Spunti di lettura per la Magnifica humanitas

Dopo aver dedicato la nostra attenzione all’esperienza della nostra umanità, continuiamo la lettura della Magnifica humanitas, la prima enciclica di papa Leone XIV, attingendo alle due icone bibliche che il Papa presenta nelle prime pagine del suo documento. Si tratta degli episodi della costruzione della torre di Babele (cf Gen 11,1-9) e della ricostruzione delle mura di Gerusalemme ad opera di Neemia (cf Ne 2-6). Il primo racconto, quello della torre che tocchi il cielo e dia un nome all’umanità, ci parla di «un’opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione. Quando la città si edifica sull’orgoglio e sulla pretesa di bastare a se stessa […] il risultato non è l’unità, ma la dispersione.» (n. 7)

Il Papa ci consegna questa immagine come istantanea di un mondo che, direbbe Dietrich Bonhoeffer, pensa di essere diventato “adulto” e di non aver più bisogno di Dio. Un mondo capace di scoperte tecnologiche e scientifiche inimmaginabili, ma incapace di porle al servizio e per il bene di tutti. Contrapposta a questa desolante immagine di fallimento – perché è bene sempre ricordare che l’impresa della torre fallisce, e ogni progetto che dimentichi Dio è destinato a fallire – abbiamo il racconto di Neemia. Il contesto, anche qui, non è idilliaco: il popolo ha vissuto l’esilio in Babilonia, Gerusalemme è in rovina e le sue mura sono crollate. Eppure, sotto la guida di Neemia, funzionario del re Artaserse, viene riedificata la cinta muraria della città. Neemia «non impone soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni. Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo» (n. 8).

Due racconti ci mettono dinanzi a due situazioni diametralmente opposte: nell’impresa titanica della costruzione della torre, Dio non c’è, per lui non c’è spazio. Tra le macerie di Gerusalemme, invece, la comunione fa spazio a Dio: comunione e non omologazione. Ecco chiarito il perché papa Leone presenti queste due icone bibliche. Il nostro mondo, abitato da innumerevoli res noveæ tecnologiche e scientifiche, si trova a fare i conti con una domanda inevitabile: come vogliamo vivere il progresso? Ci viene in aiuto in questa riflessione il teorico della complessità, il sociologo Edgar Morin, scomparso la scorsa settimana a 104 anni. Morin parla della nostra società come della “società della complessità”, in cui sempre più si corre il rischio di restare rinchiusi nelle proprie specializzazioni. In un tale contesto l’uomo diventa schiavo della burocrazia, che gli impone un compito specifico e gli impedisce di avere una “visione d’insieme”, anche sull’umano.

I due racconti biblici diventano, quindi, immagine di questo duplice modo di vedere il nostro essere umani nel mondo: volendo costruire torri alte fino al cielo, relegando ogni uomo al suo mattone, annullando ogni diversità, sposando il pensiero unico e incontrovertibile, oppure volendo ricostruire le mura di Gerusalemme confrontandoci, aprendo spazi di dialogo, con la capacità di avere uno sguardo anche oltre il proprio naso. Essere davvero “uomini capaci di umanità” richiede, però, il sacrificio di andare anche oltre le proprie convinzioni.

Lo stesso Morin direbbe che «vivere è un continuo morire e ringiovanire», morire a sé stessi e alle proprie convinzioni, per poter ringiovanire grazie all’altro. «Alla luce di queste due icone, lo Spirito Santo oggi ci interpella circa il rapporto con la tecnica e con la rivoluzione digitale in corso. Le scoperte scientifiche sono un talento consegnato all’umanità perché essa lo faccia fruttare (cfr Mt 25,14-30). La tecnologia può curare, connettere, educare, custodire la Casa comune; ma può anche dividere, scartare, generare nuove ingiustizie. In astratto, essa non è di per sé una soluzione ai problemi dell’umanità, come non è di per sé un male; ma, concretamente, non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa. Per questo la prima scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna.» (n. 9).

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