Formazione diocesana: la Lumen Gentium
Ancora una tappa nel percorso di formazione diocesana pensato per laici e clero, in particolare per ministri straordinari e per aspiranti ai ministeri del lettorato e dell’accolitato, che ha avuto luogo lunedì 13 aprile scorso presso il seminario. Don Antonio Mazzella ha continuato il discorso sulla Lumen Gentium già iniziato il mese scorso grazie al contributo del prof. Agostino Porreca. Comprendere in profondità questo fondamentale documento frutto del Concilio Vaticano II – ha sottolineato don Antonio – richiede tempo, tenendo presente che interi corsi universitari vengono dedicati al suo studio. È innanzitutto necessario leggere con calma tutto il testo, ma avere una guida può essere utile, e questo è lo scopo dei due incontri che la Diocesi ha voluto proporre in questi mesi. Le indicazioni che vengono fornite – ha precisato ancora don Antonio – non possono essere considerate certo esaustive, ma sono strumenti per poter cominciare ad entrare nella comprensione del testo. Sono anche utili – ha ricordato – le catechesi che attualmente Papa Leone sta tenendo il mercoledì appunto sui documenti del Concilio Vaticano II, e di cui potete leggere settimanalmente sul Kaire un breve riassunto a opera dell’Ordine Francescano Secolare di Forio (pag. 13).
Durante il suo intervento don Antonio ha voluto innanzitutto ricapitolare il contenuto della Lumen Gentium con le sue finalità, argomento già in parte trattato dal prof. Porreca nell’incontro del mese di marzo (trovate la sintesi sul Kaire n. 12), per poi provare a delineare il filo rosso che tiene unita la Lumen Gentium agli altri documenti del Concilio, in particolare alla Sacrosantum Concilium (Costituzione sulla sacra liturgia). Frutto di un lungo e non semplice processo di gestazione, la Lumen Gentium, con i suoi otto capitoli, può essere così sintetizzata: il mistero della Chiesa nasce su modello della comunione trinitaria e si configura nella storia come sacramento di salvezza e mistero di fede:
«La Chiesa nasce dal disegno del Padre e dalle missioni del Figlio e dello Spirito Santo, quindi, dalla Trinità, (Cap. 1), prende forma nella storia di un popolo (Cap. 2), articolato in ministeri, condizioni e vocazioni specifiche (Capp. 3, 4 e 6) e chiamata alla santità (Cap. 5), vive pellegrinante verso il Regno (Cap. 7) e ha come modello la Beata Vergine Maria (Cap, 8)».
La Lumen Gentium mette in evidenza il tema del popolo di Dio inteso come identità comune a tutti i battezzati che hanno uguale dignità, e nello stesso tempo ribalta la concezione preconciliare della gerarchia ecclesiastica, intesa come catena di comando e non uguaglianza, per affermare una gerarchia che ha come modello la Trinità e come centro la comunione pur nella diversità dei compiti e delle vocazioni. In tal senso viene presentato il dono dell’episcopato e la sua collegialità. Don Antonio ha voluto ricordare nello specifico la funzione dei laici, disegnata nel Capitolo 4, che partecipano agli uffici di Cristo contribuendo a santificare il mondo attraverso le loro attività quotidiane, ma ha anche ricordato l’universale vocazione alla santità cui tutti i battezzati sono chiamati. In sostanza il documento indica il ritorno alle fonti primarie: la Sacra Scrittura e i padri della Chiesa. Per precisare e indicare il filo rosso che unisce tutti i documenti del Vaticano II, don Antonio ha messo in evidenza la connessione tra Lumen Gentium e Sacrosantum Concilium. Se la Lumen Gentium tra le quattro Costituzioni è quella che intende esplicitare la natura e la missione della Chiesa, e dunque dare risposta al quesito “chi è la Chiesa?”, torna utile tenere conto di quanto enunciato sullo stesso argomento anche in Sacrosantum Concilium, la “magna charta” per il rinnovamento della liturgia cattolica. Nello specifico, don Antonio ha fatto riferimento al n. 2, che parla della “Liturgia nel mistero della Chiesa” e definisce cos’è la Chiesa e il suo rapporto con la liturgia. Così recita il n.2: “…la liturgia, mentre ogni giorno edifica quelli che sono dentro la chiesa in tempio santo del Signore (…) fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo, nello stesso tempo irrobustisce in modo mirabile le loro forze perché possano predicare il Cristo. Così a coloro che sono fuori essa mostra la chiesa come vessillo innalzato sulle nazioni…”, nel n. 10 dello stesso documento – ha sottolineato don Antonio – si legge che “La liturgia è il culmine e la fonte della vita stessa della chiesa”. Se vogliamo dunque vedere realmente manifestata la Chiesa, dobbiamo avere come punto di riferimento la celebrazione eucaristica. Per capire meglio, don Antonio ci ha condotti nel Messale Romano, per sottolineare l’interconnessione di tutti i documenti che la Chiesa, sotto la guida dello Spirito Santo, ha prodotto -. Al n. 91 si esplicita come la celebrazione sia azione di Cristo e della Chiesa, cioè del popolo santo riunito e ordinato sotto la guida del vescovo. Il vescovo è il legittimo presidente di tutte le celebrazioni, ma delega come suoi rappresentanti i presbiteri. Egli trae la sua legittimazione da quanto ci dice la Lumen Gentium al n. 20 che ci spiega la nascita della chiesa come trasmissione, attraverso i successori degli apostoli, da loro stessi previsti mediante l’imposizione delle mani, fino ad arrivare a noi, al nostro vescovo Carlo. In quella successione, che continua anche dopo di noi, arriva fino a noi il mistero della Chieda trasmesso dagli apostoli. In sostanza durante ogni celebrazione eucaristica abbiamo modo di “vedere” in concreto e con gli occhi della fede il mistero della Chiesa, con Cristo che presiede e opera attraverso i sacramenti. Così ha concluso don Antonio:
«La Chiesa non inizia con noi, noi siamo inseriti in un organismo vivente, siamo innestati in qualcosa che è vivo, che non inizia con noi e che non portiamo avanti noi uomini, è umana e divina, tutte le grandi opere degli uomini sono terminate, hanno avuto un tempo, la Chiesa oggi continua perché guidata dallo Spirito Santo e con esso cammina nella storia per praticare l’annuncio e la carità».



