lui implora l’uomo delle casse di restituirgli qualche giorno perduto, almeno quelli che ha aperto e vuole addirittura pagare per questo, confidando nell’unico valore per lui importante: i soldi. Con quelli si può comprare tutto o quasi. Ma “lo scaricatore fece un gesto con la destra, come per indicare un punto irraggiungibile, come per dire che era troppo tardi e che nessun rimedio era più possibile.
Poi svanì nell’aria, e all’istante scomparve anche il gigantesco cumulo delle casse misteriose. E l’ombra della notte scendeva.” Non si può escludere il nostro passato: arriverà inevitabilmente il momento in cui si dovrà renderne conto. Ogni giorno una cassa, ogni giorno archiviato e messo via, sprecato: quante emozioni, quanti sentimenti, quante occasioni di felicità abbiamo perduto. E noi che li abbiamo vissuti così, senza un briciolo di riflessione, comprendiamo allora che avremmo potuto o dovuto agire diversamente, che ormai non si può più tornare indietro e che al bivio abbiamo imboccato una strada a senso unico. O come il protagonista del racconto abbiamo preferito il lavoro, l’avidità, l’egoismo a scapito dell’amore, dell’amicizia, dei nostri cari. E alla fine rischiamo di scoprire che le nostre disgrazie sono l’effetto dei nostri comportamenti irresponsabili. Qualunque sia il bilancio che facciamo del nostro vissuto ricordiamoci comunque che il passato è andato, è irrecuperabile, il domani incerto, ma oggi è il dono. E da oggi ciascuno ricominci a vivere.

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