Quando i cambiamenti diventano opportunità

Commento al Vangelo Mt 11,25-30

Le brutte notizie sconvolgono, fanno male. È quello che accade a Gesù quando apprende che Giovanni Battista, il suo maestro, viene arrestato. Ma la situazione è resa ancora più difficile dalla consapevolezza che l’entusiasmo iniziale per il suo messaggio, diffuso con i suoi viaggi lungo le rive e nei villaggi del lago di Tiberiade, si è ormai affievolito. Anche Gesù comincia a sentire dentro di sé un disincanto, una disillusione: egli credeva che il suo tentativo di riportare la Torah all’origine, alla bellezza iniziale, avrebbe colpito e cambiato i dottori della legge, i farisei, e invece succede il contrario. Gesù pronuncia queste parole di lode dopo aver ricevuto il rifiuto da parte degli abitanti, della classe sacerdotale e dell’aristocrazia di Corazin, Betsaida e Cafarnao. Essi sono indifferenti alla sua parola. Coloro che dovevano essere i primi entusiasti e i primi a collaborare si trasformano nei suoi primi nemici.

Quanto è vera questa parola anche per noi! È vera per la vita familiare, è vera per la vita lavorativa, è vera nel presbiterio, è vera nella parrocchia, nelle comunità e nella Chiesa. Spesso le persone che dovrebbero essere le prime a entusiasmarsi diventano i primi nemici. Gesù si accorge che si stanno avvicinando a lui persone diverse da quelle che aveva pensato, tutte persone un po’ a margine che mai si sarebbe aspettato. E si stupisce. Nei momenti di crisi personale Gesù non si lamenta, non fa la vittima, ma loda il Padre, lo benedice! Si stupisce di Dio, benedice il Padre; questo cambiamento radicale, inaspettato, questa sua crisi, questa modifica del piano pastorale lo porta a dire al Padre: «Grazie, l’hai pensata giusta!». Gesù, dunque, affronta le crisi come un’opportunità e rende lode al Padre. Che bella questa Trinità che si fa i complimenti tra loro! Gesù ci insegna che le persone «di sempre», quelle da cui ci aspetteremmo un sostegno, diventano le ultime. Invece, i lontani, quelli che non hanno mai sentito parlare di Dio, diventano i primi.

Questo Vangelo è incredibile: pur sentendosi sconfitto e pensando di aver «sbagliato», Gesù capisce che in realtà è stata una grande opportunità. E se questo rovesciamento fosse anche per noi l’occasione per creare la comunità profetica che Gesù desiderava? Si tratta di fare come ci ha detto san Paolo nella seconda lettura: lasciare le opere della carne. Cosa sono queste opere della carne? Lasciate stare il sesso, poiché noi cattolici siamo un po’ fissati. La carne nella Bibbia è segno della fragilità, della paura, dell’insicurezza, del limite. Seguire le opere della carne significa correre dietro a quelle cose, a quelle ferite che potenzialmente possono trasformare la vita in violenza, in accusa, in cattiveria, in peccato, in sporcizia. Se seguiamo i limiti, le debolezze, le fragilità, diventiamo sempre più chiusi e arcigni; affanno e oppressione sono il guadagno di una vita vissuta in questo modo. Dobbiamo provare a ripartire dallo Spirito, dall’io spirituale, dalla nostra dimensione più profonda. Gesù, infatti, invita tutti a fare questo: «Venite a me voi che siete affaticati e oppressi». Ci regala tre verbi che sono migliori di una vacanza al mare. Il primo è venire, «Venite a me». Gesù non dice “venite a un incontro” o “aderite a una dottrina”, ma dice «Venite a me». Lui ci conosce. Conosce tutto di me: i miei successi, gli insuccessi, i dolori, le preoccupazioni per la famiglia e per la salute. Sa bene anche chi di noi vive la fede per pura routine. Gesù sa che ci sono stanchezze che una vacanza non basta a guarire; sono quelle stanchezze che nascono da un cuore oppresso e affaticato. Ciò che ci fa riposare davvero è la relazione con Lui. Gesù offre Sé stesso per farci riposare, per farci uscire dalla delusione e dai fallimenti. Perché prima del dovere c’è l’amore, prima della morale c’è la relazione.

Il secondo verbo è prendere, «prendete il mio giogo». È una parola strana: chi è stanco vuole essere liberato da un peso, non riceverne un altro. Ma questa parola richiama un’immagine precisa: due animali che portano insieme lo stesso peso. Nella Bibbia, il giogo è il segno dell’alleanza, del patto con Dio. È come se Gesù ci dicesse: «La vuoi smettere di portare tutto da solo? La vuoi smettere di fare tutto da solo? Fallo insieme a me! Permettimi di aiutarti!». Il suo giogo è leggero non perché non ci saranno più prove o sofferenze, ma perché Egli ci dona la grazia di attraversarle. Il terzo verbo è imparare, «Imparate da me». Ma cosa dobbiamo imparare? L’umiltà e la mitezza di Dio. Gesù ci apre direttamente il suo cuore e all’interno vi troviamo proprio questo: umiltà e mitezza. Viviamo in un mondo dove tutto deve essere eccellente, deve apparire grande e deve essere sempre al massimo; vediamo bene come questa logica generi solo conflitti, cattiverie e divisioni. Ma la logica di Dio è un’altra, ed è proprio ciò che ci ricorda il profeta Zaccaria nella prima lettura. Gli esiliati che tornano in patria trovano la loro terra occupata da altri ebrei e sono costretti a fuggire di nuovo. Si rifugiano così in una baraccopoli che costruiscono con le loro mani sul monte Sion. Nella sua profezia, Zaccaria annuncia che il Signore non si presenterà dove si trovano i potenti o chi ha occupato la terra, ma arriverà proprio nella baraccopoli di quei rifugiati. Il Signore viene davvero, e viene proprio nella baraccopoli della nostra vita. Buona estate e buona domenica!

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