La prossimità di don Ivan Aiello prima dell’ordinazione

​L’appuntamento è nella parrocchia Santa Maria di Portosalvo a Ischia. È qui che il 12 settembre scorso don Ivan Aiello è stato ordinato diacono, ed è proprio qui che la comunità si prepara a stringersi attorno a lui per la sua imminente ordinazione presbiterale. In questi giorni sospesi, densi di impegni e divisi tra gli ultimi esami universitari per la licenza in Pastorale Giovanile e il silenzio della preghiera, don Ivan si concede con totale disponibilità. Ha 27 anni e uno sguardo limpido, privo di quelle sovrastrutture che rischiano talvolta di allontanare i ministri di Dio dal tessuto vivo della realtà.

​«È un tempo particolare», esordisce. «Un tempo in cui ci si ritira per stare con il Signore in una maniera del tutto speciale. Avverto l’immensità di questo dono, ne avverto tutta la grazia e la responsabilità. Conciliare l’attesa spirituale con lo studio e gli esami mi ha aiutato a rimanere focalizzato sull’essenziale: sulla preghiera, su quello che sono e su ciò che la Chiesa mi chiede di vivere».

​I giovani e la Chiesa: non formule, ma spazi di espressione

​Don Ivan sta completando gli studi in Pastorale Giovanile, un percorso accademico che lo interroga da vicino, sia come sacerdote che come giovane uomo. La sua visione ribalta i vecchi paradigmi pastorali che spesso riducono il rapporto con le nuove generazioni a una serie di strategie esterne. «La domanda fondamentale che la Chiesa deve porsi non è come approcciarsi ai giovani, ma come i giovani vivano all’interno della Chiesa», spiega. Non esiste una pastorale giovanile staccata dalle altre, quasi fosse un compartimento stagno: l’azione e il cammino della comunità sono unici.

​I ragazzi non sono contenitori vuoti da riempire con precetti o formule preconfezionate: «Non dobbiamo dare qualcosa che i giovani hanno già. Dobbiamo invece aiutarli a scoprire come il Signore opera nella loro vita e come sono chiamati a testimoniare la loro appartenenza. I giovani non cercano una realtà che dica loro come vivere, che li giudichi o li chiuda in schemi e condanne. Hanno bisogno di sapere che sono già amati, che la loro bellezza è un dono di Dio e che deve germogliare. Siamo chiamati a mostrare una vera dilatazione del cuore».

​Le ferite della strada come cattedra di umanità

​Il cammino di don Ivan non si è sviluppato solo sui libri o dentro le mura rassicuranti del seminario. Nel suo bagaglio ci sono esperienze forti, vissute tra il 2017 e il 2018 al centro Regina Pacis di Quarto, a stretto contatto con ragazzi provenienti dall’esperienza del carcere minorile di Nisida. Ricorda in particolare i quattro mesi trascorsi in camera con un giovane che si trovava agli arresti domiciliari: una realtà dura, che è diventata una cattedra di umanità.

​«Quegli incontri mi hanno messo di fronte alla necessità di comprendere come non sovraccaricare persone che hanno già vissuto fatiche enormi e sono abitate da ferite profonde», racconta con voce densa. «Siamo chiamati a dire a queste persone, stando al loro fianco, che il Signore entra proprio dentro quelle ferite. Noi siamo creati per qualcosa di più grande: siamo nati per splendere, per portare il bene e la pace del Signore. Quando una vita viene ferita in giovane età, incontrare Cristo nella quotidianità diventa l’occasione preziosa per scoprire che si può ricominciare».

Da queste parole emerge con chiarezza cosa significhi prendersi cura dell’altro: una prossimità autentica che rispetta i confini della persona e ne accoglie la vulnerabilità, lenendo il dolore senza giudicare.

​Dal diaconato al presbiterato: la preghiera e l’altare

​Se il diaconato ha impresso in don Ivan il sigillo del servizio e della vicinanza assoluta ai fratelli, l’ordinazione sacerdotale introduce una novità profonda, che non cancella il ministero precedente ma lo eleva attraverso la grazia sacramentale.

​«Il servizio resta il tratto caratterizzante di ogni chiamata, sia essa familiare, diaconale o presbiterale», osserva. «Ma con il presbiterato la Chiesa mi chiede di accompagnare i fratelli in un modo del tutto speciale, attraverso i sacramenti della riconciliazione, dell’eucaristia e dell’unzione degli infermi. È una preghiera costante che diventa intercessione per il popolo, una vita spesa interamente e senza riserve».

​Questa totale dedizione porta con sé una sfida complessa: come non farsi travolgere dall’attivismo o dal rischio della solitudine, in un’epoca in cui i sacerdoti sono pochi e gravati da molteplici impegni? La risposta di don Ivan è un ritorno alla sorgente. «La primissima cosa da fare è non perdere il contatto diretto con il Signore nella preghiera. È necessario cercare quella solitudine feconda che Gesù stesso viveva quando si metteva in disparte per stare in comunione con il Padre. Il rischio è muoversi per il desiderio di fare tutto a partire da sé stessi, dimenticando che agiamo solo perché il Signore ce lo concede. Siamo Chiesa perché siamo insieme, ma anche perché siamo un insieme di singolarità: nessuno può vivere il proprio essere Chiesa se non parte dalla relazione intima e personale con Gesù».

​Una Chiesa sinodale: preti e laici nello stesso corpo

​Parlando del presente della Chiesa, nel solco del cammino sinodale tracciato da Papa Francesco, il futuro sacerdote rifiuta categoricamente l’immagine del prete isolato. Il suo stesso percorso, cresciuto negli ambienti ecclesiali da laico, gli ha mostrato la bellezza di una corresponsabilità reale.

​«Non si può parcellizzare il corpo di Cristo», afferma con decisione. «Non si può pensare di essere preti senza il popolo di Dio, così come non si può essere popolo di Dio senza i preti. La bellezza della Chiesa è che essa nasce da una chiamata plurima: il Signore chiama prima di tutto a essere cristiani. Chiama a essere genitori, mariti, mogli, e chiama al ministero. È un cammino comune, una collaborazione costante e quotidiana in ogni espressione della parrocchia».

​Contro la diffidenza, l’onestà della fragilità

​A chi guarda oggi alla Chiesa con indifferenza o diffidenza, don Ivan non offre ricette pastorali astratte o risposte dogmatiche. La chiave del dialogo è l’onestà della propria persona. «Ognuno serve la Chiesa a partire da ciò che è, non esistono ricette pronte. Testimoniare Gesù non significa sfoggiare grandi titoli o nozioni culturali; quelli devono servire solo ad aiutarci a entrare meglio nella nostra umanità. Testimoniare significa mostrare che il Signore libera il cuore».

​Il pericolo più grande, per chi indossa l’abito, è l’ipocrisia della perfezione: «Uno dei rischi maggiori è mostrare una perfezione che non esiste. Le persone, invece, cercano e ammirano la sincerità, l’onestà e l’umanità profonda. Possiamo essere veramente umani solo a contatto con Gesù. Mostrare le proprie fragilità e difficoltà non è un limite, se queste vengono rivestite dal Signore e riposte con umiltà ai suoi piedi».

​«Vale la pena fare il prete»

​L’intervista si chiude con la domanda di fondo, quella che interroga il senso profondo di una scelta definitiva in una società complessa: cosa dà speranza? Cosa fa dire che ne vale la pena?

​La risposta di don Ivan è un inno alla bellezza del dono: «Lo dico spesso anche ai ragazzi in facoltà: vale la pena spendere la vita per il Signore come preti, come suore, così come da padri o madri di famiglia. Vale la pena perché tutto ciò che abbiamo è un dono, e possiamo viverlo fino in fondo solo se lo doniamo senza riserve, con il desiderio di fare il bene e di intercettare l’amore che opera già nel mondo. Il compito del prete è dire dove Dio abita. E Dio abita proprio nelle realtà più difficili, complesse, che agli occhi del mondo sembrano abbandonate. Quelle periferie sono il suo habitat naturale. Vale la pena dire al mondo che la vita è un dono e va donata, sapendo che qualsiasi cosa riuscirò a fare sarà sempre una piccolissima parte di tutta la bellezza che ho ricevuto».

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