Quante volte abbiamo ascoltato il passo del Vangelo: “se aveste fede quanto un granello di senape”. Esso vuol dire che avere anche una fede piccolissima, ma vera e sincera, genera una forza immensa capace di fare cose grandi. Ma cosa è la fede? È avere fiducia in una realtà o verità che non si vede; in ambito spirituale è credere in Dio. Avere fede, quindi, implica un rapporto vivo con Dio, non confinato alla semplice osservanza dei suoi comandamenti, ma capace di trasformare l’esistenza del fedele. È credere in lui, avvertire la Sua presenza nella propria vita, anche quando tutto sembra crollare attorno a noi.

Gesù ha detto: ”Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me non morirà in eterno”. Avere fede è smettere di pensare che tutto dipende da noi, o dalle nostre forze e abilità eventuali, e permettere a Dio di diventare la nostra ancora di salvezza. Ciò comporta un necessario distacco dagli attaccamenti materiali e anche spirituali. Significa iniziare a usare le cose senza farle diventare i nostri idoli, in poche parole implica possederle senza esserne posseduti, e non sentirsi neanche dipendenti da qualcuno o qualcosa, senza sentirsi perduti. Avere fede in Dio vuol dire avere una fiducia sconfinata in Lui in ogni frangente, anche nei momenti difficili ma ringraziarlo sempre per tutto ciò che di bello capita nella nostra vita, se solo siamo in grado di aprire il cuore e vederlo.

Fidarsi di Dio è anche avere la certezza che lui non ci lascia mai soli. Spesso questa vicinanza si manifesta non con eventi straordinari ma attraverso il sostegno di chi ci è accanto. Grande ruolo, in questo, ha la comunità parrocchiale; l’affetto delle persone vere e sincere aiuta a superare le difficoltà, perché è così che ogni peso si dimezza e ogni gioia si moltiplica. Anche Gesù, con il suo comandamento nuovo dell’Amore, insegna ad amare il prossimo come se stessi e servire gli altri con gratuità, amore e solidarietà concreta, senza per questo aspettarsi per forza qualcosa in cambio. Tutti noi rincorriamo falsi idoli: la carriera, il denaro facile, amicizie interessate che possono tornarci utili, considerazione e visibilità che spesso portano a dipendenze di ogni genere.

Piuttosto che sentire la presenza di Dio nella nostra vita ricerchiamo e chiediamo segni esteriori per avvertire questa presenza rassicurante. Ma possiamo ridurre la fede a una processione, alle luminarie, alle statue ricoperte d’oro, ai ceri e all’incenso? Dio ci chiede di essere sensibili verso le necessità degli altri in modo pratico e sollecito. Per questo più delle processioni, delle novene, degli spettacoli e delle salsicciate c’è bisogno di Cristiani che sanno vedere le persone che hanno bisogno non solo di essere viste ma guardate, ascoltate e comprese- Invece, a volte, le persone sono davanti ai nostri occhi ma non li vediamo e non li sentiamo. Farsi vedere in prima fila in chiesa durante una festa o sotto la statua per strada non è fede, è teatro. E di teatro religioso ne vediamo troppo.

Ma quanta gente prega davvero in queste occasioni? Quante persone si sono confessate? Quante hanno deciso di cambiare vita? Quanti poveri sono stati aiutati? Quanti anziani siamo andati a trovare? Quante famiglie in difficoltà sono state soccorse? Quanti giovani hanno incontrato Dio? Quante persone, dopo aver seguito le statue per strada, hanno deciso di seguire anche Dio almeno per un po’? Infine, quanto siamo cresciuti nell’amore al prossimo? Ecco queste sono le domande da porsi invece di chiedere: ti è piaciuta la festa, gli addobbi, la processione, la banda, i cantanti e i fuochi.

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