«Io sono la Via, la Verità e la Vita»

Una Chiesa che si fa strada

di Paola Mattera

Tra persone senza nome, tra persone senza volto. In un tempo che non vince, in un tempo che non perde. Nel silenzio di una notte che accarezza le paure e nel giorno che si affaccia per ricordarci il suo calore… C’è una Chiesa che ti invita, una madre che ti chiama, un fratello che ti ascolta, un amico che ti abbraccia.

In un tempo in cui si ama, forse troppo o forse niente, la Parola del Vangelo è sempre pronta ad annunciarsi. E non chiede perfezione, non misura le cadute, non conta le distanze e non si arrende alle apparenze. Come una voce che risuona, forse canta: una porta che si spalanca senza chiedere permesso, un’attesa mai impaziente.

Eppure, oggi la domanda che ci dovremmo porre è: siamo ancora capaci di andare incontro alle persone?

Perché, dietro chiunque incrociamo c’è una storia. Dietro ogni silenzio, c’è una domanda; dietro ogni distanza, c’è il desiderio di essere cercati.

Viviamo in un tempo in cui siamo tutti più vicini e, allo stesso tempo, più lontani. Abbiamo milioni di modi e possibilità di comunicare e sempre più bisogno di qualcuno che sappia davvero ascoltare. Siamo circondati da immagini e parole, ma spesso manca qualcuno capace di fermarsi davanti a un volto e di dire: “Tu sei importante”.

Forse è proprio questa la grande responsabilità della Chiesa: non aspettare che siano le persone a trovare la strada, ma coltivare il coraggio di percorrerla insieme. Come Gesù, che non rimaneva fermo ad aspettare. Andava verso le periferie, incontrava gli ultimi, baciava i bambini, non aveva paura di toccare le ferite e di sentirne il bruciore, pronunciava nomi, restituiva appartenenza. Non vedeva folle anonime: vedeva persone, figli da amare. E dove gli altri vedevano errori, Lui vedeva possibilità.

“Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra.” (Gv 8,7) lo abbiamo dimenticato? La Chiesa non ci chiede di essere perfetti, spesso chi si crede tale è il primo ad aver smesso di lasciarsi convertire. Non è chiamata a uniformare le differenze, ma a riconoscere la preziosità di ogni unicità. Perché ogni vita è una storia sacra, ogni persona porta con sé una sete di infinito, come fonte inesauribile del Mistero della Fede.

I giovani, in particolare, non hanno bisogno di essere giudicati. Hanno bisogno di essere incontrati! Hanno bisogno di adulti capaci di “stare”: accanto e tutto attorno come un girotondo, una catena di speranza, un nodo di saggezza. Hanno bisogno di persone che sappiano capire senza polemizzare e accompagnare senza imporre. Di scoprire e ri-scoprire che la fede non è un insieme di risposte fredde, di sguardi sfuggenti, ma un incontro vivo con Qualcuno che li conosce davvero.

Claudio Chieffo in un suo brano scriveva: “Il ragazzo nel campo, il ragazzo che cantava non aveva mai visto il Destino. E l’abbraccio del Padre, l’abbraccio che cercava, incendiò come il sole il mattino. I tuoi occhi vedevano tutto e guardavano al cuore, le parole portavano il fuoco e la voglia di andare… andare…”

Tutto nasce da uno sguardo che sa riconoscere e da una parola che sa accendere. Come un fuoco sempre vivo, alimentato dalla costanza del Credo.

Il mondo non ha bisogno soltanto di annunciatori, ma di persone capaci di farsi prossime. Di uomini, di donne, di più giovani e di meno giovani, che sappiano attraversare le strade deserte dell’anima, sedersi accanto alle solitudini, dissodare i terreni induriti dall’indifferenza e continuare a seminare anche quando tutto sembra sterile.

La Chiesa è chiamata a questo: a dare un volto a chi rischia di rimanere invisibile, un nome a chi non si sente più chiamare, una dignità a chi crede di aver perso la propria identità, un respiro nuovo a un tempo che corre senza fermarsi ma che, se lo vogliamo, può ancora attenderci. Come ci ricorda san Paolo: “Ecco ora il tempo favorevole, ecco ora il giorno della salvezza” (2 Cor 6,2). Perché il tempo di Dio non ci rincorre e non ci dimentica, proteggendo ogni nostro primo passo.

È chiamata a camminare in scarpe forse consumate, su terreni che sembrano asciutti, ma con la grande sicurezza che nessun seme donato con amore andrà mai perduto.

Perché ogni incontro può diventare una rinascita.

Ogni ascolto può diventare una carezza.

Ogni persona raggiunta può diventare una mèta.

Usciamo dalle nostre sicurezze. Diamo un nome alle attese, un volto alle speranze, una presenza alle solitudini. Perché nessuno è senza nome, nessuno è senza volto e nessuno è così lontano da non poter essere affiancato e abbracciato.

Articoli correlati

Il Sentiero dell’Anima

Quando la riconoscenza diventa un gesto concreto C’è una montagna all’orizzonte. Prendiamo un binocolo per osservarla meglio, ma l’immagine è sfocata. Le lenti non sono ancora regolate. Solo mettendo a