La carità abbatte i confini e diventa cura concreta

​Ci sono traguardi che non rappresentano affatto una parola “fine”, ma l’incipit di una storia tutta nuova. Un inizio che si scrive attraverso i volti, gli sguardi e i battiti di una comunità che ha deciso di non chiudersi dentro i propri confini, ma di abitare attivamente il territorio della fragilità.

 Quel progetto nato nel 2024 con il nome, quasi un programma di vita, di “Un cuore per San Vito”, ha finalmente tagliato il suo primo, straordinario traguardo. Ma per capire davvero la portata di questo cammino, bisogna fare un passo indietro e ascoltare le parole cariche di entusiasmo, ma anche di profonda umanità, di don Cristian Solmonese, parroco della Basilica di San Vito Martire a Forio.

​Don Cristian condivide una gioia che non è solo sua, ma dell’intera comunità. E lo fa con quella semplicità che trasforma un bilancio pastorale in un racconto di famiglia.

​​«Per me questo è innanzitutto un modo per dire grazie», esordisce don Cristian con un sorriso che accorcia subito le distanze. La gratitudine è il filo rosso che unisce tutto questo percorso. Ma come nasce l’idea di donare un macchinario all’avanguardia al reparto di Cardiologia dell’Ospedale “Anna Rizzoli”?

​La risposta risiede in una visione nuova – e per certi versi rivoluzionaria – di cosa debba essere una festa patronale. Troppo spesso, infatti, rischiamo di racchiudere la devozione in confini puramente estetici, fatti di luci, fuochi d’artificio ed effetti speciali. Splendidi, certo, ma effimeri.

Don Cristian ha voluto tracciare una strada diversa, fondata su tre pilastri, tre «C» che definiscono l’identità stessa della comunità di San Vito:

​Il Culto: vissuto intensamente nelle celebrazioni liturgiche, nei momenti di preghiera comune e nelle processioni che attraversano le nostre strade.

​La Cultura: l’impegno costante, che dura da anni, nel riscoprire, valorizzare e proporre la storia locale, le tradizioni e i momenti identitari che hanno segnato il cammino di Forio.

​La Carità: il vero e proprio proseguimento della festa. La carità è quel passo in più che porta il culto fuori dalle mura della chiesa per tradurlo in gesti concreti a favore di chi vive nel bisogno, dei più deboli e dei più fragili.

​«Volevamo dare un segno concreto», spiega il parroco. E la risposta della comunità non si è fatta attendere. Già nel dicembre del 2024, grazie alla straordinaria generosità dei fedeli e dei benefattori, era stata raccolta la considerevole cifra di 10.000 euro. Un risultato straordinario, che dimostra come il desiderio di prendersi cura dell’altro sia un sentimento profondamente radicato nel tessuto sociale ischitano.

​​Tuttavia, tra il desiderio e la sua realizzazione concreta si frappongono spesso i limiti e le lungaggini della realtà umana. Don Cristian non nasconde le difficoltà incontrate lungo la strada: «La burocrazia dell’ospedale, l’ASL, i vari passaggi e avvicendamenti ai vertici hanno rallentato notevolmente l’iter burocratico».

​È in questo spazio di attesa che la carità si trasforma in pazienza, in una custodia silenziosa del progetto. Curare non significa solo agire, ma anche saper attendere, rispettando i tempi necessari affinché un sogno si strutturi e diventi un bene comune sicuro e certificato. Questo rallentamento non ha scalfito la determinazione della parrocchia, che ha continuato a tessere relazioni, a dialogare con le istituzioni sanitarie e a monitorare ogni singolo passaggio.

​Fino alla svolta di poche settimane fa, coincisa significativamente con i preparativi per la festa patronale di San Vito e inserita nella cornice di grazia dell’Anno Giubilare dedicato alla Madonna della Libera. Quale miglior segno di “liberazione” e di ritrovata bellezza se non quello di consegnare uno strumento di vita a chi soffre?

Pochi giorni fa, infatti, il macchinario è stato finalmente consegnato alla Cardiologia del Rizzoli, collaudato con successo e ufficialmente integrato nella dotazione del reparto.

​C’è un passaggio, nelle parole di don Cristian, che tocca il cuore della teologia della cura: «Noi non sappiamo chi usufruirà di questo macchinario. Speriamo nessuno, ovviamente! Ma se dovesse succedere, non sappiamo se sarà un turista straniero, un ischitano o un passante. E questo è il bello».

​Qui la carità si spoglia di qualsiasi pretesa di possesso o di ritorno d’immagine. Diventa un dono universale che abbatte i confini dell’appartenenza geografica o sociale. Curare significa accogliere l’altro semplicemente in quanto persona vulnerabile, senza chiedergli da dove venga.

Don Cristian richiama l’esempio luminoso del giovane martire San Vito: nella sua agiografia si narra che il Santo guarì il figlio dell’imperatore Diocleziano, lo stesso sovrano che poco dopo lo avrebbe condannato al martirio.

​Questo modello ci insegna a voler bene e ad offrire cura anche a chi non conosciamo, superando le barriere del pregiudizio e dell’interesse personale.

L’ospedale “Anna Rizzoli” non è più solo un presidio sanitario, ma diventa un luogo di alleanza dove la comunità ecclesiale e la struttura civile si stringono la mano per proteggere la vita.

​Per suggellare questo momento e, soprattutto, per guardare negli occhi chi ha reso possibile questo miracolo silenzioso, la parrocchia ha promosso un momento di incontro e preghiera. Martedì 14 luglio, alle ore 19:30, la Basilica di San Vito Martire ha ospitato una celebrazione speciale.

​Non si è trattato di una passerella formale, ma di un momento di autentica gratitudine. All’altare si sono ritrovati, accanto ai parrocchiani e ai tanti benefattori che hanno donato nell’anonimato, la direttrice dell’ospedale, la dottoressa Falconi, insieme all’intera équipe del reparto di Cardiologia, guidata dal primario e dai medici. È stata l’occasione per presentare ufficialmente il macchinario alla cittadinanza, spiegandone il funzionamento tecnico e, soprattutto, i benefici concreti che porterà nella diagnosi e nella terapia quotidiana dei pazienti.

​Accanto a loro, una presenza discreta ma fondamentale: quella di don Antonio Mazzella, cappellano del “Rizzoli”. La sua figura incarna perfettamente quel concetto di “cura” che va oltre l’aspetto puramente clinico, offrendo quell’accompagnamento spirituale e umano che si fa carezza di Dio sul volto di chi soffre nei letti d’ospedale.

​​Ma, come dicevamo all’inizio, un traguardo d’amore non è mai un punto d’arrivo. La carità ha un dinamismo intrinseco: più dona, più sente il bisogno di donare. Ed è per questo che don Cristian si lascia alla fine sfuggire quello che lui stesso definisce con un sorriso uno “spoiler” per il futuro prossimo.

​La parrocchia di San Vito sta già dialogando nuovamente con la direzione dell’ospedale per avviare un nuovo progetto di solidarietà. Questa volta, lo sguardo e l’attenzione si poseranno su una delle ferite più laceranti e delicate che una persona possa sperimentare: il dolore delle mamme che hanno perso i propri figli. Un ambito in cui i confini della sofferenza sembrano insormontabili e dove la vicinanza, l’ascolto e la cura psicologica e spirituale diventano essenziali per non lasciare nessuno nella solitudine del proprio dramma.

​​L’avventura di “Un cuore per San Vito” ci lascia in eredità una grande lezione: quando una comunità decide di aprirsi alla solidarietà, il suo battito non si esaurisce nello spazio di una pur bellissima festa patronale. Continua a generare vita nei corridoi di un ospedale, nei gesti dei medici, nella speranza dei pazienti e nelle nuove sfide che già si profilano all’orizzonte.

​Il grazie più grande va a tutti i benefattori, al gruppo Caritas e missioni della parrocchia e a chiunque abbia creduto che trasformare un desiderio di bene in un gesto di amore concreto fosse non solo possibile, ma necessario. Perché la cura dell’altro è l’unico confine che vale davvero la pena di attraversare insieme.

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