Commento al Vangelo Mt 10,37-42
Chi è il discepolo? Cosa significa seguire Gesù, annunciare il Vangelo e non aver paura? Il Vangelo di questa domenica, in modo molto spiazzante e secco, ci regala tre pennellate, tre segni che dicono chi, in realtà, è un discepolo. Il primo segno è l’amore. Un segno di riconoscimento del discepolato sono le relazioni che si instaurano. Dimmi come stai in mezzo agli altri e io ti dirò come sei discepolo. Proprio sulle relazioni Gesù ci dona parole forti, che non comprendiamo e che facciamo fatica ad accogliere. Come è possibile mettere da parte l’amore del padre, della madre, degli amici? Come è possibile che Gesù chieda un amore così totalizzante? Amare di più Cristo non significa fare un torto a una madre, a un padre, a un figlio o a un amico. Amare di più Cristo significa amare “bene” queste persone, lasciando che esse siano segno di Dio, ma senza che diventino mai “il dio della nostra vita”. Alcuni rapporti di bene diventano per noi come un carcere, proprio perché non lasciamo a Cristo il primo posto.
Così il giudizio di un padre o di una madre, oppure le aspettative verso un figlio, ci tolgono la pace, l’identità, la forza, le motivazioni più vere. Amare di più Cristo significa amare seriamente chi ci sta intorno, ma nella prospettiva giusta. Per questo, quando Gesù è davvero Gesù, allora un padre può rimanere un padre, una madre una madre, un figlio un figlio. È come se dicesse: «Hai compreso che ti amo? E ti amo talmente tanto che sono io ad averti dato quel padre, quella madre, quel figlio e chiunque altro ti voglia davvero bene. Ogni persona che tu ami e che ti ama è solo segno di me». Ma non avrebbe senso idolatrare un segno se poi non se ne prende sul serio la direzione verso cui esso punta. Una freccia stradale con la scritta ROMA non ti chiede di fermarti, ma di andare nella direzione indicata.
Ogni amore in questa vita è vero se ci ricordiamo che è segno di Cristo. E ognuno di noi prende sul serio Cristo quando prende sul serio ogni amore che incontra nella sua vita. Il Vangelo non ti chiede di amare di meno tuo padre, tua madre, tuo figlio, tua moglie, tuo marito, il tuo migliore amico o la tua migliore amica. Ti chiede di amarli così tanto da lasciare che quell’amore ti conduca a Lui e non fermi il tuo cammino. Se tuo padre diventa il tuo dio, allora sì che sei nei guai. Quando la donna o l’uomo che ami diventa il tuo dio, allora sì che vivi fuori dal binario giusto. Se quel parroco, quella Chiesa, quella Parrocchia diventa il tuo dio, stai fuori da ogni logica di sequela. Se qualcuno, in questa vita, prende il posto di Dio, allora questa vita smette di donarci cose buone. Ma se ti ricordi che vale la pena amare, perché ogni cosa che ami ti porta a Cristo, allora imparerai ad amare le persone anche con i loro difetti, le loro incoerenze e la loro porzione di buio. Una seconda parola ci dona Gesù in questo Vangelo: una parola che abbiamo capito male e che ancora facciamo fatica a togliere dalla nostra mente: prendere la croce. Molte persone hanno identificato la croce con la sofferenza; quindi prendere la croce vorrebbe dire che, per seguire Gesù e fare questa esperienza d’amore, bisogna soffrire. Purtroppo, penso che questa sia una visione distorta del cristianesimo. Quando Gesù dice di abbracciare la croce, non intende dire di portare una sofferenza.
Gesù ci chiede di accettare la vita così come accade, di abbracciarla fino in fondo e, una volta abbracciata, di viverla camminando dietro a Lui. Se lotti contro le tue ferite, contro i tuoi problemi, contro i tuoi limiti, non andrai da nessuna parte. Non è la lotta contro i tuoi difetti a cambiarti, ma è accettarli che porta pace. Ogni amore porta con sé una rinuncia, ma quella rinuncia non nasce dalla sofferenza: nasce dall’abbracciare ciò che ami. E, stranamente, sei felice. Abbràcciati, accèttati come sei e segui Gesù. Lasciati abbracciare da qualcuno e sentirai che non sei solo. Abbraccia qualcuno e sperimenterai che è bello portare la croce di qualcun altro. Un’ultima parola ci viene donata oggi da Gesù: accogliere. Nella prima lettura una donna accoglie il profeta Eliseo in casa sua. Apre le porte della sua casa, prepara del cibo e un posto dove il profeta possa riposare. Accogliere significa fare spazio a qualcuno e a qualcosa. Spesso la vita ci ferisce e ci rinchiude; non ci permette di lasciare spazio. C’è un aneddoto che ci aiuta a capire cosa significa accogliere. Un giorno un re fece un banchetto e chiese a tutti di portare a palazzo del vino. Uno portò un bicchiere pensando: «Tanto chissà quanta gente porterà il vino».
Un secondo portò un fiasco; un terzo una damigiana. Mentre salgono vedono un uomo portare una botte. Gli altri lo prendono in giro dicendo che è stupido, perché in questo modo il vino verrà sprecato. Al termine del banchetto il re chiese a ciascuno di riprendere il proprio recipiente e di tornare a casa. Ognuno andò a prendere il proprio recipiente e lo trovò pieno d’oro. Ecco, la misura del nostro accogliere è importante, sia che si tratti di un bicchiere d’acqua sia di un profeta. L’accoglienza è il segno che davvero l’amore, l’abbracciarci e l’abbracciarsi ci stanno trasformando. Un giorno la porta del cielo ce la apriranno coloro che ci hanno accolto nel cuore e noi non lo sapevamo; tutti coloro che hanno pregato per noi e noi non lo sapevamo. Dio non lascia mai a mani vuote chi accoglie. La gratitudine di Dio non manca mai. Anche il più piccolo gesto diventa un frammento di Vangelo. La cosa più bella è che, nell’accoglienza, Gesù ha messo il suo volto: «Chi accoglie voi accoglie me». È come se dicesse: «Io ho bisogno di te per stare nel mondo, per farmi vedere agli altri». Dio ama, è vero, ma ama sempre attraverso qualcuno, attraverso me e te. Essere discepoli, allora, è qualcosa di unico e speciale. Sappiatevi amati e, se volete, scegliete di amare. Buona domenica!
Amare, abbracciare, accogliere
Commento al Vangelo Mt 10,37-42
Chi è il discepolo? Cosa significa seguire Gesù, annunciare il Vangelo e non aver paura? Il Vangelo di questa domenica, in modo molto spiazzante e secco, ci regala tre pennellate, tre segni che dicono chi, in realtà, è un discepolo. Il primo segno è l’amore. Un segno di riconoscimento del discepolato sono le relazioni che si instaurano. Dimmi come stai in mezzo agli altri e io ti dirò come sei discepolo. Proprio sulle relazioni Gesù ci dona parole forti, che non comprendiamo e che facciamo fatica ad accogliere. Come è possibile mettere da parte l’amore del padre, della madre, degli amici? Come è possibile che Gesù chieda un amore così totalizzante? Amare di più Cristo non significa fare un torto a una madre, a un padre, a un figlio o a un amico. Amare di più Cristo significa amare “bene” queste persone, lasciando che esse siano segno di Dio, ma senza che diventino mai “il dio della nostra vita”. Alcuni rapporti di bene diventano per noi come un carcere, proprio perché non lasciamo a Cristo il primo posto.
Così il giudizio di un padre o di una madre, oppure le aspettative verso un figlio, ci tolgono la pace, l’identità, la forza, le motivazioni più vere. Amare di più Cristo significa amare seriamente chi ci sta intorno, ma nella prospettiva giusta. Per questo, quando Gesù è davvero Gesù, allora un padre può rimanere un padre, una madre una madre, un figlio un figlio. È come se dicesse: «Hai compreso che ti amo? E ti amo talmente tanto che sono io ad averti dato quel padre, quella madre, quel figlio e chiunque altro ti voglia davvero bene. Ogni persona che tu ami e che ti ama è solo segno di me». Ma non avrebbe senso idolatrare un segno se poi non se ne prende sul serio la direzione verso cui esso punta. Una freccia stradale con la scritta ROMA non ti chiede di fermarti, ma di andare nella direzione indicata.
Ogni amore in questa vita è vero se ci ricordiamo che è segno di Cristo. E ognuno di noi prende sul serio Cristo quando prende sul serio ogni amore che incontra nella sua vita. Il Vangelo non ti chiede di amare di meno tuo padre, tua madre, tuo figlio, tua moglie, tuo marito, il tuo migliore amico o la tua migliore amica. Ti chiede di amarli così tanto da lasciare che quell’amore ti conduca a Lui e non fermi il tuo cammino. Se tuo padre diventa il tuo dio, allora sì che sei nei guai. Quando la donna o l’uomo che ami diventa il tuo dio, allora sì che vivi fuori dal binario giusto. Se quel parroco, quella Chiesa, quella Parrocchia diventa il tuo dio, stai fuori da ogni logica di sequela. Se qualcuno, in questa vita, prende il posto di Dio, allora questa vita smette di donarci cose buone. Ma se ti ricordi che vale la pena amare, perché ogni cosa che ami ti porta a Cristo, allora imparerai ad amare le persone anche con i loro difetti, le loro incoerenze e la loro porzione di buio. Una seconda parola ci dona Gesù in questo Vangelo: una parola che abbiamo capito male e che ancora facciamo fatica a togliere dalla nostra mente: prendere la croce. Molte persone hanno identificato la croce con la sofferenza; quindi prendere la croce vorrebbe dire che, per seguire Gesù e fare questa esperienza d’amore, bisogna soffrire. Purtroppo, penso che questa sia una visione distorta del cristianesimo. Quando Gesù dice di abbracciare la croce, non intende dire di portare una sofferenza.
Gesù ci chiede di accettare la vita così come accade, di abbracciarla fino in fondo e, una volta abbracciata, di viverla camminando dietro a Lui. Se lotti contro le tue ferite, contro i tuoi problemi, contro i tuoi limiti, non andrai da nessuna parte. Non è la lotta contro i tuoi difetti a cambiarti, ma è accettarli che porta pace. Ogni amore porta con sé una rinuncia, ma quella rinuncia non nasce dalla sofferenza: nasce dall’abbracciare ciò che ami. E, stranamente, sei felice. Abbràcciati, accèttati come sei e segui Gesù. Lasciati abbracciare da qualcuno e sentirai che non sei solo. Abbraccia qualcuno e sperimenterai che è bello portare la croce di qualcun altro. Un’ultima parola ci viene donata oggi da Gesù: accogliere. Nella prima lettura una donna accoglie il profeta Eliseo in casa sua. Apre le porte della sua casa, prepara del cibo e un posto dove il profeta possa riposare. Accogliere significa fare spazio a qualcuno e a qualcosa. Spesso la vita ci ferisce e ci rinchiude; non ci permette di lasciare spazio. C’è un aneddoto che ci aiuta a capire cosa significa accogliere. Un giorno un re fece un banchetto e chiese a tutti di portare a palazzo del vino. Uno portò un bicchiere pensando: «Tanto chissà quanta gente porterà il vino».
Un secondo portò un fiasco; un terzo una damigiana. Mentre salgono vedono un uomo portare una botte. Gli altri lo prendono in giro dicendo che è stupido, perché in questo modo il vino verrà sprecato. Al termine del banchetto il re chiese a ciascuno di riprendere il proprio recipiente e di tornare a casa. Ognuno andò a prendere il proprio recipiente e lo trovò pieno d’oro. Ecco, la misura del nostro accogliere è importante, sia che si tratti di un bicchiere d’acqua sia di un profeta. L’accoglienza è il segno che davvero l’amore, l’abbracciarci e l’abbracciarsi ci stanno trasformando. Un giorno la porta del cielo ce la apriranno coloro che ci hanno accolto nel cuore e noi non lo sapevamo; tutti coloro che hanno pregato per noi e noi non lo sapevamo. Dio non lascia mai a mani vuote chi accoglie. La gratitudine di Dio non manca mai. Anche il più piccolo gesto diventa un frammento di Vangelo. La cosa più bella è che, nell’accoglienza, Gesù ha messo il suo volto: «Chi accoglie voi accoglie me». È come se dicesse: «Io ho bisogno di te per stare nel mondo, per farmi vedere agli altri». Dio ama, è vero, ma ama sempre attraverso qualcuno, attraverso me e te. Essere discepoli, allora, è qualcosa di unico e speciale. Sappiatevi amati e, se volete, scegliete di amare. Buona domenica!
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