Una Santa senza confini

Il viaggio infinito di Restituta

di Angelo Di Scala

C’è un’immagine che noi ischitani portiamo nel cuore: una barca che, spinta dal vento e dagli angeli, tocca terra nella baia di San Montano. È un’immagine che ci dà sicurezza, che ci fa sentire scelti. In questi giorni di maggio, tra il profumo dei gigli e il suono delle campane, è facile cadere nella tentazione di pensare che Santa Restituta sia “solo nostra”, un tesoro custodito gelosamente a Ischia nel comune di Lacco Ameno. Ma se proviamo a guardare al di là del nostro mare, scopriamo una storia molto più grande, che ci chiede di aprire il cuore.

​Il primo passo per uscire da questa nostra “esclusiva” lo facciamo appena sbarcati a Napoli. Molti di noi visitano il Duomo, ma non tutti sanno che quella che oggi chiamiamo la Basilica di Santa Restituta non è solo una cappella laterale. È stata, per secoli, la cattedrale della città, il luogo dove la fede di un intero popolo ha trovato casa, prima ancora che venisse costruito il Duomo attuale. Entrare in quel luogo, dove ancora si conservano le reliquie della Santa, significa capire che il nostro legame con lei non è un fatto isolato. Restituta è stata la “madre” della Chiesa napoletana, un ponte che da secoli unisce l’isola alla terraferma in un abbraccio di fede che non è mai finito.

​Ma la sorpresa più grande arriva quando risaliamo verso il Lazio. A Sora, tra le montagne, Santa Restituta è una presenza viva, fortissima. Lì non c’è il mare, non c’è lo sbarco, ma c’è il racconto del suo martirio sotto l’imperatore Aureliano. È la stessa giovane donna, la stessa fede incrollabile, che viene celebrata con una devozione che non ha nulla da invidiare alla nostra. Pensare a lei come Patrona di una diocesi così lontana dal nostro mare ci insegna qualcosa di prezioso: la santità non ha una carta d’identità geografica. Restituta non si è fermata sulla battigia; ha camminato nelle terre interne, parlando linguaggi diversi, ma portando ovunque lo stesso coraggio.

​E se volessimo spingerci ancora più in là, dovremmo ascoltare le preghiere che salgono dalla cripta di Stampace, quartiere di Cagliari. Anche lì, nel cuore della Sardegna, il nome di Restituta risuona come quello di una protettrice antica. Questo viaggio geografico — dall’Africa a Ischia, da Napoli a Sora, fino alla Sardegna — ci dice che la nostra Santa è una figura “mediterranea” nel senso più profondo del termine. È una donna che ha unito le sponde di questo mare molto prima che lo facessero i commerci o la politica.

​Perché è importante ricordare tutto questo proprio ora che ci prepariamo alla festa del 17 maggio? Perché a volte l’attaccamento alle tradizioni rischia di trasformarsi in un recinto. Diciamo “è la nostra Santa” e, senza accorgercene, mettiamo un confine. Ma la fede non dovrebbe avere confini.

​Quest’anno, mentre vedremo la processione passare, o mentre accenderemo una candela, proviamo a pensare che in quello stesso istante qualcuno a Sora o a Napoli sta cercando lo stesso sguardo di speranza. Questa consapevolezza non toglie nulla alla nostra festa, anzi, le dà una dignità nuova. Ci insegna la cura di non sentirci i soli depositari di una grazia, ma parte di una famiglia immensa.

​Santa Restituta, sbarcando a San Montano, non ci ha portato un’esclusiva, ci ha portato un messaggio di accoglienza. Celebrare la sua festa significa allora rompere i nostri egoismi locali e riscoprire la bellezza di essere in sintonia con chiunque altro, ovunque si trovi, cerchi in lei un segno di luce. La sua barca non si è fermata: continua a navigare in ogni cuore che decide di non chiudere la porta.

Articoli correlati

messa corpus domini con vescovo a portosalvo

La forza dell’Eucaristia

Omelia del Vescovo Carlo per la celebrazione della solennità del Corpus Domini, presso la chiesa conventuale dei Frati Minori Nello stesso giorno in cui è stato conferito il ministero del

ministero del lettorato convento sant'antonio con vescovo

Lasciatevi abitare dalla Parola

Omelia del vescovo Carlo in occasione del conferimento del Ministero del Lettorato ai seminaristi Angelomaria Di Meglio e Francesco Ferrandino Seconda tappa del cammino che porta verso il sacramento del