Il numero di maggio della rivista Piazza San Pietro ha pubblicato una lettera che Pietro, giovane diciottenne maturando di Reggio Calabria, ha scritto a Papa Leone XIV e la risposta che il Santo Padre gli ha inviato. Raccogliamo alcune suggestioni di questo scambio epistolare, tornando sul sentiero tracciato da alcune settimane a questa parte sulle colonne del nostro giornale riguardo al tema della vocazione, che abbiamo più volte sottolineato essere non solo quella al ministero ordinato, ma quella che si apre a mille spiragli che ci consentono di vivere la nostra unica e prima vocazione: quella battesimale di figli di Dio.
Il giovane Pietro a Pietro il pescatore ha confidato di star vivendo un momento di inquietudine, dinanzi ai grandi cambiamenti che gli si prospettano, primo fra tutti la fine del liceo e la scelta dell’università. Pietro confida il timore di perdere le amicizie coltivate in questi anni, a scuola, in parrocchia, nella vita quotidiana. Nella sua vita, il Signore c’è: nel rapporto con lui sente, però, di avere bisogno di nuove risposte, di certezze per un cammino che pare oscuro. Proprio nel Signore, Pietro sogna anche di costruire e realizzare il progetto di una famiglia unita nell’amore di Cristo, superando quelle difficoltà che sembrano costringerlo in questo momento.
Il punto più profondo della sua lettera è, però, quasi la fine: Pietro non chiede al Pietro di Roma di pregare perché questa inquietudine scompaia. Chiede di pregare affinché possa imparare a convivere con questa inquietudine e, in essa, saper scorgere la volontà di Dio. Ritornano alla mente – e siamo certi sia stato così anche per papa Leone, figlio di Sant’Agostino – le parole del più inquieto tra gli uomini e tra i santi, Agostino di Ippona, talmente scosso da questa inquietudine che lo abitava da dire nelle Confessiones: «Ci hai fatti per Te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te». Ma come possiamo giungere a questa pienezza? Quale può essere la soluzione a questa inquietudine? Solo abitando la nostra inquietudine, solo chiedendo al Signore di aprire i nostri occhi e donarci un cuore capace di ascoltare la sua voce. È bello vedere come il Papa scriva di aver letto le parole di Pietro «con commozione», la commozione di un padre che assiste uno dei suoi innumerevoli figli nella sua vita, la commozione di chi riconosce, dietro quelle poche righe, un cuore che non si accontenta, che non si limita ad allontanare l’inquietudine da sé.
Il Papa apre la sua risposta con un’affermazione netta, forte, una vera e propria bomba, capace di far saltare in aria qualsiasi inquietudine e sentimento di confusione: «tu sei amato da Gesù […] come sei oggi, con le tue domande e i tuoi sogni, i tuoi desideri e le tue paure». Il Papa sa bene che, solo se irradiati da questo amore, si può mettere mano alla propria vita, scegliere per il futuro e aprire il proprio cuore a Dio. Quando si fa esperienza di questo amore, si comprende fino in fondo che la nostra vocazione può essere solo e solamente una: la felicità. Una felicità abitata da Dio, che, col suo amore, «ti precede e ti accompagnerà sempre, indipendentemente dalle scelte che farai e dalle strade che percorrerai».
Ecco, allora, il senso profondo del nostro parlare di vocazioni: costruire solide fondamenta nel rapporto col Dio-amore che ci ama, per poter compiere le scelte della nostra vita. Il matrimonio, il sacerdozio, la vita religiosa, la consacrazione laicale: vie su cui correre verso Dio, ma che vanno costruite abitando le nostre inquietudini, il nostro rapporto con Lui. Lo stesso Papa ricorda come Dio spesso lavori nella profondità delle nostre inquietudini e lo fa con l’immagine del contadino che lavora la terra: la ara, la semina, la innaffia. Un lavoro umile e paziente che Dio per amore compie in ognuno di noi. A noi tocca «ascoltare i desideri del cuore, non quelli passeggeri che sciolgono come neve al sole, ma quelli che resistono nel tempo».
Non dobbiamo avere fretta di comprendere tutto e subito. Anche noi dobbiamo un po’ essere come il contadino: capaci di compiere – assieme al grande lavoro di Dio – il nostro piccolo lavoro fatto anzitutto della preghiera quotidiana «anche semplice e povera di parole». Le parole di papa Leone diventano quasi una carezza per Pietro: «Non tutto ciò che finisce è una sconfitta: a volte è solo un passaggio necessario per crescere». Crescere e diventare membra attive di una Chiesa che – continua il Papa – accoglie il sogno di Pietro di una famiglia cristiana come un dono prezioso da custodire con fiducia. Potremmo dire che qui sta il centro di ogni nostro possibile discorso sulle vocazioni: per Dio non sono obblighi, imposizioni, vie obbligate; sono doni preziosi che rincorrono la grande vocazione alla pienezza, alla felicità.
Come sempre la strada è libera e a noi sta la scelta: abitare la nostra inquietudine, fare scelte coraggiose e correre per questa strada, oppure scacciare l’inquietudine come un pensiero ingombrante, finendo per vivere il tempo che passa come una continua sconfitta. Di sicuro la scelta e il cammino non sono facili, eppure non siamo soli. Papa Leone lo sottolinea in chiusura: «Il Signore non delude i desideri che Lui stesso ha acceso nel cuore». Cantava Jovanotti: «Non è sempre primavera. Osserva la natura e credi in un amore immenso, grande da far paura. Vivi la tua avventura».



