Il giorno 21 aprile nel convento di S. Antonio a Ischia si è tenuta la catechesi di fra Giuseppe Palmesano, cappellano militare, sulla “laudato sii, mio Signore, per sora nostra morte corporale…”.
Questa strofa del Cantico delle creature è stata dettata da S. Francesco nell’ ultimo periodo della sua vita, quando si avvicinava sempre più la morte.
È un tema che spesso rimandiamo, quasi scaramanticamente, e, forse proprio perché se ne parla poco, abbiamo perso, nella vita quotidiana, ogni freno inibitore, sembra si possa fare tutto.
Eppure, la morte fa parte della vita e da essa “nullo homo pò scampare”!
Ebbene, come ci evidenzia il frate, c’è un modo di affrontarla per chi crede e un altro modo per chi non crede.
Con l’aiuto del vangelo di Giovanni (cap.11), vediamo come Cristo vuole che elaboriamo il dolore della morte.
La morte è drammatica non per la separazione che comporta, ma per la riduzione del nostro ego. Soffriamo perché legati alle cose materiali, siamo egoisti e non siamo disposti a lasciare andare chi amiamo, perché trasformiamo i legami in legacci!
Eppure, ci è stato ricordato che la morte non è altro che un transito, un passaggio, non è la pietra definitiva, non è la chiusura della vita… E alla fine di quel passaggio c’è un Amico, il migliore che possiamo immaginare, che ci ama così tanto, che piange per le nostre “morti” e ci viene a risvegliare in quel buio e ci dice: “Lazzaro, esci fuori!”
Allora forse il senso più profondo della morte è sapere che c’è un Amore che ci strappa da essa e vince su di essa! Ed è così che, proprio come san Francesco, possiamo accostarci alla morte come una Sorella e non come una nemica.
E forse questo è il vero messaggio, non una risposta definitiva, ma un invito, un invito inquietante e potente a riconsiderare ciò che crediamo di sapere sulla realtà, sulla fede e sui limiti del possibile.
di Chiara Scotto di Minico



