Intervento del prof. Francesco Asti in occasione del terzo incontro della Assemblea Sinodale Diocesana
Prosegue il cammino sinodale della Diocesi di Ischia, arricchito dalla recente pubblicazione della Lettera pastorale per l’anno 2025-26 del Vescovo Carlo, che si inserisce pienamente nel percorso del Sinodo voluto da Papa Francesco e continuato da Leone XIV. Il Sinodo, dopo la fase conclusiva, con la terza Assemblea tenutasi a Roma il 25 ottobre scorso, si avvia a diventare operativo in modo permanente, “come un seme gettato nel campo del mondo della Chiesa”, come si legge nel Documento finale dell’ottobre 2024. Nel Documento si legge anche: “A tutte le Chiese locali chiediamo di proseguire il loro quotidiano cammino con una metodologia sinodale di consultazione e discernimento, individuando modalità concrete e percorsi formativi per realizzare una tangibile conversione sinodale nelle diverse realtà ecclesiali”.
Dunque inizia un nuovo cammino che deve inglobare quanto abbiamo appreso nel percorso sinodale fino ad oggi, affinché sia messo in atto nelle pratiche ecclesiali quotidiane. In questa ottica, come già detto, si inserisce la Lettera di Mons. Villano per l’anno pastorale appena cominciato. Per tale motivo la Diocesi ha offerto ancora una occasione di confronto e discernimento attraverso la presenza del prof. Francesco Asti, preside della Pontificia Facoltà teologica dell’Italia Meridionale, che ha voluto donarci, nella serata dell’11 novembre scorso, presso la Parrocchia San Ciro Martire, una illuminante riflessione sul contenuto della Lettera pastorale.
L’intervento del prof. Asti ha dato poi lo spunto per un momento formativo, voluto dal Vescovo, un confronto secondo il metodo sinodale già utilizzato nelle due precedenti Assemblee, durante il quale i partecipanti hanno potuto confrontarsi nei tavoli sinodali, nei locali della parrocchia, su quanto ascoltato.
Il prof. Asti, con linguaggio accessibile a tutti, ha riletto la Lettera pastorale del Vescovo, soffermandosi sui punti salienti e fornendo ai partecipanti uno schema sintetico sul quale riflettere e intorno al quale proseguire nel cammino ecclesiale.
Asti ha ricordato che la frase che dà il titolo alla Lettera “Camminiamo nella carità”, è tratta dalla Lettera agli Efesini, una lettera – ha detto – che san Paolo ai suoi tempi, come oggi il Vescovo, scriveva ad una comunità per fornire supporto e incoraggiamento e chiarire gli insegnamenti evangelici. Nella stessa Lettera san Paolo consiglia infatti agli Efesini di farsi “imitatori di Dio”, impresa che può sembrare impossibile e che invece è proprio il progetto che Dio stesso ha per noi, ha precisato Asti. Un progetto che si realizza a partire da quella esortazione che costituisce il titolo della Lettera del Vescovo, si diventa infatti imitatori di Dio camminando insieme nella carità. Ma questo vuol dire camminare nell’amore (caritas deriva dal latino carus, che significa amato). La Lettera del Vescovo parte dunque da questo presupposto, reso evidente dai titoli dei singoli paragrafi: 1. L’amore ci abbraccia e ci spinge…; 2. …oltre le frontiere; 3. …con slancio missionario e conversione pastorale.
Questo percorso nel segno dell’amore presuppone prima di tutto che l’amore sia autentico e che di conseguenza possa e debba manifestarsi essenzialmente nella relazione. Esso trae origine dall’amore che nasce nella relazione con Cristo e si allarga, come naturale conseguenza, non solo all’altro, ma a tutta la comunità:
«Non possiamo pensare che la nostra fede sia un evento personale e non anche relazionale, c’è sempre relazione con qualcosa. Quindi: l’amore genera la relazione e di conseguenza la comunione. Tale comunione è l’esperienza dell’amore di Cristo, che ci fa cristiani. L’esperienza dell’amore di Cristo che noi facciamo genera la comunione».
Nella Lettera il Vescovo precisa che la naturale conseguenza della comunione che deriva dall’amore abbatte gli steccati e le barriere, sia quelle personali, sia quelle parrocchiali, ha precisato Asti:
«Stasera non siamo qui come una assemblea condominiale, dove ognuno difende i suoi interessi, siamo qui perché l’amore ci spinge a fare comunione. Siamo tutti diversi tra noi per esperienza, cultura e abitudini, ma ci unisce l’amore per Cristo. L’amore genera comunione, passione per l’altro, senso di responsabilità».
L’amore segna anche l’abbattimento di quello che Asti ha definito “narcisismo spirituale”, malattia che affligge coloro che pensano che le conquiste spirituali, nella relazione con Dio, siano un fatto personale, da custodire gelosamente come segno di privilegio. Questo tipo di atteggiamento non consente la trasmissione dei doni che Dio ci ha dato e blocca il processo di comunione.
Allo stesso modo risulta pericoloso un altro atteggiamento che Asti ha definito “sindrome di Calimero” che porta le persone ad autoescludersi, perché si sentono inadeguate, non sufficientemente dotate, sono persone che vogliono sempre essere invogliate, spinte e convinte ad agire:
«Come l’autoreferenzialità, anche questo atteggiamento è negativo, è il negativo dell’amore».
Esistono senza dubbio delle differenze, noi non siamo tutti uguali, ma le differenze sono una ricchezza, non un limite, come ci ricorda anche san Paolo, che scrive che la Chiesa si edifica sulla differenza dei carismi. Ciò che fa riconoscere i carismi è il discernimento nutrito dall’amore e certamente non le rivalità o le gelosie:
«Nessuno deve dispiacersi dei doni degli altri e della possibilità di mettere questi doni al servizio della comunità. L’amore entra nella pienezza laddove noi riconosciamo la differenza».
A tal proposito il prof. Asti ha ricordato la parabola del seminatore: il seminatore esce per seminare nel suo campo, ma non tutti i semi fruttificano, alcuni infatti vanno persi e nel campo non tutti fruttificano allo stesso modo, pur trovando terreno sul quale crescere. La differenza di frutto dipende infatti dalle condizioni di crescita: esposizione al sole, pioggia, vento, presenza di erbacce, esattamente come nelle nostre vite, dove le circostanze esterne generano differenze, successi o insuccessi. Quindi le differenze vanno accettate con amore. Questo è quello che il Vescovo intende quando nella Lettera parla di “superamento delle frontiere”, si tratta cioè di accettare i nostri limiti e difetti, di far entrare in noi la luce di Cristo, operazione che consente di accettare noi stessi per poi poterci proiettare con amore verso gli altri. Cristo ci sostiene quando siamo deboli e piccoli, perché nella coscienza dei nostri limiti e con il sostegno del suo amore possiamo provare ad essere suoi imitatori.
Citando Papa Leone, il Vescovo afferma poi nella Lettera che “la comunione fa splendere l’unità e lo Spirito apre le porte”, questo significa che tutto il processo non è attuabile senza la forza dello Spiritò Santo:
«Senza Spirito Santo “Dio è lontano, Cristo è nel passato, il Vangelo è lettera morta, la Chiesa una semplice organizzazione”. Solo lo Spirito santo ci mette in condizione di uscire e mostrare tutto l’amore di Dio, senza Spirito Santo siamo una società, ma non siamo Chiesa». Infine il prof. Asti ha toccato il tema della santità: l’amore muove la Chiesa e la santità non è altro che l’esperienza del vivere la comunione delle differenze nella continua ricerca dell’unità, in essa infatti non vi sono differenze di razze, condizioni sociali o appartenenza a gruppi. Un santo è l’espressione vivente dello spirito di comunione che non lascia indietro nessuno, ma si accompagna ad ogni uomo o donna di buona volontà.






