L’ABC della riconciliazione

Il Concistoro di papa Leone XIV parte dall’ascolto e dalla cura

​C’è una parola antica che in questi giorni risuona forte tra le mura del Vaticano e che, a prima vista, potrebbe sembrare roba per specialisti o addetti ai lavori: “Concistoro”. Di cosa si tratta esattamente? Per dirla nel modo più semplice e umano possibile, il Concistoro è la riunione ufficiale del Papa con i suoi più stretti collaboratori e consiglieri, ovvero i cardinali. Immaginiamolo come un grande consiglio di famiglia, un momento in cui i pastori che guidano le comunità cattoliche in ogni angolo della terra, dalle grandi metropoli occidentali alle periferie più dimenticate del sud del mondo, si ritrovano attorno allo stesso tavolo per riflettere, pregare e discernere insieme le strade da percorrere.

​Non è un evento frequente, ed è per questo che quando accade attira l’attenzione di tutti. Esistono Concistori “ordinari”, convocati spesso per la creazione di nuovi cardinali o per le cause di canonizzazione, e Concistori “straordinari”. Quello che si apre in questi giorni a Roma, il 26 giugno, è proprio un Concistoro straordinario. Significa che il Papa ha avvertito l’urgenza di convocare l’intero Collegio cardinalizio per affrontare una questione di vitale importanza per il presente e il futuro dell’umanità. Quando il mondo è scosso da venti di crisi, la Chiesa ferma il passo per ascoltare e per ritrovare la bussola.

​Una metodologia che assomiglia a una tavolata in famiglia

​Se lo scopo del Concistoro è altissimo, il modo in cui i cardinali lavoreranno in queste ore è sorprendentemente vicino alle nostre dinamiche quotidiane. Papa Leone XIV ha voluto scardinare la vecchia abitudine dei lunghi discorsi unilaterali, dove ognuno legge il proprio testo e gli altri ascoltano con un occhio all’orologio e l’altro al telefonino. Stavolta si sperimenta una metodologia profonda, incentrata sulla cura delle relazioni.

​I porporati si divideranno in venti piccoli gruppi di lavoro. Immaginiamo venti tavoli attorno ai quali cardinali di curia, vescovi residenziali e non elettori siederanno fianco a fianco, senza barriere di grado. La dinamica prevede tre passaggi precisi: prima ciascuno porta la propria esperienza originaria e le ferite del proprio territorio; poi ci si mette in un ascolto profondo dell’altro; infine, si lavora insieme per fare una sintesi comune: è questo il metodo sinodale: la conversazione nello Spirito. C’è una trasparenza nuova in tutto questo, perché le sintesi dei gruppi non rimarranno segrete, ma verranno condivise con i media, permettendo a tutto il popolo di Dio di sentirsi partecipe e di guardare da vicino questo cantiere di comunione.

​Le domande che scottano: abitare le fratture

​Ma di cosa parleranno concretamente attorno a questi tavoli? Il testo di riferimento è il capitolo quinto della Magnifica humanitas, l’ultimo grande documento del Papa. Le domande che Leone XIV ha consegnato ai cardinali non sono questioni burocratiche o dogmatiche, ma interrogativi che toccano la carne viva delle persone. «In che modo le tensioni e i conflitti che attraversano il mondo toccano oggi la vita delle nostre Chiese?», si chiede il Pontefice. E ancora: «Quali sono oggi le fratture che rendono più difficile costruire il bene comune? E quali attese emergono dalle persone che forse non ascoltiamo abbastanza?».

​Sono domande che scottano, che costringono a guardare in faccia le divisioni delle nostre società lacerate, le solitudini, le povertà materiali e spirituali. È un invito a riscoprire quella che possiamo definire la teologia dei “confini” e della “cura”. Spesso intendiamo i confini come muri per difenderci o come linee di frattura che ci separano da chi è diverso da noi. Questo Concistoro ci dice il contrario: il confine è il luogo dove inizia l’incontro. Abitare il confine con lo stile cristiano significa non avere paura delle diversità, ma prendersi cura delle vulnerabilità che si incontrano lungo la strada.

​Dalle stanze vaticane alle nostre parrocchie

​Le giornate del 26 e 27 giugno saranno intense, scandite dalla preghiera comune, dalla Messa a San Pietro e dal confronto continuo, per poi concludersi simbolicamente con una cena fraterna del Papa con tutti i partecipanti nell’Aula Paolo VI. Una scelta, anche questa, che parla il linguaggio dell’umanità e della convivialità, prima di culminare nella solenne celebrazione dei Santi Pietro e Paolo il 29 giugno.

​Viene da chiedersi: che cosa c’entra tutto questo con la vita delle nostre parrocchie e della nostra diocesi? C’entra moltissimo. Questo Concistoro straordinario non è un esercizio di potere romano, ma un grande laboratorio di stile. Ci ricorda che prima delle strutture, dei decreti e delle attività pastorali da organizzare, viene la persona. Viene la capacità di accogliersi, di riconoscere i propri limiti relazionali e di fare spazio all’ascolto dell’altro, soprattutto di chi fa più fatica o si sente escluso.

​Se i cardinali, provenienti da culture e storie opposte, riescono a sedersi in cerchio per curare le fratture del mondo partendo dall’ascolto, allora anche le nostre comunità possono fare lo stesso. Questo evento della Chiesa diventa così per noi uno specchio e un esame di coscienza per la nostra vita quotidiana: quanto spazio diamo, nelle nostre giornate e nelle nostre relazioni, alla custodia dell’altro e alla responsabilità della cura? La scommessa della Chiesa, oggi, comincia esattamente da qui.

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