Vi sono cammini capaci di schiudere l’anima, non soltanto per la fiera bellezza dei luoghi, ma per quei frammenti di infinito che sanno fare dono allo sguardo orante. Così è stato durante un recente tempo di riposo in terra di Sardegna. Attraversando l’aspra e magnetica solitudine del Sulcis, lungo la via che declina verso la marina di Portoscuso, i miei occhi sono rimasti catturati da una rivelazione che ha commosso il cuore. Qui la terra si squarcia d’improvviso in imponenti falesie che cadono a picco, nude e verticali, dentro un mare di un turchese accecante e purissimo. È in questo scenario di contrasti assoluti, sospeso tra la vertigine della roccia e l’infinito liquido, che la natura impone la sua maestosa presenza.

Lungo i margini della strada, le creature arboree non s’innalzano dritte e superbe verso l’azzurro del cielo; esse si flettono in un fermo immagine solenne, come sospese in un’orazione perenne. Le loro chiome, simili a lunghi capelli spettinati dal vento e d’improvviso cristallizzati nel culmine del loro slancio, offrono al viandante il mistero di una staticità vibrante. Sono corpi interamente scolpiti dal Maestrale: il soffio antico del vento, gravido dell’abbraccio salmastro del mare, ne ha piegato i fusti nel volgere delle stagioni, orientandoli in geometrie asimmetriche, “a bandiera”, tese verso l’interno come testimoni di una perenne, drammatica fuga.

Ma la meraviglia più profonda, quella che sospende il respiro e chiama alla contemplazione, si manifesta solo accostando a quel paesaggio lo sguardo puro che Papa Francesco ci invita a custodire nella Laudato si’. Quegli alberi, infatti, non sostengono l’urto della tempesta nella solitudine. Quelle chiome così mirabilmente spettinate, quassù si sfiorano e si accolgono fino a fondersi nel firmamento; quaggiù, nel silenzio fecondo della terra, le loro radici si stringono in un nodo così tenace da farsi sostanza unica. Si legano gli uni agli altri, non per sottomissione, ma per rimanere custodi della propria verticalità.

In botanica e in ecologia vegetale, questa profonda metamorfosi geometrica imposta dagli elementi ha un nome scientifico preciso: si definisce anemomorfismo (dal greco anemos, vento, e morphe, forma), o portamento anemomorfo. Non si tratta del frutto di una malattia o di una fragilità, bensì di un miracoloso e plastico adattamento biologico, in cui la pianta si modella asimmetricamente sacrificando i germogli esposti alla salsedine per far fiorire la vita sul lato opposto, protetto dalle raffiche.

Davanti ai miei passi di pellegrina, questa definizione tecnica si spoglia così di ogni freddezza scientifica per farsi parabola vivente del mistero che abita il cuore stesso dell’enciclica: «Tutto è connesso. Se l’essere umano si dichiara autonomo dalla realtà e si costituisce come dominatore assoluto, lo stesso fondamento della sua esistenza si sgretola» (LS, 117).

Quegli alberi, radicati nella roccia sarda, ci consegnano, nella sacralità della materia, la bellezza e la necessità della comunione. Una creatura rimasta isolata in quella piana verrebbe sradicata dal primo impeto della mareggiata. Eppure, intessendo un’alleanza di rami e di radici, esse generano uno schermo di salvezza: il primo riceve e mitiga la carezza tagliente del vento per il secondo, che a sua volta protegge il terzo. Sopravvivono poiché si fanno custodi della vita dell’altro.

Lascio quella distesa di roccia e di luce custodendone il segreto: quelle sculture viventi, arrese al vento ma mai vinte, non raccontano una sottomissione, ma il trionfo di un abbraccio. In quei capelli di foglie perennemente spettinati è scritto lo spartito di una resistenza corale, un canto silenzioso che ricorda a ogni uomo in cammino una verità immutabile: ci si salva soltanto insieme, restando uniti alle radici, per continuare a fiorire nel vento.

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