C’è un vento di speranza che deve soffiare forte dove le ferite sono più profonde. A Ischia, dietro la facciata lucida e patinata dei flussi turistici, restano i segni ancora aperti dell’alluvione e del terremoto. Sono traumi collettivi che non permettono distrazioni, ma che gridano l’urgenza di una responsabilità condivisa. Per risorgere davvero, senza cedere alla tentazione della rassegnazione, è necessario piantare paletti saldi sui confini della legalità e della giustizia. Solo così si può evitare che un territorio tanto prezioso venga ridotto a una semplice meta estiva da consumare, e restituirgli la dignità che merita.
Questa spinta etica si traduce in azione concreta sul campo grazie al lavoro sinergico di due uffici chiave della Diocesi: la Pastorale Sociale e del Lavoro e la Pastorale del Turismo, Tempo Libero e Sport. L’azione ecclesiale si muove su binari ben precisi. Il primo riguarda il recupero dei sentieri interni, come le vie storiche che salgono all’eremo di San Nicola sulla cima del Monte Epomeo o i percorsi verso Santa Maria al Monte a Forio. Questi tracciati, da secoli animati dai pellegrinaggi popolari – come quelli del 6 dicembre e del 12 settembre rispettivamente –, vengono oggi sottratti all’abbandono e messi in sicurezza grazie a una rete di volontari e associazioni. Una sinergia che vede in prima linea i giovani del territorio, impegnati a coniugare la custodia del Creato con la riscoperta della memoria storica delle comunità. È la risposta pratica per promuovere un’accoglienza alternativa al modello “mordi e fuggi”, facendo al contempo prevenzione attiva contro il dissesto idrogeologico.
Il secondo binario tocca direttamente la dignità umana e l’inclusione di chi è più vulnerabile. Attraverso reti di prossimità e progetti a sostegno delle famiglie in difficoltà, coordinati dai volontari della Caritas, la Chiesa locale contrasta attivamente l’isolamento e la povertà. Ma la sfida si gioca anche sul fronte occupazionale: l’ufficio diocesano cerca di vigilare con fermezza sulla tutela del lavoro stagionale, sollecitando il rispetto dei contratti e promuovendo sportelli di ascolto e orientamento contro lo sfruttamento e il sommerso.
Il principio cardine è chiaro: l’ospitalità non può fondarsi sulla precarietà dei lavoratori. Il sorriso di chi accoglie è autentico solo se dietro le quinte ci sono diritti garantiti ed equità sociale. Si tratta di un’operazione che attua pienamente le indicazioni della CEI per contrastare un turismo predatorio che finisce per impoverire le comunità residenti.
La scommessa di Ischia dimostra che il Vangelo si vive sulla strada. Questa presenza costante, capace di unire l’accoglienza spirituale dei visitatori alla vicinanza quotidiana verso chi soffre, conferma la bontà di un cammino intrapreso da tempo. Continuare a percorrere le vie interne dell’isola, mantenendo saldi i confini della giustizia e la cultura della cura verso i più fragili, è la testimonianza più bella di una comunità che cerca di custodire la propria terra e i suoi lavoratori, edificando la rinascita giorno per giorno.



