Il nuovo tema sulla catechesi della Lumen gentium da parte di Papa Leone XIV è il martirio dei fedeli cristiani, coloro che con l’aiuto dello Spirito Santo sono disposti a versare il proprio sangue per dare testimonianza della propria fede: «La Costituzione del Concilio Vaticano II Lumen gentium sulla Chiesa dedica un intero capitolo, il quinto, alla universale vocazione alla santità di tutti i fedeli: ognuno di noi è chiamato a vivere nella grazia di Dio, praticando le virtù e conformandosi a Cristo. La santità, secondo la Costituzione conciliare, non è un privilegio per pochi, ma un dono che impegna ogni battezzato a tendere alla perfezione della carità, ossia alla pienezza dell’amore verso Dio e verso il prossimo. La carità è, infatti, il cuore della santità alla quale tutti i credenti sono chiamati: infusa dal Padre, mediante il Figlio Gesù, questa virtù «regola tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine» (LG, 42). Il livello più alto della santità, come all’origine della Chiesa, è il martirio, «suprema testimonianza della fede e della carità» (LG, 50): per questo motivo, il testo conciliare insegna che ogni credente dev’essere pronto a confessare Cristo fino al sangue (LG, 42), come è sempre accaduto e accade anche oggi. Questa disponibilità alla testimonianza si avvera ogni volta che i cristiani lasciano segni di fede e d’amore nella società, impegnandosi per la giustizia. …segni del Regno di Dio, già presente nel mistero della Chiesa, sono quei consigli evangelici che danno forma ad ogni esperienza di vita consacrata: la povertà, la castità e l’obbedienza. Queste tre virtù non sono prescrizioni che incatenano la libertà, ma doni liberanti dello Spirito Santo, attraverso i quali alcuni fedeli sono consacrati totalmente a Dio. La povertà esprime il pieno affidamento alla Provvidenza, liberando dal calcolo e dal tornaconto; l’obbedienza ha per modello il dono di sé che Cristo ha fatto al Padre, liberando dal sospetto e dal predominio; la castità è la donazione di un cuore integro e puro nell’amore, a servizio di Dio e della Chiesa. Conformandosi a questo stile di vita, le persone consacrate testimoniano l’universale vocazione alla santità di tutta la Chiesa, nella forma di una sequela radicale. I consigli evangelici manifestano la partecipazione piena alla vita di Cristo, fino alla croce: è proprio dal sacrificio del Crocifisso che tutti veniamo redenti e santificati!».

Nel 1217 Francesco d’Assisi aveva inviato alcuni suoi frati a predicare fino ai confini della terra, alcuni si inoltrarono in Marocco, erano 5 frati umbri, Berardo, Ottone, Pietro, Accursio e Adiuto, che con grande fervore di spirito erano disposti anche a versare il loro sangue per amore della Parola.  Una volta raggiunta l’Africa settentrionale iniziarono a predicare anche nelle moschee ma poi furono condotti davanti al sultano almohade Yūsuf al-Mustansir, detto “Miramolino“, che li esortò a non predicare più in nome di Cristo, se volevano salva la vita, ma la perseveranza dei frati fu tale che alla fine furono fustigati e decapitati. Era il 16 gennaio 1220. Lo stesso sultano ammirò la loro forza interiore. Questo episodio viene brevemente citato nella Cronaca di Giordano da Giano. I loro corpi furono trasferiti a Coimbra in Portogallo.  Quando San Francesco lo venne a sapere esclamò: «Ora posso dire con sicurezza di avere cinque Frati minori». Allo stesso tempo il Poverello d’Assisi non amava l’esaltazione degli uomini, per quanto santi, ma solo di Dio, per non ricevere un tornaconto personale, per questo esortò: «Ognuno si glori del proprio martirio e non di quello degli altri». Questa affermazione era sulla stessa linea della VI Ammonizione inserita nella Regola: “Guardiamo con attenzione, fratelli tutti, il Buon Pastore, che per salvare le sue pecore sostenne la passione della croce. Le pecore del Signore l’hanno seguito nella tribolazione e nella persecuzione, nella vergogna e nella fame, nell’infermità e nella tentazione e in altre simili cose, e per questo hanno ricevuto dal Signore la vita eterna. Perciò è grande vergogna per noi, servi di Dio, che i santi hanno compiuto le opere e noi vogliamo ricevere gloria e onore con il solo raccontarle” (FF 155).  

Quando le reliquie dei protomartiri arrivarono in Portogallo un certo Fernando da Lisbona, divenuto in seguito Sant’Antonio da Padova, fu spinto dal desiderio del martirio, così prese la decisione di farsi frate minore e nel 1221 partecipò al capitolo d’Assisi. Nonostante avesse desiderato versare anche lui il suo sangue per amore di Cristo, questi lo chiamò al martirio di spirito, tanto da diventare un grande taumaturgo, molto amato e invocato ancora oggi. Lo stesso si può dire di Santa Chiara d’Assisi che ammirò il martirio dei protomartiri e desiderava imitarli. Papa Leone conclude: «La Vergine Maria, Madre tutta santa del Verbo incarnato, sostenga e protegga sempre il nostro cammino».

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