Mercoledì 8 aprile nella Basilica Santa Maria di Loreto in Forio si è tenuta una catechesi a cura di fra Salvatore Vilardi ofm, sul tema “Il Testamento di San Francesco”. In questo giubileo francescano 2026, che si concluderà il 10 gennaio 2027, ci saranno alcuni appuntamenti con diversi frati che, a turno, approfondiranno la figura del santo di Assisi. Dopo l’introduzione da parte di fra Vincenzo Ponticelli della lettura per intero del Testamento scritto da San Francesco d’Assisi, è iniziata la catechesi di fra Salvatore: “Noi francescani ricordiamo in questo periodo storico gli ottocento anni dalla morte di San Francesco d’Assisi, ma anche gli ottocento, nel 2023, dall’approvazione della Regola da parte di Papa Onorio III, come anche gli ottocento dalla realizzazione del primo presepe a Greccio. A cuore della famiglia francescana c’è la volontà di convertire la nostra vita sull’esempio del santo patrono. Egli dettò un primo Testamento poco tempo prima della morte, definito “Piccolo Testamento di Siena”, scritto quando il santo si recò appunto a Siena per ricevere delle cure mediche poiché era gravemente malato.

Qui diede tre indicazioni: 1) i frati si amino sempre; 2) siano sudditi e soggetti alla Santa Chiesa; 3) sempre amino Madonna Povertà. Una volta ritornato ad Assisi e migliorando leggermente la salute scrisse il Testamento, più ampio e approfondito. Questo Testamento fa riferimento soprattutto alla sua conversione, come descrive lo stesso autore verso la fine. Anche questo documento si può dividere in tre parti: 1) memoria dei suoi primi passi verso la conversione; 2) esortazioni verso i suoi frati; 3) benedizioni a coloro che osservano la Regola. La prima parte è quella più ampia. Quando parliamo della conversione di San Francesco vengono in mente alcuni episodi, come il crocifisso di San Damiano che gli parlò, l’abbraccio e il bacio al lebbroso che poi scomparve.  Eppure il Testamento parla di ben altro: lo stesso Francesco disse: «Il Signore dette a me di fare penitenza, quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi (al plurale) e quando il Signore stesso mi condusse tra i lebbrosi io usai con essi misericordia».

Questo racconto è diverso rispetto a quello del singolo lebbroso baciato e poi scomparso, che rappresenta un’apparizione di Gesù. Il santo disse ancora: «Quando ero nei peccati…» cosa significa peccati nella vita del giovane Francesco? Gli agiografi hanno immaginato di tutto e di più, ma in realtà il peccato per Francesco era quando la sua vita era vissuta nell’amarezza; invece quando sperimentava la dolcezza vuol dire che c’era la grazia, quindi c’era Dio. Francesco legge il peccato non in chiave moralistica, ma in chiave esistenziale. Quando da giovane voleva fare il cavaliere era per salire di grado sociale, cioè da mercante a nobile, ma tutto questo gli aveva causato una vita amara, quindi una situazione di peccato. Anche noi spesso senza accorgercene cadiamo nel peccato di arrivismo, trovandoci così con l’amaro in bocca, illudendoci di raggiungere il dolce.

Tutto questo processo non è stato per iniziativa di Francesco ma il Signore stesso lo condusse tra i lebbrosi, come descrive il santo nel suo Testamento. Da qui Francesco fa un cammino verso il basso, in discesa, come fece Gesù che da ricco si fece povero e assunta la carne umana si lasciò crocifiggere per amore. Francesco iniziò a desiderare di essere fratello e soprattutto fratello minore, quello più piccolo, colui che va verso il fratello considerato perciò più grande di lui. Anche noi ci dobbiamo metter nella stessa prospettiva: colui che ci molesta o che ripugniamo deve essere il lebbroso per noi, diventando così fratelli, nell’accoglienza, nell’abbassamento. Ciò non è facile, non lo è stato neanche per Francesco. A riguardo egli parla di “perfetta letizia”. Lui stesso raccontò di quando in giro con frate Leone in una gelida notte, con ghiaccioli appesi alla tonaca che laceravano la pelle, bussò al suo convento di Santa Maria degli Angeli per ritirarsi e il guardiano non volle aprirgli perché tardi, nonostante avesse capito che era Francesco, il fondatore dell’Ordine, a chiedergli di aprire.

Per il guardiano in quel momento Francesco non era d’esempio per gli altri frati, ma anche perché non lo riteneva più importante per loro. Questo rifiuto accettato con umiltà e serenità per Francesco era da considerarsi “perfetta letizia”. Sentendosi messo da parte, il serafico padre decise di andarsene sul monte della Verna; lo seguiva fedelmente fra Leone, ma a distanza, perché in quel momento il poverello ricercava la solitudine per stare a stretto contatto col Padre, che ci ha dato come fratello Gesù. Questa profonda unione tra Francesco e il Padre celeste ha fatto sì che il Signore gli donasse le stimmate, dono così grande che il santo tenne nel nascondimento; solo in casi eccezionali, quando stava male e aveva bisogno di medicazioni, alcuni dei suoi frati più intimi potettero vederle.

Ancora una volta Francesco scende, dal monte Averna a Santa Maria degli Angeli per incontrare di nuovo i suoi frati, dove poi morì due anni dopo. Fa di nuovo quel processo di abbassamento che è difficile per tutti, incomincia d’accapo, infatti dice ai suoi frati: «Ricominciamo a fare penitenza perché finora non abbiamo fatto niente». Il processo di abbassamento è fondamentale per una vera conversione, è usare misericordia, cioè andare dal prossimo che ci offende donando misericordia e benedizioni. Tutto questo farà sì che la nostra vita da amara si trasformerà in dolcezza e in una vita santa, come quella di Francesco, attraverso la fraternità”.

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