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“Resta con noi, Signore”

Lectio divina tenuta giovedì 7 novembre,
durante il secondo giorno del IX convegno ecclesiastico della Chiesa di Ischia, da Giovanna Abbagnara, 
della Fraternità di Emmaus.

Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. (Lc 24,25-29)La pagina evangelica di Emmaus è piena di fascino e di sollecitazioni. È difficile scegliere la prospettiva giusta dalla quale leggerla e meditarla. Ho letto molti commenti in questi anni e ognuno ha acceso in me una luce che rischiarava tutto l’episodio. Jean Guitton, filosofo e teologo del Novecento ha scritto: “Se dovessi scegliere nel Vangelo una pagina che vorrei salvare dal nulla, sarebbe quella dei discepoli di Emmaus”. Nella delusione e nel senso di fallimento di Cleopa e del suo compagno, Guitton rileva quella domanda che lungo i secoli attraversa la storia e il cuore di ogni uomo: qual è il senso della vita? Perché la fragilità e la paura prendono il sopravvento sulla speranza? Perché sembriamo soccombere sotto il peso del male che ci circonda? Perché nonostante tutte le nostre strategie pastorali non riusciamo a trasmettere la bellezza della fede?
Scrive il papa in Evangelii gaudium: “L’ansia odierna di arrivare a risultati immediati fa sì che gli operatori pastorali non tollerino facilmente il senso di qualche contraddizione, un apparente fallimento, una critica, una croce. […] Si sviluppa la psicologia della tomba” (EG 82-83). È quella che colpisce anche i discepoli, non riescono ad andare oltre il fallimento, le cose non sono andate come credevano. Quante volte anche noi ci lamentiamo che le cose non sono come le avevamo sognate: mio marito non è proprio il principe azzurro; mia moglie è un’eterna brontolona, i figli prendono strade diverse da quelle che pensavamo.
Emmaus è un’icona della fatica che accompagna la storia e i passi dell’uomo. I discepoli sono il segno che quando non comprendiamo i disegni di Dio, preferiamo darci alla fuga, ritornare al come eravamo, chiusi in una nostalgia tanto sicura quanto vuota e triste.
Ma è proprio lì che spesso cambia tutto. Per capire il perché questa pagina è annoverata tra quelle più belle che parlano di vita e di risurrezione, dobbiamo entrare nella notte insieme ai discepoli di Emmaus. È in quella fuga, in quel matrimonio sbagliato, nella ribellione di un figlio che non vuole crescere, nella malattia che arriva e mette a soqquadro una intera famiglia, in quella comunità parrocchiale che proprio non vuole ascoltare, che un Viandante si accosta e sfida le tenebre, accende una lampada, costringe a rileggere gli eventi dolorosi della vita alla luce di quella Parola, che ci libera dalla prigionia dell’oscurità e dell’incomprensione.
Due anni fa sono stata chiamata di sera da un amico frate che mi chiedeva aiuto per una ragazza di 18 anni. Era in attesa ed era tutto pronto per l’interruzione di gravidanza, il padre del bambino un ragazzino malavitoso non doveva sapere. Pena il rischio della vita per tutti. L’indomani mattina mi sono svegliata presto e mentre pregavo e macinavo i chilometri che mi separavano dall’incontro con Chiara, mi dicevo: “Signore mi chiami a portare una parola di vita. Donami tu le parole più adatte per raggiungere il cuore di questa ragazza”. Durante il colloquio capii che non c’era tempo da perdere, Chiara doveva essere allontanata subito dalla sua casa e dal suo Paese. C’era da superare solo la sua resistenza, le dissi: fidiamoci insieme di Dio e lei abbassando gli occhi, mi disse di sì. Sono tornata a casa con quel pulcino impaurito e il suo bambino.
Chiara è stata qualche mese in una delle nostre case di accoglienza che abbiamo come Fraternità di Emmaus ma poi è venuta a stare a casa con me e la mia famiglia. Abbiamo condiviso tutto, le visite durante la gravidanza, i momenti di ribellione, le paure, tutto il quotidiano di una famiglia. Non abbiamo mai cercato di educarla o indottrinarla in qualche modo. Certo siamo stati per lei genitori perché un figlio, naturale o affidato ha bisogno di direzioni di senso. Ha bisogno che i genitori non rinuncino al ruolo educativo. E quando non sono in grado, la Chiesa dovrebbe interrogarsi su come aiutarli ad essere guide forti e sagge per i propri figli. Chiara è stata una luce. Miriam, la sua bambina è nata nel mezzo di un’estate calda e torrida, con mio figlio alle prese con la maturità e la scelta universitaria, il lavoro mio e di mio marito, le vacanze che si potevano rimandare ma con la gioia nel cuore di chi riconosce che tutto è nelle mani di Dio.
Ci siamo accorti che Chiara per noi è stato come il Viandante per i discepoli di Emmaus. Ci ha aperto il cuore a comprendere che la Parola è viva ed efficace quando davvero mette in subbuglio e a soqquadro la tua vita. Quando ti chiede di rivoluzionare tutto a partire dall’altro. I nostri fallimenti e le nostre sconfitte di fronte alle sofferenze di Chiara ci sembravano piccole e insignificanti. Questo fa l’amore, ci rimprovera, “stolti e lenti di cuore”, poi ci istruisce “cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” e infine quando sembra che voglia allontanarsi da noi, ci invita a formulare una delle più belle preghiere mai messe sulla bocca dell’uomo: “Resta con noi”, “Resta con noi, perché si fa sera”.
È la preghiera più autentica, quella che manifesta la fede nella sua essenzialità. Quella che ci fa riconoscere che solo Gesù è il bene essenziale, il sommo bene, la perla preziosa. Nel brano che abbiamo letto che costituisce la seconda parte del brano lucano, Gesù è il protagonista, prende la scena. Dopo aver accolto la tristezza e la delusione, dona la direzione. La fede non deve mai e solo essere un luogo di ascolto dei bisogni, deve spalancare le porte a Cristo. Senza paura. Altrimenti rischiamo di trasformarci in delle opere sociali ma ci viene chiesto molto di più. Nel diario di una mistica del Novecento, Gabrielle Bessis, sono appuntate solo le parole che Gesù le rivolge, che sussurra al suo cuore. Manca l’elenco delle richieste che si fanno a Dio. È Dio che dobbiamo ascoltare. Quando il Maestro parla e resta è Pasqua. La vita comincia a scorrere di nuovo nelle vene, era Pasqua per la nostra famiglia quando abbiamo sentito il primo vagito di Miriam in quella sera calda d’estate, è Pasqua quando lasciamo che la morte sia da Cristo trasformata in vita.
Viene un momento nella nostra vita che non abbiamo più bisogno di idee, di concetti, di teorie. L’unica cosa che conta è che Lui è con te, non sappiamo quale sarà la nostra vita, come andrà quella malattia, quanto mi costerà restare fedele al mio matrimonio, al mio sacerdozio, desideri solo che Lui resti con te, che resti con noi. Perché insieme a Lui possiamo staccarci finalmente dal sepolcro, possiamo riprendere la via della fuga e trasformarla nella strada del ritorno.
E Gesù cosa fa? “Entrò per rimanere con loro”. Dove entrò? Il Vangelo non lo dice ma possiamo dare al luogo dove Gesù entra la definizione di casa. A me piace molto pensare così. Gesù entra nel cuore, nella vita, nella casa di questi discepoli. È qui che avviene la rivelazione, è qui in questo spazio che si fa pane. Così la casa non è più secondo la logica del Vangelo un luogo privato ma la dimora di Dio, il luogo dove Egli rinnova l’alleanza, veste l’ordinario di una luce nuova. Nella famiglia “se il buon Dio diventa il Primo servito” come amavano ripetere i santi Luigi e Zelia Martin, genitori di santa Teresa di Gesù Bambino, tutto acquista un nuovo sapore e una nuova luce.
È vero, i giornali spesso ci dicono che la casa non è più un luogo sicuro, spesso il male si annida proprio nelle famiglie, inquina i legami, innalza barriere. Emmaus ci ricorda che abbiamo bisogno forse di ripartire proprio dalla casa, evangelizzando gli sposi, educandoli ad invocare la presenza del Signore, a far risuonare questo grido: “Resta con noi”, ad aprire il cuore ad accogliere i fratelli più poveri e bisognosi. Questo è un proprium di una famiglia cristiana. Chi più di una famiglia sa cosa vuol dire mettersi da parte perché l’altro sia felice, chi più di una famiglia sa tessere quella rete di atterraggio dove ognuno può trovare la salvezza? È spezzare il pane dell’amore che si dona che apre i nostri occhi, ci fa uscire dalle nostre pretese e spalanca il cuore alla gioia della Resurrezione.
Insieme allora in questa seconda giornata di lavori della Chiesa di Ischia insieme vogliamo pregare:
Resta con noi Signore,
quando stanchi e delusi non sappiamo rinnovare la nostra alleanza con te
e fuggiamo dalla vocazione che Tu ci hai donato.
Resta con noi Signore,
quando siamo tentati di fuggire dalle nostre responsabilità
e cercare un luogo dove la tua Parola non risuoni.
Resta con noi Signore,
quando le nostre case diventano solo un comodo rifugio
e non il luogo dove si innalza a Te la lode.
Resta con noi,
nelle nostre comunità parrocchiali
e insegnaci a restare in ginocchio davanti a te,
a nutrirci di Te,
e con la forza di questo pane, ripartire verso Gerusalemme con la fretta di Maria
che vuole comunicare la gioia del Vangelo.
Amen

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