Spunti di lettura per la Magnifica humanitas
Nel 135° anniversario della promulgazione della Rerum novarum di Leone XIII, l’enciclica fondativa della dottrina sociale della Chiesa, Leone XIV ha consegnato alla Chiesa universale la prima enciclica del suo pontificato: Magnifica humanitas, sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Documento ricchissimo, nasce dalla volontà del Papa di «guardare a [questa] grande trasformazione con gli occhi della fede, con la lucidità della ragione, con apertura al mistero e con le grida dei poveri della terra che risuonano nel mio cuore». Il suo messaggio e la sua straordinaria portata saranno certamente analizzati e sviscerati da numerosi esperti; noi, invece, vogliamo consegnare sulle colonne del nostro giornale – lungo tre settimane – tre chiavi di lettura, tre spunti, che, attingendo alle numerose prospettive analizzate, possono introdurci in questo mare magnum che è la persona umana e il suo rapporto con l’intelligenza artificiale.
Iniziamo proprio dalle prime parole di questo documento, che ne segnano il titolo: magnifica humanitas, la magnifica umanità. Come possiamo parlare di intelligenza artificiale, di tecnica o della stessa dottrina sociale della Chiesa, se non guardiamo prima all’umano, a ciò che siamo e che – il Papa lo evidenzia con forza – un uso sbagliato della tecnica può sottrarci, col rischio della disumanizzazione? Ci aiuta in questo nostro sguardo sull’umano la riflessione filosofica di Secondo Bongiovanni, gesuita, professore emerito di antropologia filosofica e storia della filosofia contemporanea presso la sez. San Luigi della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, in particolare con le sue pubblicazioni A partire dal corpo (Il Pozzo di Giacobbe, 2021) e Percorsi dell’esperienza (Il pozzo di Giacobbe, 2018). Bongiovanni, nel delineare quella che è l’esperienza umana, parla di una domanda antropologica fondamentale, che si articola in tre ulteriori domande: la domanda sull’uomo: Che cos’è l’uomo?; la domanda per l’uomo: Chi è l’uomo?; la triplice domanda dell’uomo: Chi sono io? Chi sei tu? Chi siamo noi?
Dinanzi a questa molteplicità di interrogativi, che danno vita al cosiddetto triangolo antropologico, l’uomo è chiamato a ritrovare la consapevolezza di sé stesso, di quella esperienza umana che è chiamato a vivere e che, solo se così intesa, può portare alla comprensione di sé, del proprio rapporto con gli altri e col mondo. Che cos’è l’uomo? È la domanda agostiniana per eccellenza, il livello base della vita scientifica,fondante ma non assoluto: altrimenti l’uomo sarebbe un oggetto come altri, un mero fenomeno naturale. Chi è l’uomo? Passiamo, così, dal cosa al chi: l’uomo acquista una singolarità rispetto agli altri esseri viventi, singolarità che non lo astrae dalla realtà naturale che vive, ma che lo comprende con la sua caratteristica specifica e sostanziale. Il terzo passo, la domanda dell’uomo, diventa un’interrogazione sull’identità individuale (chi sono io?), sulla relazione interpersonale (chi sei tu?) e sull’appartenenza a una comunità umana (chi siamo noi?). Un cammino, quindi, che parte dalla vita naturale e, pian piano, ci introduce sempre più nel mistero della nostra umanità. Ogni passaggio diventa un passo verso quello che Secondo Bongiovanni individua come l’apice del triangolo antropologico: l’ulteriorità. Essa è sì apice, ma non solo: attraversa da cima a fondo l’intera esperienza umana, interrogandola e, agostinianamente, inquietandola.
Come umani non siamo chiusi in noi stessi: mutuando il mondo dell’Intelligenza Artificiale, possiamo dire di non essere robot settati e programmati. Siamo, invece, inevitabilmente aperti a un oltre (che per la nostra Fede è l’Altro con l’A maiuscola), che è esistenziale, spirituale e simbolico, e che diventa il dinamismo di ogni relazione umana. Come umani siamo, quindi, proiettati in ciò che ci compie ed è già insito nel nostro divenire: l’esperienza. Dalla filosofia rintracciamo due modi di intendere questa esperienza: Erlebnis, esperienza immediata, e Erfahrung, esperienza riflessiva ed elaborata. Icona narrativa di questa esperienza è la figura di Abramo, il patriarca biblico che non si limita a vivere e raccontare tra le pagine della Scrittura la sua vicenda personale, ma coinvolge il lettore nella costruzione della propria esperienza umana. In Abramo Erlebnis ed Erfahrung si incarnano entrambe, dando dimostrazione di come il Verbo divino sia capace di orientare la vita umana. Abramo che incontriamo nel capitolo 11 della Genesi non è lo stesso che lasciamo al capitolo 25: compie un percorso, un cammino di cambiamento, ma soprattutto di affidamento. Ecco il punto nodale: vivere l’esperienza umana come affidamento, facendo della fiducia la tappa pivotale di ogni cammino umano.
Questo genera per Abramo una crescita, in cui ogni uomo può riconoscersi e che ognuno è chiamato a perseguire. La sua storia, quindi, invita ogni essere umano a compiere il cammino molteplice della domanda antropologica, a uscire dalle proprie certezze per entrare in un cammino aperto alla scoperta di sé e dell’altro. Come conclude Bongiovanni: «l’esperienza ci sperimenta.» Alla luce di queste riflessioni sorge spontaneo domandarsi: come possiamo oggi approcciare un universo completamente nuovo come quello dell’intelligenza artificiale senza aver prima fatto i conti con ciò che davvero siamo, nel profondo, come uomini? Se papa Leone apre la sua prima enciclica domandandosi se la nostra magnifica umanità voglia «innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme» dobbiamo domandarci cosa davvero può significare edificare questa città di agostiniana memoria: forse un primo passo è guardare a noi, magnifica umanità, e chiederci: Chi sono? Chi sei? Chi siamo? Nel corso del cammino saremo capaci, come il nostro Abramo, di riconoscere nella nostra esperienza umana anche la presenza di Dio, che sempre ci precede. Infatti, siamo sì una magnifica humanitas, ma – ci ricorda il Papa – «abitata da Dio».



