Da Sydney a Bruxelles, governi e parlamenti corrono ai ripari. L’Italia sceglie una strada diversa, ma il dibattito è aperto
C’è un’immagine che circola spesso nelle discussioni di questi mesi tra genitori, insegnanti e politici: uno smartphone in mano a un ragazzino di dodici anni, con TikTok aperto, gli occhi incollati allo schermo, le cuffie nelle orecchie. Un’immagine normalissima, eppure sempre più al centro di una domanda che non dà pace: stiamo lasciando i nostri figli da soli in un posto pericoloso?
La risposta che molti paesi stanno dando, con crescente determinazione, è sì. E le misure che ne conseguono sono sempre più radicali.
Il punto di svolta: l’Australia fa da apripista
Tutto è cambiato, almeno simbolicamente, alla fine del 2025, quando l’Australia è diventata il primo paese al mondo ad approvare un vero e proprio divieto di accesso ai social media per i minori di 16 anni. Non una raccomandazione. Non un’indicazione a genitori o educatori. Una legge, con sanzioni milionarie per le piattaforme che non si adeguano.
La scelta australiana ha fatto il giro del mondo. Per la prima volta, un governo dimostrava che era politicamente possibile dire no a Facebook, Instagram, TikTok e compagni senza che il cielo cadesse in testa. E così, quasi per effetto domino, la questione è esplosa sulle agende politiche di mezzo pianeta.
In Europa, Ursula von der Leyen ha espresso pubblico sostegno all’idea di un’età minima comune a livello UE — si parla di 15 anni — accompagnata da un sistema obbligatorio di verifica dell’età. In Francia, l’Assemblea nazionale ha già approvato una legge che vieta i social ai minori di 15 anni. In Malesia e in altri paesi asiatici si discute di misure analoghe. Nel dibattito internazionale, il vecchio limite dei 13 anni — fissato autonomamente dalle piattaforme, mai davvero controllato — è ormai considerato insufficiente da quasi tutti.
Perché adesso? Le ragioni di una svolta
Non è una reazione emotiva. O meglio, non solo. Dietro questa ondata normativa ci sono anni di studi, dati e, purtroppo, storie dolorose.
Le revisioni scientifiche più recenti confermano ciò che molti genitori già sentivano: l’uso intensivo dei social media è associato a maggiori rischi di ansia, depressione, disturbi del sonno e, nei casi più gravi, autolesionismo e pensieri suicidari. Con un effetto che colpisce più duramente le ragazze. L’OMS Europa ha documentato un aumento netto dell’uso “problematico” dei social tra il 2018 e il 2022.
A questo si sono aggiunti casi di cronaca che hanno scosso l’opinione pubblica: cyberbullismo sfociato in tragedia, gruppi online che alimentavano disturbi alimentari, contenuti violenti o pornografici arrivati sui telefoni di bambini attraverso chat scolastiche e gruppi di amici.
E poi c’è la notizia che, lo scorso 25 marzo, ha cambiato le regole del gioco in modo definitivo. Una giuria della Corte Superiore della California ha emesso un verdetto senza precedenti, dichiarando Meta e Google responsabili di aver progettato le loro piattaforme con l’obiettivo deliberato di creare dipendenza nei giovani utenti, causandone gravi danni psicologici. La protagonista del caso è Kaley, una ragazza che ha iniziato a usare YouTube a soli 6 anni e Instagram a 9, sviluppando nel tempo una forma di utilizzo compulsivo che l’ha trascinata in una spirale di depressione, ansia e autolesionismo.
I risarcimenti in denaro — 6 milioni di dollari complessivi, di cui 4,2 a carico di Meta e 1,8 per Google — contano relativamente poco sul piano economico, ma segnano un passaggio importante sul piano giuridico e culturale. Per la prima volta, sotto accusa non sono i contenuti pubblicati dagli utenti, ma l’architettura stessa delle piattaforme: uno scroll infinito, notifiche che interrompono, suggerimenti che anticipano ogni scelta, elementi che, secondo la giuria, non sono incidentali ma frutto di una progettazione precisa, orientata a massimizzare il tempo di permanenza. Molti analisti parlano già del “momento tabacco” per Big Tech: un cambiamento radicale nella percezione pubblica e legale, simile a ciò che accadde decenni fa quando l’industria delle sigarette fu chiamata a rispondere dei danni causati dai propri prodotti.
Storie come questa, e i verdetti che ne conseguono, hanno reso evidente un fatto: l’autoregolazione delle piattaforme non ha funzionato. Per oltre un decennio si è scommesso su educazione digitale, parental control e buona volontà delle aziende tech. I risultati sono stati deludenti: l’uso problematico è cresciuto, e l’età in cui i bambini entrano nei social si è abbassata. La pazienza dei governi si è esaurita.
L’Italia: un approccio diverso
In questo contesto, l’Italia sceglie, almeno per ora, una strada più cauta. L’età minima per il consenso digitale è fissata a 14 anni, in linea con il GDPR europeo. Il governo ha finora resistito all’idea di un divieto generalizzato, preferendo puntare su educazione, regole consigliate e responsabilizzazione delle piattaforme.
In Parlamento si discutono proposte che agirebbero sugli algoritmi — quei meccanismi che spingono contenuti sempre più estremi per tenere gli utenti incollati agli schermi — e sulla responsabilità legale delle aziende per ciò che accade ai minori online. Alcune forze politiche spingono per abbassare ulteriormente il limite o per introdurre restrizioni più rigide, ma al momento non c’è ancora una legge approvata.
L’attesa è che, in un modo o nell’altro, l’Italia si adegui alle indicazioni europee: se Bruxelles fissa un’età minima comune a 15 anni con verifica obbligatoria, anche Roma dovrà seguire.
Una questione che ci riguarda tutti
Al netto delle leggi e dei tecnicismi, c’è una domanda che resta aperta e che riguarda ciascuno di noi, come genitori, educatori o semplicemente adulti responsabili: siamo davvero convinti che uno schermo connesso al mondo intero sia un posto sicuro per un dodicenne lasciato solo?
Le leggi possono fare molto, ma non tutto. E in attesa che i governi trovino la quadra, qualcuno ha già cominciato a muoversi dal basso. Come il Rotary Club, Distretto 2101, (ne abbiamo parlato sul n° 5 del 7 febbraio) ha promosso al MUDIS un convegno che ha riunito pediatri, psicologi ed esperti di benessere digitale intorno a una stessa domanda: che rapporto devono avere i nostri figli con smartphone, tablet e social? Il Dott. Nicola Impagliazzo, la Dott.ssa Antonella Grandinetti e la Dott.ssa Fernanda Maio hanno offerto prospettive diverse ma convergenti: non si tratta di proibire, ma di educare. Non di ogni famiglia per sé, ma insieme — scuola, genitori, comunità — in quello che è stato efficacemente chiamato un “villaggio digitale”.
È esattamente questo approccio che le leggi da sole non possono sostituire. Serve una cultura diversa: famiglie che non cedono alla comodità di consegnare un dispositivo senza regole, scuole che insegnano a stare online in modo critico, comunità — come le nostre — che ricordano ai ragazzi che esistono altri modi per connettersi, incontrarsi, crescere.
Il mondo e lo spazio virtuale stanno rialzando le mura. È un buon momento per chiederci cosa vogliamo costruire dentro.



