Commento al Vangelo Gv 10,1-10
Ci vuole del tempo per convertirsi alla gioia. Cinquanta giorni sono il cammino della gioia, per cambiare noi stessi e la Chiesa. Gesù è risorto, ma il problema è che dobbiamo risorgere noi. In questa quarta domenica di Pasqua abbandoniamo il racconto delle apparizioni del Risorto perché ognuno di noi possa oggi incontrare il Risorto. In che modo? La chiesa ci parla della resurrezione da questa domenica in poi attraverso delle immagini che ci raccontano di una relazione vissuta da risorti. La prima è quella del Pastore e delle pecore. Chi è il pastore? Il pastore di Giovanni non ha nulla a che vedere con quello di Luca: non è il buon pastore che va in cerca della pecorella smarrita, ma è un pastore muscoloso, guerriero, che difende e dà la vita per le sue pecore.
Al tempo di Gesù, le pecore, alla fine della giornata, venivano radunate dentro una sorta di piccolo recinto costruito sul momento, che durava pochi giorni, fatto con pietre ammonticchiate in cerchio, alte 40-50 cm. Poiché le pecore erano un bene preziosissimo, venivano condivise con gli abitanti del villaggio che, a turno, durante il giorno le portavano a pascolare e, durante la notte, facevano la guardia a questo recinto. Su questo sfondo Gesù ci consegna tre messaggi importanti oggi. Il primo è che le sue pecore siamo noi, se “riconosciamo la sua voce”.
Al mattino, ciascun pastore tornava al recinto, lanciava il suo richiamo e le sue pecore, solo le sue, riconosciuta la voce, si agitavano e lo seguivano. Anche i discepoli di Emmaus avevano sentito la voce e il loro cuore si era infiammato. Questo ci fa riflettere: se non abbiamo il cuore in fiamme, forse è perché non abbiamo conosciuto la sua voce o non ci interessa. Gesù, all’immagine del richiamo dei pastori, aggiunge un dettaglio tutto suo: egli chiama le sue pecore per nome. Gesù non mi confonde con nessun altro. Mi chiama con il mio nudo nome, cioè senza titoli, ruoli, funzioni o lauree. Così come sono, per quello che sono. C’è qualcosa di noi che conosce solo Dio: solo lui sa chi siamo in profondità e ci chiama perché ci ama.
Pensate che i pastori dell’epoca portavano una borsa con delle pietre, e su ogni pietra c’era scritto il nome di ogni pecora. La tenevano con sé per chiamarle e contarle (in Mesopotamia è stata ritrovata una di queste sacche). Una seconda riflessione possiamo trarla da questa espressione: cacciare fuori le pecore dal recinto. Gesù entra dentro i recinti in cui ci siamo chiusi e ci dice: “No, adesso fuori”. Guardate, io penso che a volte il grosso rischio delle nostre comunità sia proprio costruire dei recinti insormontabili ed essere un po’ chiusi dentro le nostre convinzioni, dentro le nostre prospettive che tradiscono ciò che sta a cuore al pastore. Il pastore vuole portarci su pascoli erbosi. Ci sono altre voci che tendono a chiuderci: all’inizio blandiscono, ci fanno credere che siamo onnipotenti, ma poi ci lasciano il vuoto dentro e ci accusano: “Tu non vali niente”. La voce del nemico distoglie dal presente e vuole che ci concentriamo sui timori del futuro o sulle tristezze del passato: fa riaffiorare amarezze, ricordi dei torti subiti, di chi ci ha fatto del male, e ci rinchiude.
La voce cattiva ruota sempre attorno all’io, alle sue pulsioni, ai suoi bisogni, al tutto e subito. La voce del Pastore, invece, ci fa crescere, ci rende esploratori di strade e non adoratori chiusi nei recinti. Il nostro è un pastore di libertà e non di paure, che ha fiducia in ciò che è fuori e oltre; sa che la steppa ha un gomitolo di sentieri, un ventaglio di tratturi tra i quali rintracciare il tuo; sa spalancare aperture e far entrare aria nuova, pensieri nuovi, intuizioni nuove e liberanti. La novità, però, è questa: il pastore autentico è uno che cammina davanti alle pecore. Non abbiamo un pastore di retroguardia, ma una guida che apre cammini e inventa strade. Un pastore apripista che mi precede su strade nuove. Egli ci manda fuori dal recinto, ma è lui lo scopritore di strade che traccia affinché ciascuno di noi abbia un cammino sicuro. La terza caratteristica, infine, è questa: Gesù dice di essere la porta. Di notte, il pastore di turno dopo aver fatto entrare le pecore in questo recinto improvvisato all’aperto, si metteva all’ingresso perché non c’era la porta: si sdraiava sulla porta, in modo che non potessero uscire, ma soprattutto per difenderle dai mercenari, cioè da quelli che vengono a rubare le pecore, dai lupi oppure dagli animali selvatici. Non dice soltanto di fare la guardia: egli stesso è la porta. Egli fa entrare solo chi porta del bene alle pecore, e non le lascia uscire perché non vadano a complicarsi la vita.
Lui è la chiave che dà senso a tutta la nostra vita: qualsiasi cosa, bella o brutta, accada nella nostra vita, con Gesù ha un senso. È questa la buona notizia di questa domenica. Il Signore tiene a me, il Signore mi ama, mi conosce; io lo ascolto, ascolto la sua voce, lo seguo. Il Signore mi caccia fuori dalle mie chiusure, dalle mie ristrettezze, perché solo lui è la porta, la via, la verità e la vita: la vita che, piano piano, riprende. In questa giornata, inoltre, la Chiesa prega per i “cani del pastore”, i sacerdoti, quelli che aiutano il pastore a custodire il gregge. La Porta è Cristo, lui è il Pastore e noi tutti, dal Papa all’ultimo prete, siamo “i cani del pastore”, strumenti per tutelare e difendere il gregge. Dovrebbero essere i primi ad avere un orecchio attento alla voce del Pastore. Grazie, sacerdoti! Grazie dal primo all’ultimo; grazie a chi è morto sfinendosi nel suo ministero, grazie a chi ha vissuto la croce, grazie a chi fa venire a galla tante cose nella Chiesa. Ci aiutano a raggiungere l’obiettivo della vita: quello di incontrare Dio. Allora oggi, davvero, seguiamo l’unico Pastore, ascoltiamo la sua voce: lui è la porta che ci permette di accedere a Dio, è lui che ci caccia fuori dalle nostre chiusure, è lui che ci accompagna. Buona domenica, perché è tutto straordinario quando la vita è abitata da Dio!
I tesori del pastore!
Commento al Vangelo Gv 10,1-10
Ci vuole del tempo per convertirsi alla gioia. Cinquanta giorni sono il cammino della gioia, per cambiare noi stessi e la Chiesa. Gesù è risorto, ma il problema è che dobbiamo risorgere noi. In questa quarta domenica di Pasqua abbandoniamo il racconto delle apparizioni del Risorto perché ognuno di noi possa oggi incontrare il Risorto. In che modo? La chiesa ci parla della resurrezione da questa domenica in poi attraverso delle immagini che ci raccontano di una relazione vissuta da risorti. La prima è quella del Pastore e delle pecore. Chi è il pastore? Il pastore di Giovanni non ha nulla a che vedere con quello di Luca: non è il buon pastore che va in cerca della pecorella smarrita, ma è un pastore muscoloso, guerriero, che difende e dà la vita per le sue pecore.
Al tempo di Gesù, le pecore, alla fine della giornata, venivano radunate dentro una sorta di piccolo recinto costruito sul momento, che durava pochi giorni, fatto con pietre ammonticchiate in cerchio, alte 40-50 cm. Poiché le pecore erano un bene preziosissimo, venivano condivise con gli abitanti del villaggio che, a turno, durante il giorno le portavano a pascolare e, durante la notte, facevano la guardia a questo recinto. Su questo sfondo Gesù ci consegna tre messaggi importanti oggi. Il primo è che le sue pecore siamo noi, se “riconosciamo la sua voce”.
Al mattino, ciascun pastore tornava al recinto, lanciava il suo richiamo e le sue pecore, solo le sue, riconosciuta la voce, si agitavano e lo seguivano. Anche i discepoli di Emmaus avevano sentito la voce e il loro cuore si era infiammato. Questo ci fa riflettere: se non abbiamo il cuore in fiamme, forse è perché non abbiamo conosciuto la sua voce o non ci interessa. Gesù, all’immagine del richiamo dei pastori, aggiunge un dettaglio tutto suo: egli chiama le sue pecore per nome. Gesù non mi confonde con nessun altro. Mi chiama con il mio nudo nome, cioè senza titoli, ruoli, funzioni o lauree. Così come sono, per quello che sono. C’è qualcosa di noi che conosce solo Dio: solo lui sa chi siamo in profondità e ci chiama perché ci ama.
Pensate che i pastori dell’epoca portavano una borsa con delle pietre, e su ogni pietra c’era scritto il nome di ogni pecora. La tenevano con sé per chiamarle e contarle (in Mesopotamia è stata ritrovata una di queste sacche). Una seconda riflessione possiamo trarla da questa espressione: cacciare fuori le pecore dal recinto. Gesù entra dentro i recinti in cui ci siamo chiusi e ci dice: “No, adesso fuori”. Guardate, io penso che a volte il grosso rischio delle nostre comunità sia proprio costruire dei recinti insormontabili ed essere un po’ chiusi dentro le nostre convinzioni, dentro le nostre prospettive che tradiscono ciò che sta a cuore al pastore. Il pastore vuole portarci su pascoli erbosi. Ci sono altre voci che tendono a chiuderci: all’inizio blandiscono, ci fanno credere che siamo onnipotenti, ma poi ci lasciano il vuoto dentro e ci accusano: “Tu non vali niente”. La voce del nemico distoglie dal presente e vuole che ci concentriamo sui timori del futuro o sulle tristezze del passato: fa riaffiorare amarezze, ricordi dei torti subiti, di chi ci ha fatto del male, e ci rinchiude.
La voce cattiva ruota sempre attorno all’io, alle sue pulsioni, ai suoi bisogni, al tutto e subito. La voce del Pastore, invece, ci fa crescere, ci rende esploratori di strade e non adoratori chiusi nei recinti. Il nostro è un pastore di libertà e non di paure, che ha fiducia in ciò che è fuori e oltre; sa che la steppa ha un gomitolo di sentieri, un ventaglio di tratturi tra i quali rintracciare il tuo; sa spalancare aperture e far entrare aria nuova, pensieri nuovi, intuizioni nuove e liberanti. La novità, però, è questa: il pastore autentico è uno che cammina davanti alle pecore. Non abbiamo un pastore di retroguardia, ma una guida che apre cammini e inventa strade. Un pastore apripista che mi precede su strade nuove. Egli ci manda fuori dal recinto, ma è lui lo scopritore di strade che traccia affinché ciascuno di noi abbia un cammino sicuro. La terza caratteristica, infine, è questa: Gesù dice di essere la porta. Di notte, il pastore di turno dopo aver fatto entrare le pecore in questo recinto improvvisato all’aperto, si metteva all’ingresso perché non c’era la porta: si sdraiava sulla porta, in modo che non potessero uscire, ma soprattutto per difenderle dai mercenari, cioè da quelli che vengono a rubare le pecore, dai lupi oppure dagli animali selvatici. Non dice soltanto di fare la guardia: egli stesso è la porta. Egli fa entrare solo chi porta del bene alle pecore, e non le lascia uscire perché non vadano a complicarsi la vita.
Lui è la chiave che dà senso a tutta la nostra vita: qualsiasi cosa, bella o brutta, accada nella nostra vita, con Gesù ha un senso. È questa la buona notizia di questa domenica. Il Signore tiene a me, il Signore mi ama, mi conosce; io lo ascolto, ascolto la sua voce, lo seguo. Il Signore mi caccia fuori dalle mie chiusure, dalle mie ristrettezze, perché solo lui è la porta, la via, la verità e la vita: la vita che, piano piano, riprende. In questa giornata, inoltre, la Chiesa prega per i “cani del pastore”, i sacerdoti, quelli che aiutano il pastore a custodire il gregge. La Porta è Cristo, lui è il Pastore e noi tutti, dal Papa all’ultimo prete, siamo “i cani del pastore”, strumenti per tutelare e difendere il gregge. Dovrebbero essere i primi ad avere un orecchio attento alla voce del Pastore. Grazie, sacerdoti! Grazie dal primo all’ultimo; grazie a chi è morto sfinendosi nel suo ministero, grazie a chi ha vissuto la croce, grazie a chi fa venire a galla tante cose nella Chiesa. Ci aiutano a raggiungere l’obiettivo della vita: quello di incontrare Dio. Allora oggi, davvero, seguiamo l’unico Pastore, ascoltiamo la sua voce: lui è la porta che ci permette di accedere a Dio, è lui che ci caccia fuori dalle nostre chiusure, è lui che ci accompagna. Buona domenica, perché è tutto straordinario quando la vita è abitata da Dio!
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