L’algoritmo della guerra e il peso dell’umano

Una riflessione su Naza

C’è una parola nel gergo dell’intelligence militare che è diventata il simbolo di una ferita profonda: Naza. Questo termine – che indica il calcolo burocratico del «danno collaterale» considerato accettabile – dà il titolo al documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, premiato alla Mostra del Cinema di Venezia. Attraverso le voci anonime di militari e analisti, il film mostra il volto sconcertante dell’intelligenza artificiale, dei tracciamenti e della sorveglianza usati per gestire i conflitti. Ma Naza fa molto di più che denunciare: interroga la nostra coscienza, mettendoci di fronte al modo in cui la guerra oggi viene combattuta due volte, sul campo con le bombe e sugli schermi con le parole e le immagini manipolate.

​Ciò che ferisce di più, guardando le interviste, è la fredda naturalezza con cui gli operatori raccontano la loro routine. Nelle loro parole non c’è un odio feroce, ma qualcosa di ancora più raggelante: la rassegnazione di chi si sente solo un piccolo ingranaggio. Con in mano la vita di migliaia di persone, questi ragazzi agiscono come se stessero giocando a un videogame di strategia. Lo schermo e i tasti creano una distanza che anestetizza, trasformando la decisione di uccidere in un gesto meccanico, fatto tra una pausa e l’altra della giornata.

​È qui che l’Intelligenza Artificiale mostra la sua faccia più pericolosa. Non è più solo un aiuto tecnico, ma un vero e proprio braccio operativo che macina dati, scova bersagli e produce liste di persone da eliminare a ritmo continuo. In questa guerra algoritmica, la responsabilità personale finisce per dissolversi: chi preme l’interruttore scarica la colpa sul software, convincendosi di eseguire semplicemente una scelta neutrale suggerita dalla macchina.

​Questa disumanizzazione si riflette poi nel modo in cui la guerra ci viene raccontata. La propaganda riordina e pulisce i fatti per il pubblico: i crimini diventano “esigenze tattiche” e la sofferenza reale delle persone scompare dietro un linguaggio tecnico e edulcorato. Intanto, la sorveglianza digitale penetra nelle case, riducendo la vita quotidiana di intere famiglie a un insieme di dati da spiare. È la versione moderna di un potere antico e terribile, il ius vitae ac necis con cui nel mondo romano si decideva della vita e della morte altrui; oggi quel potere si nasconde dentro le righe di un codice informatico, pronto a cancellare una vita con un semplice click.

​Di fronte a tutto questo, una domanda ci sale dal cuore: da dove nasce questa facilità nel rinunciare alla nostra umanità? L’odio e la violenza cominceranno sempre con la de-umanizzazione dell’altro, quando smettiamo di vederne il volto e di chiamarlo per nome. Per chi crede, ridurre una persona a un dato statistico è una forma profonda di peccato: è la pretesa di mettersi al posto di Dio. Ogni uomo e ogni donna sono creati ad imaginem dei, a Sua immagine, e il Vangelo ci ricorda che Cristo si riconosce proprio in chi è debole, scartato o schiacciato dal potere.

​In questo orizzonte, la Dottrina Sociale della Chiesa ci offre una bussola limpida. Ci ricorda che la coscienza e la responsabilità morale sono sempre personali: non si possono delegare a un algoritmo. Un programma può fare calcoli complessi, ma non avrà mai un cuore per provare pietà né la capacità di distinguere il bene dal male. Giustificare le vittime in nome di un calcolo militare significa cedere a una «struttura di peccato», un sistema che organizza l’orrore per farcelo sembrare accettabile.

​Oggi rimanere umani è un vero atto di resistenza. Significa non rassegnarsi all’idea che la tecnologia sia neutrale, rifiutare le narrazioni di comodo e ricordare a noi stessi che ciò che è tecnicamente possibile non è mai, per ciò solo, eticamente giusto. Significa scegliere l’incontro, la cura e la verità, restituendo un nome e una dignità a chi rischia di diventare solo un numero su un report di guerra.

​Naza non è un film che si guarda e si dimentica; è un’esperienza che ti entra dentro, che ti ferisce e ti cambia. Si esce dalla sala cinematografica con le lacrime agli occhi e il cuore pesante, con addosso tutto il peso di un’umanità ferita dalla cattiveria e da una storia che non trova giustificazioni. Ma quelle lacrime non sono un segno di debolezza: sono la prova che la nostra compassione è ancora viva, che il nostro cuore non si è indurito e che la nostra coscienza sa ancora indignarsi.

​Guardare questo documentario ci chiede di non voltare lo sguardo dall’altra parte. La pace e la giustizia non nasceranno mai dai calcoli di un algoritmo o dalle bugie della propaganda, ma solo dalla nostra capacità di assumere una responsabilità profonda, di convertire il cuore e di cercare, sempre, la verità.

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