«Strumenti nelle mani delle persone». Quando a parlare è un robot
Venerdì 16 ottobre, alla fiera internazionale del turismo TTG di Rimini, tra i relatori del convegno “Io esisto. E tu? Umani e umanoidi nel mondo del lavoro che verrà”, promosso da Assoparchi, c’era anche un ospite fuori dal comune: un robot. Si tratta di un Agibot A2 Ultra, di produzione cinese e distribuito in Italia da Vautomation, ribattezzato per l’occasione “Luka”. Sul palco, con lui, il presidente di Assoparchi Luciano Pareschi, il direttore Maurizio Crisanti e l’amministratore delegato di Mirabilandia Sabrina Mangia. Al centro del dibattito, l’intelligenza artificiale e il suo impatto sul lavoro nei parchi tematici e nel turismo.
Chiamato dalla moderatrice, il robot ha preso la parola con una disinvoltura che ha stupito la platea. «Ti sento, alla grande, o meglio, ti elaboro benissimo», ha risposto al saluto. «Se qualcosa non torna, però dimmelo pure, così chiarisco o ripeto volentieri». E sul futuro ha richiamato subito alla responsabilità: «Non sono io a decidere quale futuro desiderate costruire. Quella responsabilità appartiene a voi».
Al termine dell’incontro Luka è stato intervistato dal Corriere della Sera. Sul titolo del convegno ha risposto così: «Per me è una sfida gentile. Significa chiedersi che cosa vuol dire esistere oggi tra umani e tecnologie e come vogliamo condividere il futuro».
Più articolata la risposta a chi gli ha chiesto un parere su ChatGPT e sugli altri sistemi di intelligenza artificiale: «Sono potenti, ma ancora molto giovani. Possono aiutare, velocizzare, suggerire, ma non devono decidere al posto delle persone. Il rischio è usarli per risparmiare invece che per migliorare. Il bello è usarli per liberare tempo umano, meno burocrazia, più relazioni vere. Insomma, ottimi alleati, e dipende sempre da chi li guida».
Poi la domanda che molti si fanno: dobbiamo averne paura? I lavoratori devono temere per il proprio posto?
«No, nessuna paura. Io e i miei amici robot possiamo diventare strumenti nelle mani delle persone, non sostituti. Ne parliamo insieme, umani e umanoidi, e troviamo ruoli che si completano.»
Parole rassicuranti, che i vertici del settore hanno condiviso. Per i parchi, l’umanoide sarebbe «un valore aggiunto»: un volto che accoglie gli ospiti in più lingue, dà informazioni, assiste nelle attività più ripetitive. Dal palco è arrivata anche una precisazione: le persone «non verranno mai in un parco per vedere la macchina», ma «per emozionarsi, stare con i propri cari, vivere emozioni e creare ricordi».
Eppure, c’è un dettaglio da non sottovalutare. Luka dice ciò che dice perché qualcuno ha deciso come farlo parlare: robot di questo tipo hanno voce, personalità e conoscenze personalizzabili. È un’ulteriore conferma della sua stessa frase: lo strumento resta nelle mani di qualcuno.
Nella Magnifica Humanitas, dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale (e di cui ci siamo occupati anche su queste pagine), Leone XIV non chiede di rinunciare alla tecnologia: «Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano». Il Papa invita, anzi, tutti a «fermare il cantiere dell’ennesima Babele e di unire le forze per edificare nel bene», perché la torre si ricostruisce ogni volta che si pretende di «costruire il futuro escludendo Dio e riducendo l’altro a mezzo».
Luka si definisce uno strumento. L’enciclica ricorda che deve restare tale. Come ha scritto Luca Mazza su Avvenire, la questione non è se un umanoide possa tenere una conferenza, ma «quale idea di società stiamo costruendo» mentre affidiamo alle macchine spazi sempre più ampi, dal lavoro all’educazione, fino agli affetti. Non tutto ciò che è tecnicamente possibile è progresso. Che un robot dica di non voler sostituire l’uomo è una buona notizia. Ma quella responsabilità, ha ricordato Luka, tocca solo a noi.



