Settima Assemblea Sinodale Diocesana: la Costituzione conciliare Gaudium et spes
Nel percorso di formazione diocesana che si sta svolgendo in questo anno pastorale, in occasione della Settima Assemblea Sinodale, presso la Sala San Giovanni Paolo II del Seminario di Ischia, alla presenza del Vescovo Carlo, è stata illustrata una vera perla nel ricco tesoro che ci ha lasciato il Concilio Vaticano II con i suoi documenti: la Costituzione Gaudium et spes, ultima ad essere pubblicata, il 7 dicembre del 1965, dopo una lunga elaborazione. Relatore della serata è stato il professor Carmelo Dotolo, ordinario di Teologia delle religioni presso la Pontificia Università Urbaniana. Detta “Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo”,la Gaudium et spes presenta quello che è l’atteggiamento della Chiesa in rapporto al mondo e agli uomini e dunque si occupa di dottrina dell’uomo e dei suoi rapporti con il mondo nel quale è inserito – perciò è detta pastorale -, ma anche dei vari aspetti della vita contemporanea e della società umana, tenendo conto che le circostanze sono sempre mutevoli. La Gaudium et spes è preziosa nei suoi contenuti, perché – come ci ha spiegato il prof. Dotolo – contiene elementi significativi per comprendere e costruire la nostra identità cristiana e per capire anche quale ruolo possiamo ricoprire, come cristiani, all’interno della storia e della società.
Se la Lumen Gentium, come visto nella precedente Assemblea Sinodale Diocesana, si focalizza su cosa è la Chiesa, la Gaudium et spes – come si legge al n. 2 – rivolge invece la sua parola “non ai soli figli della Chiesa, ma a tutti indistintamente gli uomini, desiderando di esporre loro come sia da intendere la presenza e l’azione della Chiesa nel mondo contemporaneo”. Pertanto, la Gaudium et spes, in un percorso formativo diocesano di costruzione della identità e della azione cristiana, costituisce un prezioso apporto di suggerimenti. Tuttavia, poiché si tratta di una Costituzione corposa e con molteplici proposte, è necessario fare una cernita per trovare punti rilevanti che possano fungere da guida lungo il cammino. Ecco perché il prof. Dotolo ha estrapolato dalla Gaudium et spes tre nuclei fondanti, o chiavi di lettura, per proporli all’assemblea.
Prima chiave: I segni dei tempi
Per la costruzione della nostra identità cristiana il documento propone come essenziale la lettura dei segni dei tempi, ossia dell’insieme delle espressioni culturali, sociali, politiche, economiche e religiose che caratterizzano la nostra contemporaneità. Non è possibile essere cristiani, come persone o come comunità, se ci si astrae dal tempo in cui si vive. Le realtà socioculturali si evolvono e con esse deve evolversi l’essere cristiano, che è strettamente legato al contingente. La continua evoluzione rende sempre necessario il ripensamento e l’adeguamento del significato del cristianesimo, che non è dunque una teoria astratta, ma qualcosa che si lega alla società. Senza i segni dei tempi – ha sottolineato il prof. Dotolo – la proposta cristiana rischia di essere astratta e utopistica o perlomeno sfasata rispetto alle domande che la società ci pone. La Gaudium et spes esorta dunque il cristiano a inserirsi nel tessuto sociale nel quale si trova a vivere e a dialogare con esso:
«Per essere credibili dobbiamo diventare segno per i tempi, una comunità cristiana è credibile se dialoga con i segni dei tempi, con le attese, gioie, speranze, angosce delle persone. Questo significa che il cristianesimo deve attivare processi educativi».
Dialogare con i segni dei tempi ed essere educatori e generatori di vita, questo è il compito di ogni individuo, ma anche di ogni comunità, parrocchia o diocesi: questo significa essere attenti al territorio, alle sue attese e difficoltà, per generare uno sguardo diverso.
Seconda chiave: Gesù come modello
Nel programmare processi educativi e generativi a livello sociale, il nostro modello è Cristo. La Gaudium et spes propone una delle descrizioni più belle e complete per comprendere chi è Cristo, il modello dei processi educativi, Colui che ci fornisce le prospettive interpretative della relazione con la società. Egli, ci dice il documento al n. 45, “è il fine della storia umana, punto focale dei desideri della storia e della civiltà, centro del genere umano, gioia di ogni cuore e pienezza delle loro aspirazioni”. A questo quadro si contrappone tuttavia una percezione opposta da parte del cristiano: forse perché ritenuto inarrivabile e sicuramente scomodo, il modello di vita che Gesù propone rimane ai più sconosciuto. Cristo provoca una rivoluzione antropologica che non è immediatamente compresa, il suo stile di vita è complesso:
«Possiamo dire che spesso per la nostra identità cristiana Gesù Cristo è forse quello più sconosciuto. Sullo Spirito Santo possiamo dire tanto, sappiamo come agisce, Dio nessuno lo ha visto, ma Gesù, che potrebbe essere un modello di riferimento, è solo una figura scomoda, perché non possiamo manipolare la sua interpretazione come vogliamo, ma è Lui che, in qualche modo, si pone come Colui che provoca un cambiamento di conversione».
Invece è necessario rimettere al centro la sorprendente singolarità di Gesù, per riaprire e ripensare la nostra umanità e per essere costruttori di una società differente, quella che, utilizzando una famosa categoria biblica, viene definita il Regno di Dio. È un passaggio scomodo, il prof. Dotolo ha sottolineato più volte quanto i cristiani facciano fatica ad adottare lo stile comportamentale e relazionale di Gesù, la sua visione dei rapporti sociali e il suo pensiero sui rapporti umani. Più facile – ha detto – imparare a “fare i chierichetti”, rifugiarsi nelle liturgie e nelle litanie, magari rivolgersi più comodamente ai santi per ottenere intercessioni, mentre Gesù Cristo diventa “il grande sconosciuto dell’esperienza cristiana” come sottolineato da Giovanni Paolo II. Il Regno è in sostanza un processo di liberazione – ha spiegato – che produce pace e felicità, ma anche qui le difficoltà di realizzazione sono tante, poiché l’uomo preferisce la felicità nella schiavitù e nella sottomissione, mentre la libertà richiede senso di responsabilità, capacità di discernimento e valutazione. Allo stesso modo preferiamo alla relazione come ci viene insegnato da Gesù, il paradigma amico/nemico, dove la guerra diventa strumento di relazione e affermazione della volontà, come stiamo ben vedendo nei tempi attuali:
«La prima liberazione che Gesù ci pone è quello di comprendere che l’altro è fratello, compagno di viaggio, che quelli che sono insieme a noi sono costruttori di una società differente, dove non c’è più la relazione padrone/servo, uomo/donna; da questo punto di vista siamo ancora alla preistoria».
Il Regno prevede la cura dell’altro e mira alla costruzione di un’etica della fraternità, dove il volto dell’altro entra nel mio sguardo non per essere combattuto, ma per diventare soggetto di una relazione.
Terza chiave di lettura: La Chiesa come comunità generativa
In questo terzo punto si prende in esame la ricaduta dell’azione della Chiesa nel mondo: essa deve generare, attraverso le sue comunità, una vita ispirata al modello di Cristo, attraverso processi di ecclesiogenesi. La Gaudium et spes ci dice che la Chiesa si genera nella misura in cui è capace, leggendo i segni dei tempi, di umanizzare le relazioni e i processi socioculturali, mettendo al centro la dignità delle persone:
«Perché si possa creare il tessuto cristiano per vivere assieme, questo tessuto deve rifare la struttura sociale, cioè l’essere Chiesa deve permetterci di diventare costruttori di un umanesimo differente. Questa è la generatività ecclesiale. Se non siamo in grado di creare società più giuste e armoniche, con al centro la pace, appare evidente che non siamo in grado di generare un modo diverso di essere uomini».
È necessario educarci al bene comune, mettendo al centro la responsabilità pubblica, il dialogo, l’ascolto. Realizzare il bene comune significa costruire relazioni aperte, dove l’altro non è il nemico, mettere al centro la dignità delle persone, non i meriti o gli interessi, essere ospitali, aprirci alla vita ed essere attenti al dolore degli altri, creando luoghi di accoglienza dove il dolore viene accompagnato e non isolato.
Il prof. Dotolo ha concluso ricordando che per essere cristiani credibili dobbiamo dialogare con i segni dei tempi, con le attese, le gioie, le speranze, le angosce delle persone, come si legge nel Proemio della Gaudium et spes.








