Riscoprire la nostra missione a Ischia

​C’è un’immagine evangelica che sembra fatta apposta per noi che viviamo circondati dal mare: quella del sale. Il sale non deve occupare tutto il piatto: scompare, ma dà sapore. Forse, per troppo tempo, come Chiesa ci siamo abituati a voler essere “tutto il piatto”, a occupare il centro della scena sociale, anche qui sulla nostra isola. Eppure, avvertiamo, già da un po’ di tempo, che qualcosa è cambiato.

​Non dobbiamo aver paura di dircelo: le nostre comunità stanno diventando più piccole, e la fede non è più un’eredità che si riceve in automatico con il nome di famiglia. Ma forse, a pensarci bene, questa apparente perdita di peso potrebbe essere, in realtà, una grande opportunità di libertà!

E che grande occasione e che sfida potrebbe essere per noi!

​​Troppo spesso, nelle nostre parrocchie, corriamo un rischio sottile: quello di camminare solo finché c’è un pastore che ci trascina con il suo entusiasmo o la sua simpatia. Ci affezioniamo all’uomo, al “personaggio”, dimenticando che il sacerdote è un ponte, non la destinazione.

​Una comunità matura è quella che impara a stare in piedi da sola, radicata nel Vangelo e non solo nel carisma di chi la guida in quel momento storico. La sfida per noi ischitani è passare dalla “fede per delega” — dove il parroco fa tutto e noi seguiamo — a una fede corresponsabile, dove ognuno sente la parrocchia come casa propria, un luogo dove il fuoco della Parola arde a prescindere da chi soffia sulla brace.

​​In questo tempo in cui non siamo più “al centro”, siamo chiamati a riscoprire il valore dei nostri confini e della nostra cura.

​Definire i confini non significa chiudersi in un fortino, ma sapere chi siamo. Inutile inseguire i grandi numeri se poi ci perdiamo nell’abitudine. Tracciare un confine significa dire: “Qui c’è una comunità che prova a vivere davvero come Gesù”. Meglio pochi passi fatti con consapevolezza, che una corsa distratta dietro a tradizioni che non parlano più al cuore.

 Ischia, con le sue luci turistiche, nasconde zone d’ombra fatte di solitudine e fragilità. La nostra “incisività” oggi non si misura dai posti che occupiamo, ma dalla capacità di avere cura dell’altro. Essere cristiani qui, oggi, significa accorgersi di chi resta indietro, di chi non ha voce, portando quella carezza che solo chi ha incontrato davvero il Maestro sa dare.

​​Smettere di preoccuparsi di essere “irrilevanti” ci rende incredibilmente liberi. Ci permette di smettere di rincorrere il consenso per tornare a occuparci delle persone. Non è la fine di una storia, ma l’inizio di una stagione più vera, più autentica.

​Torniamo a essere sale e lievito! Forse saremo meno visibili tra le strade della nostra isola, ma saremo molto più presenti nel cuore di chi cerca una Speranza, quella con la “S” maiuscola, quella che è dono di Dio, che non tramonta.…

di Angelo Di Scala

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