Commento al Vangelo Gv 14,1-12
“Non sia turbato il vostro cuore”. Gesù, abbiamo paura: siamo stanchi, abbiamo paura di perdere il lavoro, abbiamo paura di ammalarci, di morire; abbiamo paura di perdere le persone care, abbiamo paura di non poterci più dedicare a una vita normale. È sempre facile dire a parole di non avere paura, ma la paura non si disfa a forza di parole. Cosa c’è dietro la paura? Dietro ogni paura c’è una ferita, c’è la sensazione che le cose non siano più come prima e credo che, tra le ferite più profonde che una persona possa vivere e che generano paura, ci sia quella di sentirsi abbandonati. Gesù sta dicendo proprio questo ai suoi discepoli: egli ora deve andare via. E la sensazione che prova una persona che ha paura di essere abbandonata è proprio quella che avvertiamo nei personaggi del Vangelo di oggi.
È ancora Tommaso che interviene in questo Vangelo e, quando parla, non mostra incredulità, ma avverto come se nelle sue parole ci fosse il retrogusto della paura. Sembra quasi che Tommaso abbia qualche ferita d’abbandono e costantemente essa riemerga nel suo rapporto con Cristo. Vuole conferme. E Gesù gliele dà sempre. Tommaso domanda non per sapere, ma per paura di non rivedere più Gesù. La sensazione che prova una persona ferita nell’abbandono è quella di non sentirsi mai a proprio agio, di sentirsi sbagliata, di sentirsi di troppo. Per questo non c’è mai pace, non c’è mai quiete. Da un momento all’altro potrebbe risuccedere e così si rischia di passare un’intera vita sulla difensiva.
Gesù dà a Tommaso una risposta meravigliosa: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me». Che, tradotto, significa: “Stai tranquillo perché ci sono io, e questo per te è meglio di una direzione, di una strada, di una spiegazione, di una verità teorica, di una vita da solo”. Non ci sono altre strade. L’unica cura per uno che ha paura di essere abbandonato è abbandonarsi, cioè fidarsi («Abbiate fede in Dio e anche in me»). La fede è proprio questo: un esercizio costante di fiducia. Gesù, con la sua partenza, ci mette di fronte al dramma dell’abbandono non perché è crudele, ma per guarirci. La ferita dell’abbandono si cura soltanto con una grande esperienza di fiducia che solo Dio può farci sperimentare. Gesù è colui che più di tutti gli altri risana da questo tipo di dolore.
Ma, per guarirci, deve proprio farci fare quell’esperienza di cui abbiamo paura. L’esperienza della fiducia non si vive quando una persona è con te, ma quando non è con te. Sapete quando non ci fidiamo più delle persone? Quando veniamo a sapere che, quando noi eravamo assenti, esse ci hanno tradito, ci hanno parlato contro, hanno usato due facce. Gesù si allontana per farci fare l’esperienza opposta: con lui questo non accade e, per questo, è credibile, possiamo fidarci sul serio. Chi ci ama veramente sa anche fare un passo indietro per farci fare un passo in avanti. Sarebbe tutto più semplice se avessimo i genitori sempre con noi, Dio sempre qui, Gesù sempre materialmente presente, ma noi non cresceremmo mai e le nostre ferite rimarrebbero sempre dentro di noi, nascoste. Gesù ci guarisce chiedendoci di vivere una relazione con lui che è capace di riportarci a casa.
E questa relazione si gioca su due registri: quello della presenza e quello dell’assenza. C’è una relazione che va coltivata anche nell’assenza. Si vuol bene a qualcuno anche quando non c’è, non è a portata di mano, non lo si sente e non lo si vede. Anzi, è proprio in quei momenti che la relazione con quel qualcuno che si ama si rafforza. Se invece l’assenza e la lontananza fanno smettere l’amore, allora non c’era amore. L’amore è fiducia nell’altro, sempre: è fiducia nella sua presenza, che ci rassicura, ma è fiducia anche nella sua assenza, che ci costringe a domandarci se il nostro amore è più grande di una distanza o di una semplice rassicurazione. Bisogna fidarsi di Gesù soprattutto quando sembra non esserci. È la memoria di quello che ci ha detto che ci guida in certi momenti. È proprio nello spazio che si viene a creare con la sua assenza che può accadere l’incontro con ciò che tira fuori, da ciascuno di noi: la libertà necessaria.
Quando proviamo a vivere così la nostra fede, il nostro incontro con Dio, allora capiamo che Gesù non si allontana perché vuole lasciarci soli, ma per prepararci un posto, cioè per rendere possibile tutto questo, precedendoci, aprendo la strada. È come il pastore che, domenica scorsa, ci ha detto che è lui a scoprire strade e tracciare sentieri: è lui che apre la strada e, dopo di lui, tutti — Pietro, Tommaso, gli apostoli, i discepoli e noi — siamo messi in grado di vivere una relazione così. Buona domenica.
Guarire dalla ferita dell’abbandono
Commento al Vangelo Gv 14,1-12
“Non sia turbato il vostro cuore”. Gesù, abbiamo paura: siamo stanchi, abbiamo paura di perdere il lavoro, abbiamo paura di ammalarci, di morire; abbiamo paura di perdere le persone care, abbiamo paura di non poterci più dedicare a una vita normale. È sempre facile dire a parole di non avere paura, ma la paura non si disfa a forza di parole. Cosa c’è dietro la paura? Dietro ogni paura c’è una ferita, c’è la sensazione che le cose non siano più come prima e credo che, tra le ferite più profonde che una persona possa vivere e che generano paura, ci sia quella di sentirsi abbandonati. Gesù sta dicendo proprio questo ai suoi discepoli: egli ora deve andare via. E la sensazione che prova una persona che ha paura di essere abbandonata è proprio quella che avvertiamo nei personaggi del Vangelo di oggi.
È ancora Tommaso che interviene in questo Vangelo e, quando parla, non mostra incredulità, ma avverto come se nelle sue parole ci fosse il retrogusto della paura. Sembra quasi che Tommaso abbia qualche ferita d’abbandono e costantemente essa riemerga nel suo rapporto con Cristo. Vuole conferme. E Gesù gliele dà sempre. Tommaso domanda non per sapere, ma per paura di non rivedere più Gesù. La sensazione che prova una persona ferita nell’abbandono è quella di non sentirsi mai a proprio agio, di sentirsi sbagliata, di sentirsi di troppo. Per questo non c’è mai pace, non c’è mai quiete. Da un momento all’altro potrebbe risuccedere e così si rischia di passare un’intera vita sulla difensiva.
Gesù dà a Tommaso una risposta meravigliosa: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me». Che, tradotto, significa: “Stai tranquillo perché ci sono io, e questo per te è meglio di una direzione, di una strada, di una spiegazione, di una verità teorica, di una vita da solo”. Non ci sono altre strade. L’unica cura per uno che ha paura di essere abbandonato è abbandonarsi, cioè fidarsi («Abbiate fede in Dio e anche in me»). La fede è proprio questo: un esercizio costante di fiducia. Gesù, con la sua partenza, ci mette di fronte al dramma dell’abbandono non perché è crudele, ma per guarirci. La ferita dell’abbandono si cura soltanto con una grande esperienza di fiducia che solo Dio può farci sperimentare. Gesù è colui che più di tutti gli altri risana da questo tipo di dolore.
Ma, per guarirci, deve proprio farci fare quell’esperienza di cui abbiamo paura. L’esperienza della fiducia non si vive quando una persona è con te, ma quando non è con te. Sapete quando non ci fidiamo più delle persone? Quando veniamo a sapere che, quando noi eravamo assenti, esse ci hanno tradito, ci hanno parlato contro, hanno usato due facce. Gesù si allontana per farci fare l’esperienza opposta: con lui questo non accade e, per questo, è credibile, possiamo fidarci sul serio. Chi ci ama veramente sa anche fare un passo indietro per farci fare un passo in avanti. Sarebbe tutto più semplice se avessimo i genitori sempre con noi, Dio sempre qui, Gesù sempre materialmente presente, ma noi non cresceremmo mai e le nostre ferite rimarrebbero sempre dentro di noi, nascoste. Gesù ci guarisce chiedendoci di vivere una relazione con lui che è capace di riportarci a casa.
E questa relazione si gioca su due registri: quello della presenza e quello dell’assenza. C’è una relazione che va coltivata anche nell’assenza. Si vuol bene a qualcuno anche quando non c’è, non è a portata di mano, non lo si sente e non lo si vede. Anzi, è proprio in quei momenti che la relazione con quel qualcuno che si ama si rafforza. Se invece l’assenza e la lontananza fanno smettere l’amore, allora non c’era amore. L’amore è fiducia nell’altro, sempre: è fiducia nella sua presenza, che ci rassicura, ma è fiducia anche nella sua assenza, che ci costringe a domandarci se il nostro amore è più grande di una distanza o di una semplice rassicurazione. Bisogna fidarsi di Gesù soprattutto quando sembra non esserci. È la memoria di quello che ci ha detto che ci guida in certi momenti. È proprio nello spazio che si viene a creare con la sua assenza che può accadere l’incontro con ciò che tira fuori, da ciascuno di noi: la libertà necessaria.
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