La misura dell’umano, la portata rivoluzionaria dell’umano

La pubblicazione della prima enciclica di Papa Leone si presenta come un vero e proprio “manifesto programmatico” non solo del suo pontificato ma del da ora in poi che la Chiesa è chiamata a vivere in questo cambiamento d’epoca. Ci sarà modo sulla nostra testata di “godere” dei temi e degli spunti che il Santo Padre ci ha offerto in maniera approfondita e accurata; quello che le prossime righe, invece, vogliono offrire è una contestualizzazione a partire dall’esperienza personale “di Chiesa a misura d’uomo”.

Infatti, se nella stessa presentazione dell’enciclica uno dei temi principali trattati dalla teologa Leocadie Lushombo era proprio quello delle povertà umane del sud globale, c’è un fenomeno di povertà “tutto nostro” (italiano) che potrebbe rivelarsi preziosa risorsa per riscoprire la misura dell’umano. Quale fenomeno italiano attenzionato anche dalla Chiesa negli ultimi anni? Le aree interne e il loro spopolamento! Tante sono le disamine offerte, tanti i tentativi d’appello dei Vescovi (fino a oggi inascoltati) ai diversi tavoli istituzionali perché questa emorragia si fermi. In Italia, piaccia o no, possiamo leggere due tempi e due modi di vivere, distinti e paralleli: contesti urbani sempre più affaticati dall’over (troppo lavoro, troppo traffico, troppo turismo, routine… tutto troppo e tutto accelerato!) e contesti di resistenza che, fatta eccezione per qualche realtà turisticamente forte, vincono il primato di solitudini e “vite lente” raccontate o in maniera bucolica o drasticamente. Specchio di questa narrazione che riguarda in modo particolare il divario fra nord e sud è l’ultimo capolavoro-tormentone delle artiste Brancale-Buglisi-Levante “Al mio paese”.

Perché parlare di Magnifica Humanitas con le aree interne del nostro paese? Perché, forse prima ancora che “un’altra umanità” (ideale, a volte un po’ utopica) c’è la grammatica della vita di paese che può restituirci un respiro molto più ampio sull’esistenza. È un’umanità da valorizzare e custodire, come ci chiede oggi Papa Leone: oltre le analisi sociologiche: da questi luoghi possiamo re-imparare il senso religioso, le radici culturali della nostra Spiritualità, tutto quanto di Bene nel cuore dell’uomo si può ancora coltivare. Possiamo andare a scuola dove il mondo commerciale ha disinvestito; possiamo imparare da quelli che, di fatto, sono ritenuti “poveri” rispetto alle metropoli.

Veniamo a noi, all’esperienza che condivido con te lettore: il crocevia posillipino, dove noi seminaristi viviamo, ci permette di condividere fra di noi i contesti di provenienza. Nella mia comunità di seminario due sono le “aree interne” che ho incontrato, grazie ai miei amici: l’Irpinia e la Basilicata. Se dell’Irpinia hanno già scritto l’anno scorso i ragazzi di San Pietro, proprio per un’esperienza di campo vocazionale vissuta lì, questa volta è il turno della Basilicata, di alcuni tra i tanti paesi meravigliosi che la compongono ma soprattutto del suo sapere di Chiesa.

È il quotidiano della comunità di San Severino Lucano, paese di circa 1300 abitanti, dislocati oltre che nel centro del paese in altre contrade circostanti (ma non vicinissime) a interessarci; in modo particolare, la Pentecoste condivisa con questa comunità: dalla celebrazione vespertina nella chiesa madre del paese, presieduta dal vescovo Mons. Orofino, con il conferimento del Lettorato a un mio compagno di studi, Armando; alla celebrazione del giorno dopo in una delle contrade, Mezzana; alla visita ai luoghi più suggestivi del Parco del Pollino, santuario compreso. Una realtà (raccontata così rapidamente che rischia d’essere banalizzata) che ci ha restituito la qualità della fede. In modo particolare l’esperienza della celebrazione domenicale, condivisa con il parroco del luogo, don Antonio Lo Gatto, è stata d’una intensità indicibile: la cura semplice e profonda dei fiori, dei canti (a cappella, animati dalle signore del posto), del contesto. La contrada di Mezzana vive soltanto di domenica il suo appuntamento attorno all’altare. Cosa la rende così “speciale”? Il desiderio, certo. L’armonia condivisa, pure. Soprattutto la conoscenza reciproca: preghiamo per ciascuno, l’omelia è “per noi”; ci scambiamo la pace fra tutti; ci fermiamo, dopo la celebrazione per aggiornarci e darci gli appuntamenti (anche oltre “il campanile”) per il resto della settimana.

L’accoglienza non solo “del prossimo”, ma proprio come predisposizione d’animo, è forse il valore primo. Sì, per curare i rapporti e i “dettagli” più insignificanti bisogna perdere tempo. Insieme all’accoglienza, allora, il tesoro che ci restituiscono queste realtà è proprio il tempo. Alla fatica di sentirsi sempre “indietro” rispetto ai contesti più sviluppati e urbanizzati risponde quasi imponendosi un senso del sacro che sembra trasformare certi luoghi in monasteri senza mura, proprio perché custodi del tempo gratuito!

Unitamente all’esperienza “Sanseverinese” quella di Cersosimo, borgo ancora più piccolo. La Chiesa, la piazza e sì, anche il bar, restano avamposti d’umanità – “i progrediti” li sostituiscono con gli psicologi perché non sanno più con chi poter chiacchierare – e il ruolo del Parroco, oltre il proprium d’ufficio e (come sempre) quello di organizzatore di cose comunitarie, è proprio quello di tessitore non solo di relazioni autentiche ma di relazioni spirituali: la cifra sta nella capacità di calare il messaggio evangelico nel “tu-per-tu”…e così la fede passa, le vocazioni nascono, la Chiesa vive della e per la sua gente! La domanda che vogliamo cogliere come sollecitazione, che cercheremo di affrontare nei prossimi appuntamenti si articola più o meno in questo modo: la nostra Chiesa locale che lingua parla? Il nostro contesto si accorge, oltre i pochi mesi estivi, di vivere le dinamiche delle aree interne del nostro paese o continua a voler investire sull’urbanizzazione (dimenticando l’umano)? Quale opportunità dalle nostre bellezze paesaggistiche e culturali perché non solo il turismo religioso ma la nostra esperienza pastorale ordinaria inviti a riscoprire il tempo e l’accoglienza come valori imprescindibili della nostra magnifica umanità? «Tocca a noi assumere con responsabilità le sfide del nostro tempo» (Magnifica humanitas, n. 5).

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