Commento al Vangelo (Gv 6,51-58)

Che strano, fratelli e sorelle. Abbiamo bisogno di una Messa per riflettere sulla Messa. Abbiamo bisogno di fermarci per capire ciò che ogni giorno celebriamo e che rischia di diventare abitudine. Perché quando una cosa diventa abitudine non è più vita: è automatismo. E allora succede qualcosa di paradossale: ci lamentiamo della Messa. Ci lamentiamo dei canti, dell’omelia, della durata, dei paramenti, delle forme. Ci lamentiamo di tutto. Ma forse il problema non è la Messa. Il problema è che abbiamo perso il gusto della Messa. Abbiamo perso l’appetito di Dio. E quando si perde l’appetito, anche il pane migliore sembra insapore. Per questo oggi la Chiesa ci regala questa festa: il Corpus Domini. Non per aggiungere una celebrazione in più, ma per ricordarci che senza questo Pane non si vive. Perché tutti i giorni è Corpus Domini. Non c’è un solo giorno in cui non abbiamo bisogno di Dio. E dopo la festa della Santissima Trinità, quasi come un movimento naturale, lo Spirito Santo ci porta dentro il cuore della fede: l’Eucaristia.

Per capire questa festa vorrei donarvi tre parole molto semplici, tre verbi per la vita spirituale: ricordare, sognare, desiderare. Tre parole che non sono teoria. Sono vita. La prima è ricordare. “Ricordati!”, dice il Deuteronomio. E non è una parola nostalgica. È una parola vitale. Perché nella Bibbia ricordare non significa pensare al passato. Significa riconoscere che Dio è presente anche adesso. Ma noi oggi abbiamo ridotto la memoria a qualcosa di fragile. Da quando abbiamo i telefonini, pensiamo che ricordare significhi conservare immagini. Foto, video, archivi. Tutto fuori da noi. E invece il Signore ci ha dato qualcosa di più grande: il cuore. Il cuore è la memoria viva dell’uomo. Non conserva soltanto: fa rivivere. Quando il cuore ricorda, una cosa non è più passata: è presente. E Dio ricorda così. “Ricordati di come ti ho condotto nel deserto”. Attenzione: il deserto non è una parentesi negativa della vita. Il deserto è una scuola. Nel deserto Israele impara una cosa fondamentale: non basta a sé stesso. Impara che la vita non è possesso, ma dono. La manna non è solo cibo: è pedagogia di Dio. È Dio che educa il suo popolo a fidarsi. E forse anche noi abbiamo attraversato deserti. Momenti in cui abbiamo capito che non ce la facciamo da soli. Momenti in cui le sicurezze si sono sgretolate. Momenti in cui abbiamo scoperto la nostra fragilità. E proprio lì, nel deserto, Dio non è mancato.

Non ha tolto il deserto, ma lo ha abitato. E ci ha insegnato a vivere. Ed è qui che l’Antico Testamento incontra l’Eucaristia. Perché Gesù, nell’ultima cena, prende il pane e il vino e dice: “Fate questo in memoria di me”. Ma attenzione: questa non è memoria sentimentale. Non è nostalgia religiosa. La parola che Gesù usa è “zikkaron”. E lo “zikkaron” nella Bibbia non è il ricordo di una cosa passata. È la riattualizzazione di un evento salvifico. Quando un ebreo celebra la Pasqua non dice: “Ricordiamo quello che è successo agli antenati”. Dice: “Dio ci sta liberando adesso”. E questo cambia tutto. Per questo Gesù non dice: “Ricordatevi di me, della mia buonanima”. Dice: “Fate questo, e io sarò presente”. L’Eucaristia non è memoria psicologica. È presenza reale. E allora ogni Messa è questo: non un pensiero su Dio, ma Dio che si fa presente. Ci sono gesti umani che rendono presente l’amore. Ci sono parole che non spiegano soltanto, ma accadono. L’Eucaristia è questo. E qui nasce una domanda semplice ma seria: noi abbiamo ancora memoria di Dio? O viviamo come se Dio fosse un ricordo tra gli altri? Perché quando si perde la memoria, si perde anche il senso dell’amore. E quando si perde il senso dell’amore, si perde anche il senso della vita. La seconda parola è sognare. Gesù ha sognato la Chiesa. Non una struttura. Non un’istituzione fredda. Ma una comunità viva.

Ha sognato uomini e donne che potessero vivere il suo sogno nel mondo. E questo sogno non si realizza da solo. I sogni di Dio non sono mai automatici. Hanno bisogno di qualcuno che li accolga. In una famiglia si sogna insieme. In una comunità si sogna insieme. In una coppia si sogna insieme. E quando si smette di sognare insieme, si comincia a vivere separati. San Paolo lo dice ai Corinzi. Una comunità divisa, fragile, piena di contrasti. Ricchi e poveri. Forti e deboli. Gruppi che non si parlano. E Paolo dice una frase che sembra semplice, ma è rivoluzionaria: “Poiché vi è un solo pane, noi siamo un solo corpo”. Non dice: dovete essere uguali. Dice: siete uno perché mangiate lo stesso Pane. E allora il centro non siamo noi. Il centro è Cristo. Noi siamo come i raggi di una ruota. Più i raggi si avvicinano al centro, più si avvicinano tra loro. Questa è la logica dell’Eucaristia. Non è la logica del possesso. Non è la logica dell’ego. Non è la logica della divisione. È la logica della comunione. E qui lasciatemi dire una cosa molto concreta. Non si può fare Eucaristia e restare nella divisione. Non si può ricevere il Corpo di Cristo e continuare a ferire il corpo della comunità. Non si può spezzare il Pane e non voler ricucire le relazioni. Perché il Pane è uno solo. E chi vive di pettegolezzi, chi alimenta divisioni, chi rifiuta il perdono, non ha ancora imparato il linguaggio dell’Eucaristia. Perché l’Eucaristia non è un gesto individuale. È un evento ecclesiale. E allora la domanda diventa concreta: con chi devo riconciliarmi? Chi sto escludendo dalla mia vita? Quali muri sto ancora costruendo? L’Eucaristia non è il premio dei perfetti, ma la medicina dei feriti. Ma proprio per questo ti cambia le relazioni. Perché ti obbliga a non vivere più per te stesso. La terza parola è desiderare. E forse è la più vera. Perché dentro di noi c’è una fame che non si spegne. Fame di amore. Fame di senso. Fame di vita. Fame di relazione. Fame di felicità. E questa fame non è un difetto. È un segno. È il segno che non bastiamo a noi stessi. E Gesù prende sul serio questa fame. Per questo si fa cibo. Ma il problema è che noi spesso cerchiamo altri cibi. Ci nutriamo di successo. Di potere. Di immagini. Di approvazione. Di piacere. Di cose che riempiono per un momento ma poi lasciano vuoto.

E allora Gesù nel Vangelo dice una parola durissima: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”. E molti se ne vanno. Perché il linguaggio dell’amore vero è sempre esigente. Ma qui sta il centro. Gesù non ci offre qualcosa. Gesù offre sé stesso. E poi arriva la frase più misteriosa e più bella: “Chi mangia me vivrà per me”. Non dice: vivrà soltanto. Dice: vivrà per me. E qui cambia tutto. Perché noi pensiamo che vivere significhi essere al centro. Gesù dice il contrario: vivere è uscire dal centro. Il contrario della vita non è la morte. Il contrario della vita è vivere ripiegati su sé stessi. E quando vivi solo per te, anche se hai tutto, dentro sei vuoto. L’Eucaristia ti libera da questo. Ti educa lentamente a vivere per un Altro. E quindi a vivere finalmente anche per gli altri. Oggi il Corpus Domini ci dice una cosa semplice: ricorda. Sogna. Desidera. E torna all’Eucaristia. Perché lì non trovi un’idea. Lì trovi una presenza. Lì trovi una vita. Buon a domenica!

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