Dall’appello di Papa Leone XIV a Lampedusa alla devozione di Ischia Ponte – Riflessioni sulla giornata dei marittimi tra solitudini globali e porti di accoglienza
Il mare unisce ciò che la terra separa: senza barriere è una grande “autostrada liquida”. Ma troppo spesso esso diventa specchio delle nostre distrazioni globali e delle nostre indifferenze.
Domenica 12 luglio ricorre la Giornata del Mare, una giornata internazionale di preghiera e sostegno per i marittimi, i pescatori e le loro famiglie. Quest’anno, la celebrazione non si limita a un pur doveroso ricordo liturgico, ma si carica della carne e della storia dei gesti compiuti da Papa Leone XIV, fattosi pellegrino nella simbolica isola di Lampedusa, lo scorso sabato 4 luglio.
Le tappe del Pontefice a Lampedusa — dal cimitero dove riposa il piccolo Yusuf alle croci piantate sulle tombe dei migranti ignoti, fino alla benedizione della stele a Molo Favaloro — hanno rappresentato un monito severo per le nostre coscienze: “I morti in questo mare sono vittime di decisioni prese e mancate”.
Questo grido si sposa oggi perfettamente con il tema scelto per la Domenica del Mare 2026: “Oltre le merci e il commercio: il volto umano del mare”.
Siamo abituati a guardare il mare come una “distesa turistica” o un’autostrada su cui viaggiano i beni che consumiamo ogni giorno. Eppure, dietro l’immensa macchina dello shipping e della pesca commerciale c’è un milione di lavoratori che il Cardinale Michael Czerny (Prefetto del Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale), nel suo messaggio per questa giornata, definisce a rischio di “silenzioso isolamento”.
I ritmi esasperati del commercio moderno, i contratti che riducono i permessi di sbarco e, non ultime, le crisi internazionali e i conflitti geopolitici che costringono i mercantili a rotte lunghissime e pericolose, hanno esasperato la solitudine degli equipaggi. Le navi rischiano di trasformarsi in “moderne Babele”, dove si convive nello stesso spazio, rimanendo invisibili al resto del mondo.
La Chiesa, attraverso l’Apostolato del Mare, lancia un appello alla responsabilità: i lavoratori del mare non sono ingranaggi di un transito commerciale, ma persone che necessitano di tutela, ascolto e prossimità spirituale.
Questa realtà interroga da vicino la nostra storia locale. Se pensiamo al nostro territorio, la memoria corre immediatamente a quel gioiello che è l’antico Borgo di Celsa, a Ischia Ponte. Lì sorge la Chiesa Collegiata dello Spirito Santo, un monumento sacro che racconta, meglio di qualunque trattato, il legame viscerale tra l’uomo e l’acqua. La Collegiata fu infatti interamente edificata, e sostenuta nel corso dei secoli, grazie ai lasciti, alle decime e ai sacrifici dei pescatori e dei marinai della zona.
Per la marineria ischitana, la chiesa non era solo un luogo di culto, ma un porto dell’anima prima di affrontare le insidie di un elemento tanto generoso quanto ostile: il mare.
Quella stessa fede, che trova il suo culmine nelle spettacolari processioni via mare per San Giovan Giuseppe della Croce a fine estate, ci ricorda che la nostra comunità ha nel proprio DNA spirituale il dovere della solidarietà marinara: la legge non scritta del mare, secondo cui nessuno può essere lasciato indietro o abbandonato alla deriva, è l’espressione più pura della carità evangelica.
Riunire idealmente la Porta d’Europa di Lampedusa e i vicoli storici di Ischia Ponte sotto l’ombrello della Domenica del Mare significa fare un esame di coscienza sul concetto cristiano di “confine”. I confini non sono barriere da difendere escludendo l’altro, ma soglie in cui esercitare la cura, l’accoglienza e la dignità umana.
Domenica, quindi, le nostre parrocchie sono invitate non solo a pregare per chi lavora sui traghetti, sui pescherecci o nelle grandi navi oceaniche, ma a riscoprire una pastorale dell’ascolto e dell’accoglienza.
Facciamo in modo che il nostro mare non sia solo una risorsa economica o una cartolina estiva, ma un ponte di pace, un faro di dignità e un grembo di autentica fraternità.



