Pochi giorni fa, la macchina organizzativa del nostro Comune ha svelato il programma ufficiale della Festa a Mare agli Scogli di Sant’Anna 2026. Lo slogan scelto per questa edizione è indubbiamente suggestivo: “Il mare che racconta Ischia”. È una verità profonda. Il mare ci definisce, ci circonda, a volte ci isola e altre ci spalanca al mondo.
Dal 23 al 26 luglio, la baia di Cartaromana tornerà a essere il centro esatto dei nostri sguardi, il teatro di quell’incanto fatto di barche allegoriche, di canzoni sospese sull’acqua e dell’immancabile “incendio” del Castello Aragonese, che ogni anno ci strappa una lacrima di commozione e di orgoglio.
Tuttavia, come passeggeri di quella barca più grande che è la nostra comunità ecclesiale, c’è una domanda che dovremmo porci, sottovoce nel nostro cuore, per non lasciarci abbagliare dai riflettori del turismo e del puro spettacolo. Oltre la superficie della cronaca e del folklore, noi credenti cosa leggiamo in quel mare? Se riduciamo Sant’Anna solo a una splendida sfilata di barche e a un rito di svago estivo, rischiamo di smarrire il cuore pulsante di una storia che ci appartiene dal 1932.
La pietà popolare non è un cristianesimo minore, una fede di serie B o qualcosa per nostalgici del tempo che fu; al contrario, è teologia viva, carne che si fa preghiera e vicinanza alle ferite dell’uomo. Su questo, il magistero recente della Chiesa è di una chiarezza disarmante. Papa Francesco ci ha ripetuto spesso che la pietà popolare è il vero “sistema immunitario della Chiesa”, una forza missionaria spontanea che anticipa e supera i nostri piani pastorali a tavolino. È quella fede semplice che sa dove trovare Dio senza bisogno di troppe spiegazioni intellettuali.
E, sulla stessa linea di continuità, oggi Papa Leone ci sprona a guardare a queste tradizioni non come a dei musei del folklore, ma come a degli autentici “luoghi teologici di cura”. Per Papa Leone, la devozione del popolo è l’antidoto più potente all’individualismo che anestetizza le nostre società: quando un popolo si raduna attorno a un simbolo profondo, i confini dell’io si abbattono per diventare un “noi”. Parlare di Sant’Anna a Ischia significa proprio questo: toccare le corde più delicate della nostra esistenza: la nascita, l’attesa, la fragilità e, soprattutto, la custodia vicendevole.
Per capire la densità teologica di cui parlano i Pontefici, dobbiamo fare un passo indietro, tornando a quel gesto antico e commovente da cui tutto è nato. Prima dei grandi carri galleggianti e delle luci della ribalta, c’erano le nostre nonne e le nostre madri. Salivano sui gozzi dei pescatori, in silenzio, per raggiungere la piccola chiesa incastonata tra gli scogli vulcanici di Cartaromana. Lì, cullate dal respiro del Golfo, recitavano il Rosario e chiedevano a Sant’Anna la grazia di un parto sicuro, la protezione per una vita che stava per sbocciare.
In quel momento esatto, la geografia della nostra isola mutava il suo significato: quel pezzo di mare smetteva di essere una risorsa economica o una via di comunicazione; diventava un altare a cielo aperto. La barca si trasformava in un grembo. È questa la teologia incarnata che il nostro settimanale Kaire vuole rimettere al centro. In un mondo che spesso corre troppo veloce per accorgersi di chi è fragile, quel rito antico ci ricorda che la vita ha bisogno di protezione, di cura, di comunità. Nessuna madre partorisce da sola se un intero popolo di marinai e di fedeli la accompagna sul mare della preghiera.
Se sfogliamo il calendario degli appuntamenti di questa edizione 2026, si avverte lo sforzo fecondo di non disperdere questa eredità. La festa si aprirà giovedì 23 luglio con una passeggiata nella storia del borgo antico e la danza a Ischia Ponte, ma troverà un momento di grande spessore culturale e spirituale venerdì 24 luglio. Alle ore 19:00, sul piazzale d’ingresso della Torre Guevara, il Circolo Georges Sadoul curerà la conferenza “La Festa a mare: i luoghi e la memoria”, con gli interventi di Rosario de Laurentiis e Salvatore Ronga. È un appuntamento a cui guardare con attenzione: la memoria, infatti, non è un museo polveroso in cui rinchiudere il passato, ma la radice profonda che nutre il nostro presente.
Il vertice liturgico della manifestazione si rinnoverà sabato 25 luglio. Le barche addobbate salperanno dal piazzale delle Alghe alle 18:30, per confluire nella baia dove, alle ore 19:00, don Pasquale Trani celebrerà la tradizionale Messa per le Partorienti proprio nel tempietto a picco sul mare. Vi invito a guardare i volti delle donne in attesa, le mani strette dei futuri padri, gli occhi lucidi dei nonni. Lì, in quella porzione di popolo radunata sullo specchio d’acqua, c’è l’anima autentica di Ischia.
La sera successiva, domenica 26 luglio, la baia si accenderà per la sfilata delle barche allegoriche in concorso e per lo spettacolo piromusicale. È la festa del popolo, ed è giusto che ci siano lo stupore, la meraviglia e la gioia condivisa.
C’è però un dettaglio che merita di essere sottolineato con forza e che connette la nostra devozione territoriale al magistero più attuale della Chiesa universale. Lunedì 27 luglio, alle ore 8:30, quando i riflettori si saranno spenti e la folla dei turisti avrà lasciato le banchine, la baia di Cartaromana non verrà abbandonata ai residui della festa. È stata infatti programmata l’“Operazione Sant’Anna”, una straordinaria iniziativa di pulizia dei fondali e delle scogliere, promossa dall’Area Marina Protetta “Regno di Nettuno” insieme a numerose associazioni e volontari dell’isola.
Questo gesto di civiltà racchiude in sé un valore teologico immenso. È la traduzione pratica della Laudato si’ di papa Francesco, l’ecologia integrale che si fa carne. Non possiamo onorare la madre della Vergine Maria la domenica sera e poi, il lunedì mattina, maltrattare o ignorare il Creato che ha ospitato la nostra lode. Curare quel mare, raccogliere ciò che l’incuria ha lasciato, significa trasformare la preghiera del sabato in un’azione liturgica concreta. Significa occuparsi della Casa Comune, superare i confini del proprio egoismo per prendersi cura del domani dei nostri figli. Se il mare “racconta Ischia”, la nostra responsabilità è fare in modo che continui a raccontare una storia di bellezza, di rispetto e di fede incarnata. Solo così Sant’Anna rimarrà, per la nostra diocesi, un faro di speranza viva.




