La parabola del grano e della zizzania, che l’evangelista Matteo ci consegna nel vangelo di domenica 19 luglio, ci invita a focalizzare nuovamente la nostra attenzione – nonostante il caldo che ci porta a cercare refrigerio in un bel bagno al mare – sulla Magnifica humanitas di papa Leone XIV. Pur essendoci già più volte soffermati su questa prima enciclica che il Papa ha consegnato alla Chiesa Cattolica, è bene non perdere l’occasione di approfondirla ulteriormente. Possiamo, infatti, definirla uno degli interventi più incisivi e rilevanti della Chiesa degli ultimi decenni, che rischia, però, di passare troppo inosservato. In particolare, la parabola di oggi richiama un passo centrale dell’enciclica di Leone, con cui il Papa ha suscitato l’attenzione di molti, citando uno dei più grandi e conosciuti scrittori del secolo scorso: John Ronald Reuel Tolkien, autore profondamente cattolico. Sono sue, infatti, le parole che papa Leone usa, a proposito del vasto e composito scenario delineato tra i numeri dell’enciclica: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare.» “Sradicare il male” lasciando una terra coltivabile a chi verrà dopo di noi: è l’invito di Gesù che non vuole che si perda nulla, anzi vuole che ogni spiga di grano possa essere conservata e, per questo, invita i suoi ad attendere che tanto il grano, quanto il loglio crescano.
Il Papa continua: «la civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione.» Potremmo dire che, trasponendo la dinamica evangelica, il gesto unico e spettacolare di cui parla il Papa sarebbe lo sradicare via la zizzania, gettando, però, al vento il paziente e duro lavoro dei contadini che avevano piantato il grano. In altre parole, la vittoria del nemico, che di notte aveva seminato la zizzania. Il Papa ci invita, invece, ad una tenace fedeltà, una fedeltà che Gesù ci presenta anche come fiducia, paziente attesa che a suo tempo si potrà agire per il bene. Una fedeltà, potremmo dire, a una vita cristiana che ci chiama a delle scelte, coraggiose e – per lo più – controcorrente. Infatti, questa ultima sezione dell’enciclica, dove ci troviamo, ci dimostra chiaramente che papa Leone non ha semplicemente scritto un documento sull’intelligenza artificiale, ma ha consegnato una attenta riflessione sociale, un invito al cuore di ogni fedele affinché si risvegli in ognuno l’impegno per questo mondo e, soprattutto, per i più fragili.
Ecco allora gli impegni che il Papa presenta e che rappresentano quelle maree quotidiane che siamo chiamati ad affrontare, senza la pretesa di dominarle tutte – per citare le parole del Gandalf di Tolkien che il Papa ha utilizzato: disarmare le parole; costruire la pace nella giustizia; assumere lo sguardo delle vittime; coltivare un sano realismo; rilanciare il dialogo; la necessità della diplomazia e del multilateralismo; pregare e sperare. Parole che se non approfondite e meditate (leggiamo tutti attentamente i nn. 212-228!) rischiano di restare bei titoli, inviti inverosimili. Sono, invece, la realtà di una Chiesa chiamata a ricordare a ogni cristiano che la vita cristiana passa anche da questo: da come si sta nel mondo e come si agisce per il mondo e per il fratello. Papa Leone non ha avuto paura di alzare la voce contro un certo immobilismo di cui la Chiesa – e non solo – è ammalata. Non ha avuto paura di alzare la voce contro un mondo che sempre più scavalca l’essere umano in nome del guadagno e del profitto. Ha denunciato la sempre più invasiva prepotenza di attori privati nella sfera economica globale (cf n 5: «Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente “privato”, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune.) e sembra che per questo le sue parole siano state in un certo senso sabotate, travestite solo da riflessione sulla tecnologia. La staffetta dalle sue mani passa a ciascuno di noi, alla nostra vita quotidiana, al nostro impegno di cristiani nel mondo. Nella conclusione, Leone cita San Paolo: «Ciascuno stia attento a come costruisce» (1Cor 3,10).
Raccomandazione migliore non potrebbe esserci per noi, chiamati a testimoniare al mondo che: «il Signore continua a fare nuove tutte le cose e mantiene aperta per ogni epoca la possibilità di diventare storia di salvezza alla luce dell’Incarnazione.» (cf n 245).



