La lezione di San Francesco per ritrovare il valore della nostra comunità ischitana
C’è un momento, quando cala la sera e il mare si calma, in cui sulla nostra isola sembra finalmente di respirare un po’ di silenzio. Poi però basta tirare fuori il telefono dalla tasca per accorgersi che quel silenzio è solo un’illusione. Lì dentro c’è un rumore continuo: notifiche, commenti, video di gente che urla, notizie vere o inventate che si rincorrono a ruota libera. È il grande difetto dei nostri tempi, una fretta digitale che ci stringe la gola e ci convince che dobbiamo per forza dire la nostra su tutto, mettere un “mi piace” distratto o infilarci in una discussione tanto per fare, spesso finendo per arrabbiarci davanti a uno schermo.
Chi naviga un po’ sui social in questo periodo se ne rende conto: si parla tanto di “stress da smartphone” e c’è una specie di stanchezza collettiva per questa vita passata sempre in vetrina, dove sembra che tu valga solo se collezioni visualizzazioni. È un’ansia da prestazione che tocca tutti, anche noi qui sull’isola. Proprio guardando questo panorama, nella redazione de Il Kaire ci siamo fermati a riflettere. Ci siamo chiesti se esista un modo diverso di stare insieme e di parlarci senza ferirci. E la risposta, quasi a sorpresa, l’abbiamo trovata guardando al cammino che la Chiesa sta facendo in questo periodo: stiamo infatti vivendo il Giubileo Francescano, un tempo dedicato a riscoprire la figura del Santo.
Messa accanto ai nostri smartphone, la figura del Poverello di Assisi non sembra più una faccenda vecchia o roba per storici. Diventa una provocazione attualissima. Lui non era uno che stava zitto in un angolo a non fare nulla; parlava a tutti, ma lo faceva in un modo che oggi abbiamo quasi dimenticato. A Francesco non importava il successo della piazza, l’applauso della folla o, diremmo oggi, il numero dei “follower”. A lui importavano le persone, i legami veri. La sua parola nasceva dalla vita quotidiana, dall’incontro con chi soffriva, dal contatto con la terra. Era una comunicazione fatta di presenza, di corpi e di sguardi, l’esatto contrario di quella virtuale che oggi rischia di farci diventare tutti un po’ più freddi e distanti.
Per chi vive sulla nostra isola, tutto questo si nota ancora di più. Da una parte siamo isolati dal mare, dall’altra siamo attaccati a Internet esattamente come chi vive in una grande città. Mascherata da progresso, questa connessione continua nasconde una trappola enorme: qui ci conosciamo tutti, e le parole hanno un peso doppio.
Se facciamo un giro sui gruppi Facebook locali o su Instagram, ci accorgiamo subito di come stanno le cose. C’è una parte bellissima, quella della solidarietà: la piazza virtuale serve se si perde un cane o un gatto, se c’è da aiutare una persona o una famiglia in difficoltà o per organizzare una festa in parrocchia. Ma c’è anche il rovescio della medaglia. La tastiera del telefono è diventata uno scudo dietro cui sparare sentenze, sfogare le proprie lamentele e creare fazioni. Cose che una volta si discutevano a quattr’occhi davanti a un caffè, magari anche discutendo ma poi stringendosi la mano; oggi diventano litigi pubblici nei commenti. Questo modo di fare non aiuta nessuno: ferisce le persone e divide la nostra comunità, che è già piccola e avrebbe invece bisogno di stare unita.
C’è però un segnale di speranza che intercettiamo proprio osservando la rete. La gente comincia a essere davvero stanca delle finzioni, delle foto perfette fatte con i filtri o l’Intelligenza Artificiale e di questa continua aggressività. C’è una grande sete di normalità e di cose vere. Anche nelle nostre bacheche locali, ci avete fatto caso? I post che piacciono di più e che ricevono i commenti più affettuosi non sono i comunicati freddi o le polemiche del giorno. Sono le storie della nostra gente: le mani consumate dalla fatica di un vecchio artigiano; il coraggio di un giovane che decide di aprire un’attività, restando qui invece di andare via; il lavoro silenzioso dei volontari che sistemano la casetta di un anziano.
Questo ci dimostra che l’idea di San Francesco – una parola semplice, che bada all’essenziale e che cerca di fare del bene – è l’unica che funziona davvero. La gente cerca storie vere in cui rispecchiarsi, cerca qualcuno che ascolti senza puntare il dito.
In mezzo a tutto questo, che senso ha diffondere ancora ogni settimana il nostro giornale diocesano? Qui al Kaire ce lo chiediamo spesso. Il nostro compito non è quello di arrivare cinque minuti prima degli altri con l’ultima voce di corridoio, e nemmeno quello di fare titoli che strillano per farsi notare. La nostra forza deve essere un’altra: la pazienza. La pazienza di fermarsi, ascoltare le persone e raccontare quello che gli altri non vedono.
Fare informazione sulla nostra isola significa avere il coraggio di andare piano. Significa spegnere il rumore del telefono e dare spazio a quello che costruisce la comunità. Se la rete divide, il nostro compito è ricucire. Parlare delle fatiche delle nostre famiglie, del lavoro che c’è e che non c’è, ma anche della grande generosità che si respira nelle nostre parrocchie, vuol dire fare del bene alla nostra terra. Alla fine, la vera sfida non è decidere se usare o meno i social, ma come abitarli senza perdere la nostra anima. Il mare che abbiamo intorno ci ricorda ogni giorno che i confini esistono, ma servono a proteggere ciò che è prezioso, non a isolarci. Questa settimana, allora, l’invito che facciamo a noi stessi e a chi ci legge è semplice: proviamo ad alzare gli occhi dallo schermo. Cerchiamo i volti veri nelle nostre strade, ascoltiamo una storia senza la fretta di doverla commentare. Perché la comunità non si costruisce con un “clic” o con un pollice alzato, ma tornando a guardarci in faccia, qui, sulla terra ferma delle nostre relazioni quotidiane.



