Commento al Vangelo Mt 13,1-23

«Quel giorno Gesù uscì di casa e si sedette in riva al mare. Si cominciò a raccogliere attorno a lui tanta folla che dovette salire su una barca e là porsi a sedere, mentre tutta la folla rimaneva sulla spiaggia». Sarebbe bello se, mettendoci a pregare sulla pagina del Vangelo di oggi, sostassimo sulla descrizione che fa l’evangelista Matteo: Gesù esce di casa e si siede in riva al mare. Quasi mai pensiamo a questi gesti così umani di Gesù. Anche Lui avrà amato fissare lo sguardo sull’immensità delle acque, sentire il rumore delle onde, lasciarsi sfiorare dalla brezza del vento e riscaldare dal calore del sole. Gesù non ha vissuto la sua vita in maniera introversa, bensì esattamente nel suo contrario. Ha vissuto la sua esistenza in pienezza, godendo della vita e valorizzando ogni cosa dell’esperienza umana. Non è un caso che uno dei luoghi più citati nel Vangelo sia la tavola. Molti suoi contemporanei lo criticavano, definendolo «un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori».

Gesù è stato un uomo che ha semplicemente dato peso a tutta la sua umanità. E forse è proprio questa sua pienezza che lo rendeva così attraente, fino al punto che, come racconta il Vangelo di oggi, pur stando semplicemente seduto in riva al mare radunava attorno a sé una folla così numerosa da costringerlo a salire su una barca per poter parlare a tutti. E ciò che racconta è la meravigliosa parabola del seminatore, un piccolo capolavoro che descrive i possibili atteggiamenti del cuore umano: superficiale, emotivo, ansioso oppure accogliente. Prima di dare uno sguardo all’umanità che accoglie la parola mi piacerebbe fermarmi sul seminatore. È curioso. Se dovessimo dare consigli a quel seminatore, gli diremmo di essere un po’ più prudente. Di evitare la strada, i sassi, i rovi. Di risparmiare il seme e investirlo solo dove è sicuro che porterà frutto. Invece il seminatore della parabola non ragiona così. Getta il seme ovunque. È uno spreco? No. È il modo di amare di Dio.

Dio non smette mai di seminare. Non aspetta che diventiamo terreno perfetto. Non si rassegna davanti alle nostre chiusure, ai nostri fallimenti, alle nostre incoerenze. Continua a fidarsi di noi. Continua a gettare la sua Parola anche quando sembra destinata a cadere nel vuoto. È la speranza ostinata di Dio, che non si stanca mai dell’uomo. Questo primo atteggiamento di Dio ci interroga. Quel seminatore della parabola siamo noi. E forse questa è la domanda più urgente per ciascuno di noi: che cosa sto seminando? Ogni giorno tutti seminiamo qualcosa. Con le parole, con gli sguardi, con i gesti, con le scelte. Posso seminare fiducia oppure sospetto. Posso seminare pace oppure divisione. Posso gettare parole che fanno crescere gli altri oppure parole che umiliano, feriscono e spengono la speranza. Nessuno vive senza lasciare semi dietro di sé. Il Vangelo ci invita a non diventare calcolatori dei risultati. Il seminatore non misura il terreno, non fa statistiche, non si lascia bloccare dalla paura di fallire. Semplicemente semina. Anche noi siamo chiamati a fare lo stesso: seminare il bene senza l’ansia di vedere subito i frutti. Molte volte ciò che oggi sembra perduto domani sorprenderà per la sua fecondità. Il nostro compito non è controllare il raccolto, ma non smettere mai di spargere semi buoni. Perché questo è il modo di agire di Dio.

Egli continua a seminare anche quando noi ci scoraggiamo. Continua a credere in noi quando noi abbiamo smesso di credere in noi stessi. E chiede anche a noi di avere la sua stessa ostinazione: non stancarci di fare il bene, non smettere di seminare parole di pace, gesti di misericordia, occasioni di riconciliazione. I frutti appartengono a Dio; la generosità della semina appartiene a noi. La parabola inoltre mette al centro non solo il seminatore ma il seme. Il profeta Isaia spiega che quel seme porta in sé la potenza di fecondare, di farci nascere, di farci aprire. La parola di Dio ha questa potenza: non è mai sterile, non è mai inutile, porta sempre dentro di sé una forza creatrice capace di generare vita. Così anche San Paolo nella seconda lettura allarga ancora di più l’orizzonte. Ci dice che tutta la creazione geme e soffre nelle doglie del parto, aspettando la piena manifestazione dei figli di Dio. È un’immagine bellissima: il mondo attende che il seme della Parola porti finalmente frutto nella vita degli uomini. La conversione di un cuore non riguarda mai soltanto quel cuore; ogni volta che la Parola mette radici in una persona, tutta la creazione ne riceve beneficio, perché il mondo diventa un po’ più simile a come Dio lo ha sognato fin dall’inizio. Tutto questo non avviene mai in maniera magica ma ha bisogno di qualcosa di importante: il terreno. Strada, sassi, rovi e terreno buono sono infatti descrizioni della nostra umanità. Se è vero che nessuno di noi può darsi la fede da solo, è altrettanto vero che ciascuno può decidere con quale umanità accogliere questo dono.

Perché il vero problema, molto spesso, non è la mancanza di fede, ma la mancanza di umanità nel custodire ciò che Dio semina dentro di noi. La fede è un dono, ma questo dono può anche essere sprecato se trova un cuore che non cresce. Dio semina la sua Parola, ma tocca a noi lavorare il terreno della nostra vita. Maturare umanamente significa imparare a vincere la superficialità, educare i propri affetti, attraversare le paure senza lasciarsene dominare, imparare la pazienza, custodire relazioni vere. Più diventiamo uomini e donne maturi, più il terreno del nostro cuore è capace di accogliere il seme del Vangelo. Per questo la vita spirituale non ci rende meno umani, ma più umani. La santità non consiste nel vivere fuori dalla realtà, ma nel vivere la nostra umanità in modo pieno, fino a permettere alla Parola di Dio di mettere radici, crescere e portare frutto. Il Vangelo non cancella ciò che siamo: trasfigura ciò che siamo chiamati a diventare.

Vorrei terminare con una domanda che sicuramente vi avrà sfiorato la mente mentre leggevate questo commento: come si fa ad essere terreno buono? Io credo che una persona è un terreno buono, ovvero porta frutto, quando si è riconosciuta nei primi tre tipi di terreno. Chi di noi ha davvero fatto l’esperienza di un cuore indurito a causa della sofferenza? Chi ha detto con sincerità: «Signore, sono stanco di tutta questa situazione»? Chi ha perso l’entusiasmo per la Parola? Chi si è sentito soffocato dalle preoccupazioni che gli impediscono di entrare nel proprio cuore? Beh, se ti sei dato una di queste risposte, se dentro di te hai sentito la nostalgia di ciò che potresti diventare se conoscessi la Parola, probabilmente darai un buon frutto. Infine, c’è un’ultima indicazione: la parabola, parlando del seme gettato nel terreno buono, dice che il risultato è sempre «molto di più». Il bene produce sempre un frutto più abbondante del male, anche se non fa rumore. Impariamo a cambiare il nostro sguardo: guardiamo al bene che sta crescendo, invece che al male che fa rumore. Buona domenica!

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