Il bene comune non si privatizza

La Dottrina Sociale della Chiesa e gli spazi delle nostre comunità

​La cura del bene comune è uno dei pilastri della dottrina sociale della Chiesa e della convivenza civile. Una comunità che non sa più proteggere i propri spazi di gratuità è una comunità che si sta impoverendo umanamente, anche se le casse dei negozi sono piene. Quando privatizziamo troppi angoli di strada, rischiamo di ridurre le nostre relazioni a un fatto meramente commerciale. Il pericolo reale, che tocchiamo con mano ogni anno all’inizio dell’estate, è quello di diventare quasi estranei a casa nostra, spettatori passivi di una dinamica turistica che a volte rischia di comprimere la vita quotidiana e le aree destinate ai residenti.

​​È una riflessione che si fa urgente in questi primi giorni di giugno a Ischia, mentre i nostri centri storici, da Forio a Ischia Ponte, fino a Sant’Angelo, cambiano ritmo per l’inizio della stagione. Se ne parla spesso nei dibattiti sui social network e nei servizi delle emittenti locali: la progressiva e inesorabile trasformazione dei nostri spazi pubblici. Ogni anno che passa, in coincidenza con l’arrivo dei grandi flussi, i metri quadrati delle aree comuni destinati alla libera cittadinanza sembrano restringersi. Spuntano pedane, dehors, fioriere e sfilate di tavolini che ridisegnano la geografia dei nostri corsi principali, delle zone pedonali e delle strade più frequentate.

​Intendiamoci bene, per evitare equivoci o facili moralismi: che le attività commerciali lavorino, investano e offrano servizi di qualità ai turisti è un segno di vitalità economica che fa bene a tutta l’isola e dà sostentamento a tante famiglie. Il problema sorge quando questa legittima ricerca del profitto privato finisce per coprire e ridurre quasi del tutto lo spazio della gratuità, quello che appartiene a tutti e, proprio per questo, non può essere proprietà esclusiva di nessuno. La dottrina sociale ci ricorda che sui beni privati grava sempre una funzione sociale; a maggior ragione questo vale per lo spazio pubblico, che non può essere sottomesso alle sole logiche del mercato senza pagare un prezzo in termini di relazioni umane.

​Le vie e le strade del nostro paese, storicamente, sono il cuore pulsante della comunità ischitana. È il luogo dell’incontro disinteressato, dove ci si ferma senza l’obbligo di dover consumare qualcosa. È lungo i corsi principali che l’anziano trova un momento all’ombra per scambiare due chiacchiere e sconfiggere la solitudine, dove il genitore può lasciare il bambino libero di fare due passi, dove ci si incontra semplicemente per commentare i fatti del giorno e condividere la vita. Questi spazi non sono semplici aree di transito o “vuoti” urbanistici da riempire: sono i laboratori dove si genera e si custodisce il tessuto sociale di un popolo. Sono i confini visibili della nostra identità collettiva, baluardi di un modo di vivere che rischia di sbiadire sotto i colpi dell’omologazione.

​Oggi, camminando per l’isola nei mesi di alta stagione, si ha spesso l’impressione contraria: se non ci si siede al tavolo di un locale, diventa sempre più difficile trovare un angolo tranquillo dove fermarsi a dialogare. I corsi pedonali e gli spazi di incontro si trasformano visivamente in grandi spazi di ristorazione all’aperto. In questo modo, il territorio rischia di lanciare un messaggio implicito ma duro, soprattutto alle nuove generazioni: esisti se consumi. Chi cerca solo cinque minuti di riposo e di relazione umana gratuita si ritrova progressivamente confinato ai margini della vita del proprio paese. Questa mercificazione strisciante finisce per educare all’idea che ogni spazio debba avere un prezzo e che non esista nulla che meriti di essere custodito senza un ritorno economico.

​Le amministrazioni locali hanno una grande responsabilità politica e morale nel tracciare un confine chiaro e invalicabile tra l’interesse economico, che va tutelato, e il diritto sacrosanto dei cittadini a vivere e abitare la propria terra. Servono scelte lungimiranti, capaci di pianificare lo sviluppo senza compromettere la vivibilità dei nostri borghi. Ma è anche una questione che interroga profondamente la coscienza di ogni operatore economico e di ogni singolo cittadino. Non possiamo pensare che le sorti di un’estate si misurino esclusivamente dal fatturato o dalla percentuale di suolo occupato. Si misurano anche e soprattutto dalla capacità di preservare l’inclusione, la bellezza e il rispetto per chi quell’isola la vive e la custodisce trecentosessantacinque giorni all’anno.

​L’augurio per i mesi caldi che abbiamo davanti è che Ischia sappia riscoprire il valore profondo dell’ospitalità senza perdere il senso altrettanto profondo della comunità. Una parrocchia, un’associazione, un paese sono vivi se sanno ancora offrire spazi dove le persone si incontrano per il solo gusto di stare insieme, per guardarsi negli occhi e ascoltarsi senza uno scontrino in mano. Difendere la gratuità delle nostre strade non è una sterile nostalgia del tempo che fu, ma l’unico modo per garantire che l’isola mantenga la sua anima autentica anche nel pieno del flusso estivo, rimanendo una casa accogliente per chi viene da fuori e, prima ancora, per chi ci abita.

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