L’8 luglio scorso, il calendario liturgico della nostra Diocesi ha riportato una ricorrenza molto significativa: la festa della Dedicazione della Chiesa Cattedrale. È una data che rischia, a volte, di passare inosservata, persa tra il caldo di luglio e i ritmi intensi dell’estate ischitana. Eppure, quest’anno ci offre l’opportunità per fare una riflessione profonda, che tocca da vicino il cuore di tutti noi.
Chiunque passi in questo periodo davanti a Santa Maria Assunta, a Ischia Ponte, sa bene che da un po’ di tempo la nostra Chiesa Madre è chiusa per importanti lavori di restauro. Le porte sono accostate e l’edificio si sta rifacendo il trucco per tornare a splendere in tutta la sua bellezza.
Senza rincorrere voci o fare previsioni affrettate su quando potremo finalmente varcare di nuovo quella soglia – cosa che spetterà unicamente alla Diocesi comunicare a tempo debito –, vogliamo provare a guardare questa temporanea chiusura con gli occhi della fede. Cosa dice alla nostra vita di credenti una Cattedrale che, per il momento, resta chiusa? La risposta, forse, sta nel paradosso di questa festa celebrata “fuori dalle mura”. Questo tempo di attesa e di lavori in corso ci costringe a ricordare una verità elementare ma immensa: la Chiesa non è mai solo un contenitore di pietra, ma un popolo di persone. E si può essere uniti, anzi lo si deve essere, anche quando la nostra casa comune è temporaneamente indisponibile.
Viene in nostro aiuto una splendida intuizione di Sant’Agostino che, in uno dei suoi discorsi più famosi sulla dedicazione delle chiese, spiegava come le mura che vediamo edificare con pietre materiali non siano altro che lo specchio di ciò che Dio compie nelle nostre anime. Agostino diceva che, proprio come le pietre vengono squadrate, levigate e unite insieme dal cemento per formare un unico edificio, così i credenti vengono plasmati dalla Parola di Dio e uniti dalla carità per formare la vera Chiesa. La Cattedrale chiusa per lavori, allora, diventa l’immagine visibile di noi stessi: un cantiere spirituale sempre aperto, dove ognuno di noi deve lasciarsi smussare negli spigoli per incastrarsi perfettamente con la vita del fratello.
Se proviamo a guardare oltre i lavori in corso, capiamo subito la densità spirituale di questo luogo attraverso i testi del Concilio Vaticano II. Nella Sacrosanctum Concilium, Costituzione dedicata alla Liturgia e al Mistero della Chiesa, il Concilio sottolinea che la vita della Chiesa locale trova la sua massima espressione quando tutto il popolo santo di Dio partecipa pienamente alle stesse celebrazioni, attorno allo stesso altare, nella cattedrale dove siede il Vescovo. La Cattedra, cioè il seggio da cui il Pastore insegna e guida, non è un simbolo di potere, ma il centro geometrico della nostra comunione.
Anche se temporaneamente non possiamo radunarci lì sotto, quell’insegnamento conciliare continua a parlarci. Ci ricorda che la Cattedrale possiede una forza attrattiva invisibile ma reale: rimane il punto di convergenza ideale di tutte le nostre comunità. La chiusura per lavori diventa così una bellissima parabola per la nostra vita diocesana. Un edificio ha bisogno di manutenzione, di cure costanti per non cedere all’usura del tempo; lo stesso vale per la nostra fede quotidiana. C’è bisogno di continui “restauri” interiori, di consolidare le fondamenta del nostro amore vicendevole. Stare temporaneamente fuori dalla nostra chiesa madre ci educa a non dare mai nulla per scontato, a riscoprire il desiderio profondo di sentirci parte di una storia comune che supera i confini delle singole parrocchie.
Pensiamo alla Cattedrale come alla casa paterna e materna di una grande famiglia. Anche quando i figli crescono e vanno ad abitare in case diverse, sanno che esiste un luogo che custodisce le foto di famiglia, i ricordi più cari, le radici da cui tutto è iniziato. Se quella casa momentaneamente si chiude per un restauro necessario, l’affetto dei figli non svanisce; anzi, cresce il desiderio di vederla tornare sicura e accogliente.
Per la nostra Diocesi, la Cattedrale svolge esattamente questo ruolo. Custodisce la memoria del cammino di fede della nostra terra e, allo stesso tempo, è il simbolo della nostra speranza. Questo tempo di attesa, vissuto nel riserbo e nel rispetto dei tempi tecnici, deve spingerci a guardare al futuro con fiducia. Se il tempio di pietra a Ischia Ponte è momentaneamente fermo, la nostra pastorale quotidiana continua a camminare, arricchita dalla consapevolezza che l’unità è un dono da invocare e da coltivare giorno dopo giorno. Le gioie, le fatiche e i bisogni di ogni singola comunità dell’isola devono risuonare nel cuore di tutti, facendoci sentire responsabili l’uno dell’altro.
In conclusione, la festa della Dedicazione ci rimanda alla nostra vocazione originaria. San Pietro nella sua prima lettera ci ricorda che noi siamo le “pietre vive” destinate alla costruzione di un edificio spirituale. Il cantiere della Cattedrale, con i suoi tempi e la sua dovuta prudenza, ci insegna così la virtù della pazienza operosa.
Nell’attesa che i lavori facciano il loro corso e che la Diocesi decida il momento opportuno per riaprire le porte, impegniamoci a rendere sempre più accogliente la cattedrale di carne che siamo noi. Facciamo in modo che la nostra Chiesa diocesana sia uno spazio aperto alla Speranza, alla Carità e all’abbraccio sincero verso ogni persona, isolana o forestiera, che cerca un porto sicuro in cui sentirsi accolta e amata.



