Ci sono giorni che una Chiesa locale vive e che non sono né troppo ricorrenti, né per nulla scontati. Sono quei giorni in cui davvero si può respirare la grazia di essere una Chiesa guidata da un Padre amorevole, che travalica ogni nostra piccolezza e mancanza. È l’immagine della piccola barchetta che, anche dinanzi alle tempeste, non teme perché sa e ricorda in chi ha posto la sua fiducia. Questa è stata la celebrazione eucaristica, presieduta dal nostro Vescovo Carlo, mercoledì 24 giugno nella chiesa di S. Maria di Portosalvo, durante la quale il diacono don Ivan Aiello è stato ordinato presbitero.
Quasi un respiro per una Chiesa che – forse troppo spesso – teme di essere stanca e affannata e, ai tanti e soliti ragionamenti di calo e perdita, ha osato contrapporre per una sera la bellezza di una vita donata, spesa e sprecata per amore di Dio e dei fratelli. Partendo da questo spreco, mi piace sottolineare due momenti profondi e significativi che hanno caratterizzato il rito dell’ordinazione. Anzitutto le mani strette. Don Ivan, per la seconda volta – lo aveva già fatto nell’ordinazione diaconale -, si è inginocchiato e ha posto le sue mani nelle mani del Vescovo. È il segno dell’obbedienza filiale a lui, successore degli apostoli, e a tutti i suoi successori.
Già qui qualcuno potrebbe porsi qualche domanda, già si potrebbe sussurrare che si tratta proprio di uno spreco: lo spreco di una vita consegnata completamente nelle mani di un altro, una vita che sembra diventare sterile sottomissione. Sono, invece, le parole che il rito riserva al Vescovo a gettare una luce nuova su questo spreco: «Dio che ha iniziato in te la sua opera, la porti a compimento.» Non a un’istituzione qualunque, a un superiore, a un qualche vago ideale o valore don Ivan ha detto di sì. Non ha messo le sue mani nelle mani di qualcuno o qualcosa: le ha messe nelle mani di Dio. Ecco allora lo spreco: spreco per Dio, che diventa spreco per la Chiesa. Questa parola, volutamente ripetuta perché diventi la cifra di questa riflessione, rimanda subito a un episodio del Vangelo, l’unzione che una donna fa a Gesù nella casa di Simone il lebbroso, a Betania. La donna versa sul capo del Maestro olio profumato, un olio dal grande valore, che conserva in un vaso di alabastro.
Qui tutti si indignano, tutti gridano allo spreco, mentre Gesù loda la donna e il suo gesto e, addirittura: «dovunque sarà predicato questo vangelo, anche ciò che ella ha fatto sarà raccontato.» Parole che per la donna e per ogni ascoltatore suonano come un sigillo su quel gesto, su quell’atto d’amore. Così anche per don Ivan, quello spreco delle mani strette è stato suggellato e sigillato da un’unzione. Il Crisma, l’olio che alla Messa Crismale il Vescovo arricchisce con un balsamo profumato e consacra col suo soffio e la sua preghiera, è l’olio con cui vengono unti i sacerdoti, i re e i profeti. È l’olio che nel Battesimo unge la nostra fronte per inserirci in Cristo e renderci membra del suo corpo. Ed è l’olio con cui il Vescovo ha unto le mani di don Ivan, dopo che è stato rivestito dei paramenti sacerdotali. Proprio nel compiere questo gesto, il Vescovo ha ricordato al novello sacerdote i due pilastri della sua nuova missione: la santificazione del popolo e l’offerta del sacrificio. Questo il vero senso del nuovo sacerdozio che si apre, il senso profondo di questo spreco: don Ivan è stato unto perché quel profumo di Cristo dalle sue mani si possa diffondere sul popolo di Dio.
Affinché, nell’offerta del sacrificio, nei sacramenti, nella vita quotidiana – offerta e sprecata – possa davvero custodire e santificare ogni uomo e donna che incontrerà. Ecco, allora, quell’opera che Dio porta a compimento, ecco quel dono totale nelle mani strette e offerte, ecco lo spreco di quell’olio prezioso e profumato sulle sue mani. Per tutto ciò noi non possiamo che rendere grazie a Dio: grazie per il dono di un nuovo presbitero, grazie per il dono delle vocazioni – messe abbondante e mai scontata-, grazie per il dono della nostra Chiesa diocesana, piccola ma coraggiosa barchetta al seguito della barca di Pietro il pescatore. A don Ivan l’augurio di poter ogni giorno ricordarsi che le sue mani sono mani affidate, strette e unte: affidate a Dio, strette da una Chiesa che si fa presente nelle mani del Vescovo, unte per essere veicolo di grazia e di misericordia per ogni uomo e donna.



