Ricucire la tunica lacerata

Il vangelo di Luca, nel raccontare il momento dell’Ultima Cena, tratteggia, con una pennellata narrativa, una discussione che nasce tra gli apostoli su chi sia il più grande. È l’effetto dello “scandaloso” annuncio che Gesù aveva appena fatto: uno di loro lo tradirà. E Gesù stesso risponde a questo inutile problema sul nascere, con un discorso che, a un certo punto, interpella anche Pietro. A lui il Maestro dice: «e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli». Lo sappiamo: Pietro ha disatteso più volte quella promessa. Ha avuto, anche lui, bisogno di ravvedersi – come aveva preannunciato lo stesso Gesù – a causa di quel rinnegamento, a dir poco meschino. Eppure, da allora, Pietro, con qualche piccola battuta di arresto, ha conservato il compito di confermare nella Fede i suoi fratelli. E così lo ha trasmesso ai suoi successori, ai tanti Pietro della storia che si sono succeduti e – chi più chi meno – hanno esercitato questo munus ricevuto dalle mani di Gesù.

Oggi Pietro il pescatore, Leone XIV, si trova a confermare noi, la Chiesa, in Cristo, in un frangente delicato, tanto per la stessa Chiesa, quanto per la società civile tutta. Guerre, divisioni, lotte, discordie: è il racconto per immagini del mondo, ma lo è pure di una larga parte della Chiesa. E proprio in questi giorni si è, purtroppo, consumata un’ennesima divisione, il rimarcarsi di una ferita ormai vecchia, che si pensava stesse per essere finalmente suturata e che invece è stata aperta di nuovo e – purtroppo – definitivamente. Si tratta delle ordinazioni episcopali dello scorso 1luglio a Econe, ad opera della Fraternità Sacerdotale San Pio X, compiute illecitamente, senza il mandato del Papa. Un atto che ha automaticamente provocato la scomunica di tutti gli interessati (ordinandi e ordinati) e ha imposto per l’ennesima volta il timbro dello scisma su una situazione da sempre, scottante. Non vogliamo, però, parlare di quanto accaduto a Econe – certamente un déjà vu delle ordinazioni di Mons. Lefebvre del 1988 – ma concentrarci sulle parole che proprio il Papa ha rivolto alla comunità lefebvriana, alla vigilia delle consacrazioni.

Chi ha seguito la cronaca vaticana sa che sono stati diversi i contatti tra Santa Sede e FSSPX in merito, negli ultimi mesi, ma Papa Leone ha voluto – visti gli esiti fallimentari delle trattative – rivolgere un ultimo accorato appello, continuando a obbedire a quel mandato di Cristo stesso di confermare i fratelli, indicando loro la via giusta. Un appello chiaro e limpido, libero da formalismi, orpelli o “anatemi addolciti”. Un padre che vede i suoi figli allontanarsi dalla casa paterna e li invita con tutto sé stesso a ripensare la loro scelta. Il Papa, proprio all’inizio della breve lettera, cita questa responsabilità di essere il successore di Pietro: sa che ogni divisione è una ferita al cuore della Chiesa e sa che lui è il primo a dover vigilare su questa unità, fragile ma necessaria. «Tornate sui vostri passi!», quasi a voler dire che nella Chiesa c’è posto per tutti: addirittura c’è posto anche per chi non la pensa come la Chiesa stessa, ma vuole mettersi in ascolto, lasciandosi guidare da uno Spirito che non può non agire in una comunità che sia simbolo di comunione. Un appello che ha il sapore non dell’ultimatum, della guerra o di un estremo trattato di pace, ma parole che interpellano la Fede, il cuore dei fedeli, che il Papa teme sia disorientato da una ennesima divisione e che rischia di allontanarsi dalla propria santificazione, dal suo bene spirituale, «perché l’atto scismatico […] li priverebbe della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei Sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione».

Ed è qui che il papa utilizza un’immagine che non possiamo non definire straordinaria: la tunica inconsutile di Cristo, quella tunica tessuta tutta d’un pezzo, senza cuciture, che il Vangelo cita, e che le guardie non vollero stracciare, ma tirarono a sorte. Quella tunica, immagine della Chiesa, una e indivisibile, nei secoli tante volte è stata stracciata, calpestata, dimenticando che Dio stesso l’aveva voluta una. Oggi, mentre con fatica si cerca di trovare strade per poter ricongiungere i lembi di quella tunica che da secoli sono divisi, sembra che altri vogliano stracciarla, sacrificando, in nome di una paventata “ortodossia”, il principio supremo dell’Unità. Com’era prevedibile, le parole paterne e accorate di Leone XIV, non sono state ascoltate: le consacrazioni hanno avuto luogo, lo scisma è stato commesso, le scomuniche comminate. Sembrerebbe l’ora della commiserazione, del rimprovero nei confronti di chi sta dall’altro lato, della ricerca di ciò che ha portato a tale divisione. È, invece, l’ora di guardare nuovamente a questa tunica, priva di un ulteriore piccolo ma significativo lembo. Guardare a questa tunica per sognare, con sempre più rinnovato fervore, una Chiesa davvero una, un mondo in cui non ci sia più la divisione tra chi professa il nome di Cristo, una Chiesa capace di ascoltare tutti, ma capace pure di fondare la propria Unità sempre sulla verità. Tante volte, anche nella nostra Chiesa, nelle nostre piccole realtà, ci marchiamo del peccato della divisione, strappiamo brandelli da quella tunica e rendiamo vano ogni discorso sull’unione e l’unità. Anche per noi e per le nostre realtà chiediamo, come ha fatto papa Leone, il dono di vedere illuminate le nostre coscienze e risvegliati i nostri cuori. Come il Papa, anche noi ci affidiamo a Maria, Madre del Buon Consiglio, affinché, anche a noi, il Bambino che regge sulle sue braccia possa ancora sussurrare la via dell’Unità.

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